Guida autonoma di Livello 3: quando l’auto diventa conducente
L’evoluzione tecnologica nel settore automobilistico sta creando un apparente paradosso. Da un lato, il Codice della strada vieta qualsiasi forma di distrazione alla guida; dall
Dai social ai ristoranti stellati, l’estetica alien food riscrive le regole della cucina contemporanea tra design, provocazione e condivisione digitale.
Una delle tipologie di immagini più gettonate fin dall’inizio della storia dei social è quella del “food”. Le foto o i reel di piatti rivaleggiano da sempre con i selfie in quell’infinito racconto di sé che si svolge su Facebook, Instagram o Tiktok. Fammi vedere cosa mangi e capirò chi sei, per adattare all’era digitale un celebre motto. Ma cosa succede quando invece che una carbonara, un’insalata o una bistecca vediamo qualcosa che assomiglia a una pietra, una spugna, un foglio di carta velina o qualunque altra forma che richiama tutto tranne che l’idea di qualcosa da mangiare? Semplice: stiamo assistendo alla messa in scena di quella che viene definita estetica alien food.
Il legame tra la dittatura dell’immagine imposta dai social e la tendenza di certa cucina sperimentale a de-strutturare, re-immaginare, rendere appunto “alieno” il cibo è tutt’altro che irrilevante. Le spericolate invenzioni formali di chef visionari come Ferran Adrià, Heston Blumenthal o Dabiz Muñoz sembrano fatte apposta per essere fotografate più che gustate. Condivise, certo, ma non intorno a un tavolo. Sono il manifesto di una filosofia alimentare 2.0, qualcosa che serve forse più a interrompere lo scroll sullo smartphone piuttosto che la fame.
Nel mondo dell’alien food un pomodoro non è mai un pomodoro, un cavolfiore non è mai un cavolfiore. Non ne hanno più la forma né la consistenza né i colori. Diventano qualcos’altro: un fluido, una sfera, una polvere, un gel. E così molti altri ingredienti, che almeno visivamente perdono ogni carattere di naturalità. Un effetto chiaramente voluto, che rende il cibo più simile a un rendering digitale o a un progetto di design. Se la gastronomia è un’arte, qui il concetto viene esaltato portando alle estreme conseguenze i presupposti della cucina cosiddetta “molecolare”.
Nell’immaginario tradizionale della ristorazione, uno degli aspetti più importanti è sempre stato quella della gratificazione. La foto di un bel piatto imbandito deve anticipare l’esperienza del palato, suggerire i sapori, in qualche modo anche rassicurare sulla qualità e la genuinità degli ingredienti. L’alien food fa esattamente l’opposto: come ogni tendenza che si definisce d’avanguardia smonta le certezze e instilla dei dubbi. E come ogni avanguardia che si rispetti, non è di facile comprensione. Parla al cervello più che allo stomaco, con le ricette che si propongono come concetti filosofici o rappresentazioni simboliche. Ma simboliche di che cosa?
Se si vuole interpretare l’alien food come una forma di critica, e non come una moda fine a sé stessa, è probabile che l’oggetto della riflessione provocatoria, sotto forma di pietanze che sembrano più adatte ai pasti di ET che non a quelli di un essere umano, abbia a che fare proprio con il concetto di “naturalità” o di “bontà”. Che cosa qualifica davvero un cibo come naturale, secondo quale parametro lo definiamo buono? Forse non sono domande così peregrine in un’epoca in cui più si insiste sulla trasparenza della filiera alimentare e meno sappiamo da dove venga o cosa sia davvero quello che abbiamo nel piatto. Se quei bei pomodori rossi e perfettamente rotondi nella loro iper-realtà ci fanno sospettare della loro provenienza, allora tanto vale far saltare il tavolo (letteralmente) e presentare cibo che ha perso ogni connotazione realistica. Un modo per denunciare l’innaturalità da laboratorio di ciò che mangiamo creando piatti squisitamente innaturali (all’occhio, quantomeno) e che sembrano per l’appunto appena usciti da un laboratorio. In questo senso il cibo non deve essere buono nel senso tradizionale, semmai deve significare qualcosa. Mangiare diventa un atto secondario rispetto all’osservare e interpretare.
Del resto, la maggior parte delle persone deve accontentarsi proprio di quello- osservare – perché la cucina “aliena” è programmaticamente esclusiva e riservata ai pochi che se la possono permettere. Se ci si pensa, tuttavia, questo ha perfettamente senso: la funzione dell’alien food si consuma molto più fuori dai ristoranti stellati che dentro. Mangiare diventa un gesto secondario rispetto all’atto di fotografare, raccontare, condividere, replicare. E forse non è così importante scoprire di cosa sappia quella sfera gelatinosa dal colore improbabile e magari anche un po’ repellente. Ciò che conta è la nostra reazione psicologica e intellettuale davanti a queste creazioni. Il cibo diventa segno estetico, parte di un sillogismo. Nutrimento per la mente, ma forse solo per quella.