Sostenibile conviene (ancora)
Negli ultimi mesi, seguendo una parte del dibattito mediatico e politico italiano ed europeo, sembrerebbe che il mondo abbia finalmente “rimesso i piedi per terra”. Secondo que
Dalla COP30 di Belém alla conferenza di Santa Marta: il 2026 potrebbe segnare l’avvio concreto del phase-out globale delle fonti fossili.
Potrà forse sorprendere chi non lo ha mai letto, ma lo storico Accordo di Parigi per la riduzione delle emissioni di gas serra raggiunto alla Cop21 di fine 2015 non cita mai le fonti fossili. Eppure, carbone, petrolio e gas fossile sono responsabili di quasi il 90% di tutte le emissioni di anidride carbonica. Dunque, è prima di tutto sulla dipendenza patologica del modello di sviluppo dai combustibili fossili che occorre intervenire se si vuole provare a frenare il collasso climatico in corso.
C’è allora chi ha pensato qualche anno fa che era necessario lavorare a un accordo complementare a quello di Parigi per pianificare il progressivo abbandono delle fonti fossili su scala globale. È nata così un’iniziativa il cui percorso in questi anni fa venire in mente una celebre espressione che in molti attribuiscono al Mahatma Gandhi e che altri invece fanno risalire a un sindacalista statunitense di inizio secolo scorso, Nicholas Klein, e che suona più o meno così: prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, poi vinci. Ecco, all’ultima Cop30 tenutasi a novembre dello scorso anno in Brasile, a Belém, l’iniziativa di cui stiamo parlando sembra sia finalmente entrata nella fase in cui il traguardo comincia a intravedersi. Anche se non c’è da farsi illusioni: la strada sarà ancora lunga e soprattutto le resistenze enormi, ma non è una novità.
A Belém, quando al summit sul clima – che purtroppo, per usare un eufemismo, non passerà alla storia per i risultati raggiunti – le negoziazioni volgevano agli sgoccioli, il governo della Colombia e il governo dei Paesi Bassi hanno annunciato la prima Conferenza internazionale sulla giusta transizione dai combustibili fossili. Si terrà il 28-29 aprile 2026 in Colombia, a Santa Marta, città portuale che svolge un ruolo significativo nelle esportazioni di carbone del Paese sudamericano.
Si tratta di un evento senza precedenti. Ma soprattutto di un evento che non viene organizzato sotto l’ombrello dell’Onu. Come a sottolineare che il percorso ormai trentennale delle Cop (la prima si tenne a Berlino nel 1995) non è più l’unico e forse neanche quello principale a cui si guarda per mettere a terra azioni finalmente concrete contro la crisi climatica. Proprio quelle che alle Cop, letteralmente invase da lobbisti dell’industria fossile, si attendono sempre e non arrivano mai.
In ogni caso è stato un segnale importante, e lo si può interpretare come una sorta di legittimazione istituzionale, il fatto che a Belém la presidenza brasiliana della Cop30 abbia annunciato di sostenere la conferenza di Santa Marta. Per giunta indicandola come spazio in cui iniziare a definire una precisa tabella di marcia, di cui a Belém si è parlato tantissimo, per la transizione che dovrà consegnare le fossili alla storia.
A preparare con pazienza il terreno perché si arrivasse a poter anche solo pensare di organizzare una conferenza internazionale sulla transizione dalle fossili, è stata l’iniziativa per un Trattato internazionale di Non-Proliferazione dei combustibili fossili, o Fossil Fuel Treaty come viene indicata di solito. È questa l’iniziativa di cui dicevamo. E che oggi probabilmente non è esagerato considerare, nel contesto internazionale, il principale faro di luce che tiene accesa la speranza di avviare e gestire in modo coordinato a livello globale l’eliminazione graduale delle fossili.
Il Fossil fuel Treaty è stato presentato ufficialmente alla Climate Week di New York nel settembre del 2020. È modellato sul Trattato di Non-Proliferazione delle armi nucleari entrato in vigore nel 1970, di cui riprende l’articolazione su tre pilastri. Si basa sulla similitudine fra combustibili fossili e armi nucleari, nel senso che se in quegli anni del secolo scorso le armi nucleari erano le armi di distruzione di massa per eccellenza, nella nostra epoca si devono considerare armi di distruzione di massa anche le fonti fossili, causa prima della crisi climatica.
I tre pilastri del Treaty sono la non proliferazione, l’eliminazione graduale (il phase-out) e la giusta transizione. Il primo chiede lo stop all’ulteriore espansione del business legato a petrolio, carbone e gas fossile. Il secondo riguarda la definizione di un piano per ridurre e progressivamente eliminare l’attuale produzione di combustibili fossili, dove le nazioni più ricche e sviluppate, e più responsabili storicamente delle emissioni di gas serra, devono fare di più e più in fretta. Il terzo, infine, si concentra sulla giusta transizione verso un mondo alimentato a energia rinnovabile, cioè sul concetto del non lasciare nessuno indietro: Paesi, comunità, lavoratori.
Facile a dirsi, ciclopico a farsi. Ed è per questo che il Treaty, quando ha cominciato a muovere i primi passi, suscitava lo scetticismo dei più. Passo dopo passo, però, si è costruito credibilità. Ha attirato attenzione. Si è guadagnato il centro della scena. E lo ha fatto a suon di risultati, macinando adesioni.
I destinatari del Fossil fuel Treaty sono ovviamente gli Stati. Tuttavia, una gran varietà di istituzioni e organizzazioni, oltre che di singoli individui, hanno spinto l’iniziativa aiutandola letteralmente a decollare: città, parlamentari, istituzioni medico-sanitarie, scienziati e accademici, premi Nobel, istituzioni e leader religiosi, società civile. E, dal 2023, anche aziende e istituzioni finanziarie, per le quali è stato sviluppato un percorso di adesione specifico, con criteri particolarmente stringenti.
I numeri sono in costante e sempre più rapido aggiornamento: nel momento in cui si scrive, al Treaty – che ha il sostegno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e del Parlamento Ue – aderiscono quasi 150 città da tutto il mondo, oltre 4mila organizzazioni della società civile, una settantina di realtà profit (la prima banca del mondo ad aderire è stata Triodos Bank a fine 2023), più di 850 parlamentari, oltre 3mila scienziati e accademici. Soprattutto, 18 Paesi (uno di questi è la Colombia, l’ultimo ad aderire proprio alla Cop30 è stata la Cambogia) sono formalmente impegnati nelle discussioni per lo sviluppo del Trattato.
Nel 2025 è stata toccata la cifra di un milione di adesioni al Treaty da parte di singoli individui. Il che significa che l’iniziativa può oggi contare anche su un rilevante sostegno popolare dal basso. Evidentemente sono sempre di più le persone che hanno trovato nel supporto al Treaty un modo di passare dalla denuncia dell’azione insufficiente sul clima, specie da parte dei governi, all’azione diretta. Persone che non sanno più in che altro modo dire che “quando è troppo è troppo”, con le fonti fossili. Che è esattamente quello che qualche anno fa, in vista della Cop27 di fine 2022 in Egitto, aveva detto il cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale in Vaticano: «Quando è troppo è troppo. Tutte le nuove esplorazioni e produzioni di carbone, petrolio e gas devono cessare immediatamente (..) Il proposto Trattato di non Proliferazione dei combustibili fossili dà grandi speranze di integrare e rafforzare l’Accordo di Parigi».
L’anno scorso la Corte internazionale di Giustizia ha emesso uno storico parere in cui ha chiarito che gli Stati hanno l’obbligo legale di proteggere l’ambiente e il sistema climatico, anche con riferimento a produzione, concessione di licenze, sussidi ai combustibili fossili. Non c’è spazio, e non c’è più tempo, per fraintendimenti. Il Treaty si propone come lo strumento con cui il mondo può finalmente passare dalle dichiarazioni ai fatti. A partire dal grande appuntamento in Colombia.