2026 anno dell’inizio della “fine” delle fossili?
Potrà forse sorprendere chi non lo ha mai letto, ma lo storico Accordo di Parigi per la riduzione delle emissioni di gas serra raggiunto alla Cop21 di fine 2015 non cita mai le fo
La crisi climatica è già nel tratto più ripido: non manca l’informazione, manca la capacità di agire. Il nuovo libro di Matteo Motterlini spiega perché il vero blocco è nella nostra mente.
La crisi climatica, se fosse una pista da sci, non sarebbe più una “rossa impegnativa” da affrontare con qualche esitazione e molta fiducia. Siamo già entrati nel tratto nero: quello in cui la pendenza aumenta, la velocità cresce e ogni errore si paga caro. È da qui che parte Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai di Matteo Motterlini (Solferino, 2025), con un titolo che è già una dichiarazione di metodo: prima di sciogliere i ghiacci, dobbiamo sciogliere le rigidità cognitive che ci tengono fermi.
Il libro è una vera lezione di scienza applicata alla cittadinanza. Non si limita a ribadire dati ormai noti sul cambiamento climatico, ma affronta senza moralismi il nodo più scomodo: il modo in cui li elaboriamo, li minimizziamo o li rimandiamo mentalmente. Il problema, ci dice Motterlini, non è l’assenza di informazioni, ma la psicologia con cui le filtriamo.
Presentismo, inerzia, normalizzazione del rischio, ricerca di gratificazioni immediate – quella che l’autore definisce “economia della dopamina” – ci spingono a trattare un problema strutturale come se fosse un fastidio temporaneo. Qualcosa che “si sistemerà” o che, più probabilmente, “risolverà qualcun altro”.
La forza del libro sta nel metodo: nessuna predica, ma un continuo collegamento tra meccanismi mentali, evidenze scientifiche e conseguenze concrete. Anche l’ecosistema informativo entra in gioco: un rumore di fondo confuso, simile a un pluralismo impazzito, in cui la vera fatica non è informarsi, ma distinguere ciò che conta davvero.
Motterlini chiarisce un punto cruciale del dibattito pubblico: dietro al negazionismo climatico non ci sono solo fraintendimenti o ignoranza. Esistono strategie organizzate che imitano il linguaggio della scienza per tradirne la sostanza, seminando dubbio e polarizzazione con un obiettivo preciso: rallentare le decisioni.
In questo senso, il libro intreccia filosofia della scienza, economia comportamentale ed educazione civica in una prosa accessibile ma rigorosa. È uno specchio scomodo: non consola, ma mette a nudo le giustificazioni che usiamo per restare immobili. La differenza è che offre anche una “cassetta degli attrezzi” per progettare scelte individuali e politiche più robuste.
Uno dei passaggi più efficaci è quello sportivo-naturale. Da sciatore e amante della montagna, Motterlini usa lo sci come metafora della transizione climatica. Ridurre le emissioni oggi non è più la fase delle piccole correzioni: è il momento dei tagli rapidi e ripidi, quando il tasso di riduzione deve aumentare e la pista si fa nera.
I primi miglioramenti – efficienza energetica, sostituzioni facili, tecnologie plug-and-play – assomigliano alle prime curve. Ma ciò che resta è un muro: cambiare infrastrutture, incentivi, abitudini e tempi. La difficoltà marginale cresce, e la metafora funziona perché rende fisica la sensazione di rischio e urgenza.
Il secondo passaggio memorabile è forse il più umano. Motterlini riconosce che una parte dei clima-scettici e dei sostenitori di teorie del complotto parte da un disagio psicologico: ansia, senso di impotenza, perdita di controllo. Qui l’autore compie un’operazione rara: distingue l’empatia dall’indulgenza.
I dati vanno difesi e la disinformazione smascherata, ma il solo debunking non basta. Serve anche un lessico di cura fatto di ascolto, strumenti e supporto. Non per assolvere tutto come “opinione”, né per liquidare con disprezzo, ma per spostare la domanda da “come confuto?” a “come ricompongo?”.
La prima: i bias cognitivi non sono un alibi. La mente conta, ma contano anche interessi, rendite e poteri consolidati – e il libro li integra nel quadro.
La seconda: la disinformazione non è un destino inevitabile. Se la falsità corre veloce, la risposta non è arrendersi, ma progettare meglio spazi, incentivi e messaggi, sapendo che l’attenzione è una risorsa scarsa.
Per leggere Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai servono due lenti: una lunga, per il problema (scienza e dati), e una corta, per capire perché restiamo immobili (bias ed emozioni). È un libro importante perché sposta la sfida dal “sapere” al “riuscire a fare”, senza scorciatoie motivazionali né cinismo.
Alla fine, resta una domanda semplice, da sciatori seri: vogliamo continuare a raccontarci che la pista è ancora rossa, o siamo pronti – finalmente – a imparare a stare in piedi sulla nera?