L’assistenza clienti ci sta scaricando?
Ormai è un’esperienza che facciamo tutti, drammaticamente e ripetutamente. Capita quando abbiamo un problema da risolvere o un reclamo da fare: la bolletta sbagliata, il pacco f
L'intelligenza artificiale migliora diagnosi, programmazione e produttività. Ma diversi studi mostrano un effetto inatteso: quando deleghiamo troppo alle macchine rischiamo di perdere competenze, attenzione e capacità di giudizio.
L’intelligenza artificiale promette di renderci più efficienti, più veloci e persino più precisi. In molti settori la promessa è già realtà: individua tumori difficili da riconoscere, suggerisce diagnosi, scrive codice informatico, organizza processi complessi e riduce gli errori. Ma proprio mentre le AI diventano strumenti sempre più affidabili, emerge una domanda che fino a pochi anni fa sembrava quasi paradossale: che cosa succede alle nostre competenze quando smettiamo di esercitarle?
Gli psicologi parlano di deskilling, cioè della progressiva perdita di abilità dovuta all’eccessivo affidamento sulla tecnologia. Non è un rischio teorico. Oggi i primi studi iniziano a documentarlo sia in ambito sanitario sia nel mondo dell’ingegneria del software, mostrando come la collaborazione con l’intelligenza artificiale possa produrre un effetto collaterale inatteso: migliorano le prestazioni immediate, ma può diminuire la capacità di apprendere, interpretare e decidere in autonomia.
La medicina è stata uno dei primi settori a comprendere il potenziale dell’intelligenza artificiale. Da anni gli algoritmi aiutano i radiologi a interpretare mammografie, TAC e risonanze magnetiche, mentre altri sistemi supportano la pianificazione delle terapie, l’organizzazione dei reparti e persino la precisione dei trattamenti radioterapici.
Il vantaggio è evidente. Un algoritmo non si affatica, non risente dello stress e può confrontare enormi quantità di dati in pochi secondi. In molti casi le sue prestazioni sono paragonabili, se non superiori, a quelle degli specialisti. Ma proprio questa efficienza apre un interrogativo nuovo: se è sempre l’AI a suggerire la risposta migliore, il professionista continuerà ad allenare il proprio giudizio clinico?
La preoccupazione è già diffusa tra gli operatori sanitari. Un’indagine di Wolters Kluwer condotta negli Stati Uniti evidenzia che il 77% dei medici e il 70% degli infermieri teme il deskilling, cioè la perdita graduale delle competenze professionali dovuta all’eccessivo affidamento sugli strumenti di intelligenza artificiale. Il timore nasce dall’esperienza quotidiana. Quando una tecnologia diventa estremamente affidabile, è naturale delegarle una parte crescente del lavoro cognitivo. Ma ciò che non viene più esercitato tende lentamente ad atrofizzarsi.
Una delle prime conferme sperimentali arriva da uno studio pubblicato su The Lancet Gastroenterology & Hepatology, realizzato da ricercatori europei, tra cui specialisti dell’Istituto Humanitas di Rozzano. Gli studiosi hanno analizzato oltre duemila colonscopie effettuate su più di 1.400 pazienti, confrontando le prestazioni degli endoscopisti prima e dopo l’introduzione dell’intelligenza artificiale nel reparto. Il risultato è sorprendente. Dopo tre mesi di utilizzo dell’AI la capacità dei medici di individuare gli adenomi, le lesioni pretumorali, è diminuita: il tasso di rilevazione è passato dal 28,4% al 22,8%, con una riduzione di circa sei punti percentuali.
Secondo gli autori non significa che l’intelligenza artificiale peggiori la qualità della diagnosi. Piuttosto suggerisce che il medico, sapendo di poter contare sul supporto dell’algoritmo, tende inconsapevolmente a delegare una parte del proprio processo decisionale.
Il fenomeno è stato commentato anche da Robert Wachter, docente dell’Università della California di San Francisco, che sulle pagine di Nature osserva come i medici possano diventare «meno motivati, meno concentrati e meno responsabili» quando affrontano decisioni cognitive con il continuo supporto dell’intelligenza artificiale.
Il fenomeno non riguarda soltanto la sanità. Anche nel settore tecnologico iniziano ad emergere segnali analoghi. Un gruppo di ricercatori di Anthropic ha coinvolto 52 ingegneri del software in un esperimento di programmazione. Tutti potevano consultare il web, ma soltanto metà disponeva anche di un assistente basato sull’intelligenza artificiale.
Al termine del test, gli sviluppatori che avevano utilizzato l’AI hanno mostrato una comprensione significativamente inferiore del codice prodotto. Le difficoltà maggiori riguardavano proprio le competenze più profonde, come individuare errori, collegare le informazioni e spiegare il funzionamento del programma appena scritto.
Il risultato preoccupa soprattutto per i professionisti più giovani. Crescendo in ambienti nei quali gli assistenti artificiali sono sempre disponibili, potrebbero ottenere prestazioni elevate senza acquisire realmente le basi della disciplina. In altre parole, aumenta la produttività, ma diminuisce l’apprendimento.
Non sarebbe la prima volta che una tecnologia modifica le nostre capacità cognitive. Quando i navigatori satellitari sono diventati di uso comune, numerosi studi hanno mostrato una progressiva riduzione della capacità di orientamento spaziale. Delegando costantemente il percorso al GPS, molte persone hanno smesso di costruire mappe mentali dell’ambiente circostante.
L’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare un passaggio ancora più profondo, perché non delega soltanto compiti manuali o logistici, ma anche attività che riguardano ragionamento, memoria, interpretazione e decisione.
Nessuno degli studi suggerisce di rinunciare all’intelligenza artificiale. Al contrario, i benefici sono ormai evidenti in moltissimi ambiti, dalla medicina all’ingegneria, passando per la ricerca scientifica. La sfida consiste nel progettare un rapporto diverso con questi strumenti. L’AI dovrebbe amplificare le capacità umane, non sostituirle completamente. Per farlo sarà necessario continuare ad allenare il pensiero critico, verificare i risultati prodotti dagli algoritmi e mantenere vive quelle competenze che permettono di comprendere, correggere e, quando necessario, mettere in discussione le risposte della macchina.
Perché il vero rischio non è che l’intelligenza artificiale diventi più intelligente di noi. È che noi smettiamo di esercitare l’intelligenza che già possediamo.