Il ritorno del corsivo nell’era dei tablet
Per anni sembrava una battaglia persa. Tablet, tastiere e smartphone avevano trasformato la scrittura a mano in una competenza sempre meno centrale, quasi un retaggio del passato d
Tra pressione della performance, confronto continuo sui social e incertezza sul futuro, cresce il disagio soprattutto tra i più giovani. Riconoscere quando una reazione fisiologica comincia a interferire con la vita quotidiana è il primo passo per intervenire.
L’ansia viene spesso vissuta come un’invitata sgradita: un nemico silenzioso che paralizza i pensieri oppure accelera improvvisamente i battiti senza un apparente motivo logico. Eppure, uno dei primi passi per comprenderla consiste proprio nel mettere in discussione questa rappresentazione.
L’ansia non è un difetto del nostro sistema nervoso né, tantomeno, una debolezza caratteriale. Nella sua funzione originaria è un segnale biologico ed evolutivo prezioso, una sentinella progettata per proteggerci e metterci in allerta di fronte a una possibile minaccia.
Il problema nasce quando questa sentinella continua a suonare anche quando il pericolo non c’è o quando la sua intensità diventa tale da condizionare la vita quotidiana. È qui che comprendere, ascoltare e, quando necessario, chiedere supporto diventa essenziale.
Come capire se l’ansia sta facendo il suo lavoro oppure sta diventando disfunzionale? La linea di demarcazione passa soprattutto attraverso tre elementi: intensità, durata e pervasività.
Un certo livello di ansia è . Prima di un esame, di un colloquio di lavoro, di una gara o di un evento importante può renderci più vigili e persino migliorare concentrazione e performance. È una risposta proporzionata a ciò che sta accadendo e tende a ridursi quando la situazione che l’ha provocata si conclude.
Diverso è il caso in cui l’allarme si attivi anche in assenza di una minaccia oggettiva, raggiunga un’intensità sproporzionata o persista fino a compromettere la vita sociale, scolastica, lavorativa, affettiva o familiare. È soprattutto l’interferenza con la quotidianità a rappresentare un elemento da non sottovalutare.
L’ansia non riguarda soltanto i pensieri. È un’esperienza che coinvolge contemporaneamente corpo e mente. A livello fisiologico può innescare la classica risposta di “attacco o fuga”: il cuore accelera, il respiro diventa più corto, i muscoli si tendono. Possono comparire tachicardia, senso di costrizione al petto, vertigini, tensioni muscolari o disturbi gastrointestinali.
Sul piano psicologico e cognitivo può invece manifestarsi attraverso uno stato di continua ipervigilanza, difficoltà di concentrazione e un rimuginio che tende a riportare continuamente la mente verso scenari negativi: e se succedesse qualcosa? E se non fossi in grado di affrontarlo?
Le manifestazioni fisiche e psicologiche dell’ansia, però, non sono necessariamente qualcosa da combattere. Possono essere interpretate anche come segnali che invitano a prestare attenzione a ciò che stiamo vivendo e ai nostri bisogni emotivi. È uno dei temi raccontati anche nella graphic novel Perché sei qui?: ascoltare ciò che accade nel corpo può diventare un modo per comprendere meglio quello che sta succedendo dentro di noi.
Per ragazze e ragazzi l’ansia si inserisce oggi in un contesto sociale particolarmente complesso. La pressione verso la performance, il confronto continuo favorito dai social network e l’incertezza rispetto al futuro possono contribuire ad alimentare una sensazione di instabilità.
Scuola, università, ingresso nel mondo del lavoro, relazioni e costruzione della propria identità si sviluppano in un ambiente nel quale il confronto è potenzialmente continuo. Successi, risultati, corpi, esperienze e stili di vita degli altri sono sempre visibili e sembrano offrire un termine di paragone permanente.
A questo si aggiunge l’incertezza economica, formativa e professionale. Quando diventa difficile immaginare ciò che accadrà domani, può diminuire la percezione di avere il controllo sulla propria vita. E anche l’ambiguità, l’errore o il fallimento possono diventare più difficili da tollerare. Il rischio è trasformare la ricerca legittima di sicurezza nella pretesa di poter controllare ogni variabile.
Di fronte all’ansia la reazione più intuitiva è cercare di eliminarla. Ma tentare continuamente di sopprimerla può produrre l’effetto contrario. Se interpretiamo ogni sensazione ansiosa come qualcosa di pericoloso da cui dobbiamo liberarci immediatamente, rischiamo di aumentare l’attenzione che le dedichiamo. Il primo passaggio può essere allora provare a decodificarne il segnale, chiedendoci che cosa abbia attivato quella reazione e perché quella situazione sia così importante per noi.
L’ansia può segnalare che qualcosa ci sta a cuore, che percepiamo una minaccia oppure che stiamo vivendo una situazione sulla quale sentiamo di avere poco controllo. Accoglierne la presenza non significa subirla passivamente, ma imparare a riconoscerla e comprenderla.
Ci sono però strategie apparentemente rassicuranti che possono contribuire a mantenere il problema. Una delle più comuni è l’evitamento. Rinunciare a una situazione che genera ansia può produrre un sollievo immediato, ma se questa strategia diventa sistematica il rischio è restringere progressivamente il proprio spazio di azione. Ogni rinuncia può rafforzare la convinzione di non essere in grado di affrontare ciò che ci spaventa.
Un altro comportamento frequente è l’ipercontrollo. Monitorare continuamente il battito cardiaco, controllare ogni sensazione fisica oppure cercare rassicurazioni ripetute può sembrare un modo per sentirsi più sicuri. In realtà, l’attenzione costante rivolta ai possibili segnali di pericolo rischia di mantenere elevato lo stato di allerta.
Il confine importante è ancora una volta quello della quotidianità: una strategia che inizialmente sembra proteggerci può diventare un problema quando comincia a limitare ciò che facciamo.
Non esiste un singolo sintomo che stabilisca automaticamente quando rivolgersi a un professionista. Un segnale importante arriva però dall’impatto dell’ansia sulla vita di tutti i giorni.
Se non è più episodica, interferisce con il sonno, rende difficile frequentare la scuola o l’università, condiziona il lavoro, limita le relazioni oppure porta a evitare sempre più situazioni, può essere utile chiedere un supporto professionale.
Il primo passo è verificare l’iscrizione del professionista all’Ordine degli Psicologi e richiedere un colloquio conoscitivo. È un momento utile per comprendere modalità, obiettivi e sostenibilità del percorso e per valutare anche un elemento essenziale della relazione terapeutica: sentirsi a proprio agio con la persona alla quale ci si sta affidando. Le barriere possono essere economiche, pratiche, culturali o emotive. Anche per questo parlare di salute mentale significa contribuire a rendere più normale la richiesta di aiuto.
L’ansia non coincide con l’identità di chi la sperimenta e non ne determina il valore. Può essere intensa, limitante e difficile da gestire, ma può anche essere riconosciuta, compresa e affrontata con gli strumenti appropriati.
Il primo passaggio è spesso molto semplice da formulare e molto più difficile da compiere: dare un nome a ciò che si prova e parlarne. È il principio al centro anche del libro Parlarne aiuta: rompere il silenzio permette di trasformare un’esperienza vissuta in isolamento in qualcosa che può essere condiviso e compreso.
In una società che invita continuamente a mostrare controllo, efficienza e performance, riconoscere una fragilità può sembrare controintuitivo. Ma comprendere quello che sentiamo, ascoltarlo e sapere quando cercare supporto significa acquisire strumenti per prenderci cura della nostra salute mentale.
Riferimenti bibliografici
Picozzi, F. (2023), Parlarne aiuta. Il libro per capire che forma ha la tua ansia, Longanesi, Milano.
Picozzi, F., Xella, G. (2024), Perché sei qui?, Tunué, Latina.