Purpose overload: quando lavorare con senso diventa faticoso

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Purpose overload: quando lavorare con senso diventa faticoso

Tutti parlano di scopo, pochi sanno come tradurlo in azione e farlo vivere davvero. E il rischio è che ciò che nasce per motivare diventi un peso. Ma c’è un modo diverso di raccontare e collegare lo scopo al lavoro quotidiano.

Qualche tempo fa, durante un workshop con un gruppo di giovani manager, è successa una cosa curiosa. Mentre discutevamo di visione strategica, uno di loro ha alzato la mano e ha detto:
«Forse sono io che mi perdo un pezzo, ma faccio fatica a capire come collegare il purpose a quello che faccio ogni giorno». In sala è sceso un silenzio complice. Tutti annuivano. Perché la verità è che oggi non soffriamo di mancanza di purpose. Soffriamo di purpose overload.

Abbiamo così tanta voglia di dare un senso al lavoro – e così tanta pressione nel farlo – che il purpose, nato per orientarci, rischia di diventare un’etichetta messa lì “perché bisogna averla”.
E quando le parole corrono più veloci delle pratiche, il risultato è inevitabile: confusione, cinismo, distanza.

Il purpose non è un manifesto ma una relazione da costruire

Negli ultimi anni mi è capitato spesso di chiedere ai leader quanto ritengano importante avere – e vivere – uno scopo chiaro. La risposta è sempre altissima.
Poi chiedo quanto quello scopo sia davvero percepito dalle persone. E qui la distanza si apre. Non perché il purpose sia sbagliato. Ma perché da solo non basta.

Il senso non nasce dall’alto. Nasce nell’incontro tra ciò che l’azienda vuole essere e ciò che le persone sentono di poter contribuire. È, a tutti gli effetti, una co-costruzione. Un purpose funziona davvero quando diventa un verbo, non un poster.

Quando il purpose deve fare tutto: il rischio di perdita di fiducia

Il paradosso del nostro tempo è semplice: chiediamo al purpose di fare troppo.

  • Motivare
  • Attrarre talenti
  • Trattenere
  • Guidare la strategia
  • Creare reputazione
  • Dare senso individuale

E possibilmente farci anche dormire più sereni. È comprensibile che, sotto questo peso, inizi a scricchiolare. Lo vediamo ogni volta che un’azienda lancia un nuovo slogan valoriale, senza cambiare processi, leadership o comportamenti. Oppure quando si chiede alle persone di «abbracciare lo scopo», ma non si dà loro il tempo, gli strumenti o l’autonomia per farlo. Il risultato? Un divario emotivo. Non enorme, ma sufficiente a minare la fiducia.

Come far vivere il purpose: dalla dichiarazione alla pratica

Le organizzazioni che riescono davvero a far vivere il proprio scopo hanno qualcosa in comune: vanno piano per andare veloci. Partono dalle basi, non dalle parole. Sistemano ciò che ostacola le persone. E solo dopo iniziano a chiedersi: «Perché esistiamo, davvero?». Quando il purpose emerge – anziché essere imposto – diventa più credibile. E soprattutto diventa più semplice da tradurre in comportamenti.

Molti leader lo hanno capito lavorando fianco a fianco con le proprie persone: non nelle boardroom, ma nei negozi, negli uffici, nelle attività quotidiane. Perché è lì che si capisce se lo scopo aziendale è qualcosa che ispira… o qualcosa che pesa.

Le leve concrete per trasformare il purpose in comportamenti

Diverse aziende che studiamo e accompagniamo nei percorsi di purpose hanno scoperto alcune leve decisive.

  • Semplificare
    Uno scopo funziona quando è chiaro, umano, comprensibile a tutti.
  • Tradurre
    “Cosa significa questo purpose per me, nel mio ruolo, con le mie responsabilità?”
  • Ascoltare
    Le conversazioni umane – non le presentazioni – sono ciò che collega il lavoro quotidiano a una missione più ampia.
  • Dare l’esempio
    I comportamenti dei leader sono la cultura dell’azienda, molto più dei valori scritti.
  • Rendere visibile il contributo

Quando una persona capisce come il proprio lavoro “aggancia” il purpose, cambia tutto: motivazione, qualità, appartenenza. E qui emerge un punto centrale: il purpose prende vita solo quando permette alle persone di mettere in campo la loro “magia umana”.

Il futuro del purpose: da slogan proclamato a patto condiviso

Forse la nuova domanda da porsi non è: «Qual è il nostro purpose?» ma piuttosto: «Chi lo sta costruendo con noi? Chi lo sta vivendo? Chi lo sente proprio?». Perché il purpose non è un oggetto da trovare, ma una pratica da allenare. Non è un faro lontano, ma una direzione quotidiana. Non è ciò che dichiariamo, ma ciò che permettiamo alle persone di essere. In un mondo che cambia velocemente, il purpose resta una leva fondamentale. A patto che torni alla sua natura originaria: non un’etichetta, ma un patto.

Un accordo vivo tra l’azienda e le persone che la abitano. Un modo di stare nel lavoro che non promette di salvare il mondo, ma che prova – ogni giorno – a renderlo un po’ più coerente. E forse, in questa semplicità, ritroviamo finalmente il senso che cercavamo.

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Economista, consulente strategico e corporate trainer. Si è formato all’Università Bocconi di Milano e all’INSEAD di Fontainebleau, e ha girato il mondo per lavoro e per passione: Head of Business Development Unit di Finmeccanica in Russia, Senior Manager di McKinsey a Londra e Principal di AlphaBeta a Singapore, dove ha gestito progetti con aziende del calibro di Google, Uber e Microsoft. In precedenza, ha lavorato anche presso Goldman Sachs e le Nazioni Unite a New York. Tornato a Bari, ha fondato la Disal Consulting e si occupa di ricerca, consulenza, comunicazione e formazione per grandi aziende italiane (Ferrari e UniCredit), colossi digitali (Netflix e Amazon), istituzioni multilaterali (World Economic Forum) e governi nazionali (Francia, Cina e Germania). Insegna alla IE Business School di Madrid e alla Nanyang di Singapore, e dirige il Master in Digital Entrepreneurship presso H-Farm, dove cerca di trasmettere l’importanza dello storytelling per la riuscita di un progetto imprenditoriale. Dopo il successo del suo primo libro Flow Generation - manuale di sopravvivenza per vite imprevedibili, ha pubblicato con Hoepli Phygital - il nuovo marketing tra fisico e digitale.