Perché i vanilla content ci sembrano tutti uguali

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Perché i vanilla content ci sembrano tutti uguali

L’intelligenza artificiale produce contenuti sempre più corretti e prevedibili. Ma quando la scrittura perde originalità, il rischio è svalutare creatività, lettura e giornalismo.

A tutti capita di avere amici dall’eloquio ripetitivo. Ma perché alcuni ci sembrano stupidi? Molte persone, nei discorsi quotidiani inseriscono parole utili a fare una pausa tra una frase e l’altra, a prendere fiato per trovare la parola successiva, ma anche a rendere il fraseggio ritmato e scorrevole. Si chiamano filler verbali e ne troviamo di ricorrenti in diverse lingue e generazioni.

Gli esempi inglesi? You know, I mean, Well, It’s like…

Quelli italiani? Del tipo, ossia, cioè, come dire…

Ognuno ha i propri. Ma finché i filler verbali sono utilizzati in ogni discorso quotidiano in quantità moderate sono accettabili. Assolvono la loro funzione, quindi passano inosservati. Quando invece i nostri amici ne riempiono le frasi, finiamo per distrarci e prestare attenzione solo ad essi, tanto che quasi perdiamo il filo del loro discorso: la nostra mente non si focalizza più sul senso di ciò che dicono, ma ci suggerisce altro. Dice che sono monotoni, poveri di lessico, forse un po’ stupidi.
Il motivo? A mettersi in moto è la nostra ricerca ossessiva di ricorrenze e di regolarità. È per questo che spesso rimaniamo incollati al già visto, al già sentito, al già letto senza cambiare letture, o scrittura, o gusti culinari. Ed è ciò che spesso accade quando leggiamo un testo scritto dall’AI. Ma facciamo un passo indietro.

Lo stile Schopenauer

Quando il filosofo Arthur Schopenhauer scrisse Sul mestiere dello scrittore e sullo stile era il 1851, e non poteva certo riferirsi criticamente ai fiumi di testi prodotti oggi dall’Intelligenza Artificiale. Eppure, già allora, secondo lui, solamente colui che, quando scrive, prende direttamente il materiale dalla sua testa è degno di essere letto. Si riferiva al fatto che molti scrittori, quando prendono le loro idee da altri libri e altri scrittori rimangono sempre sotto la loro influenza, e per conseguenza non raggiungono mai la vera e propria originalità.
Oggi, con il crescente uso dell’AI per la scrittura, quel “prendere da altri” è una pratica quotidiana comune; e ovviamente si somma a quella umana già descritta a suo tempo da Schopenhauer di prendere idee, espressioni e stili da altre opere creative e da altre persone. Ma il rischio di perdere originalità è lo stesso di allora, ed è altrettanto evidente.

Intelligenza informativa

Le ricorrenze di cui è piena la scrittura prodotta dall’IA, oggi ci soffermiamo su quella, ci portano a concentrarci sulla maniera, non sul significato o sul contenuto. «Non stai più leggendo una persona, stai leggendo uno stile», scrive l’autore Junio Caselli. Ed è uno stile basato su probabilità statistiche, con i suoi codici:

  • espressioni tipiche come “non è x ma y”;
  • adulazioni e preamboli;
  • elenchi;
  • precisazioni non richieste;
  • riformulazioni.

Il filosofo della scienza Luciano Floridi ne ha messi in fila parecchi e ci aiuta a scoprirli. E in qualche modo possiamo ricondurli alla nostra naturale propensione ad individuare modelli e schemi.  Ma perché lo facciamo? Perché ci è utile. Da sempre, la modellizzazione, chiamiamola pattern making, è un attrezzo informativo con cui scopriamo il mondo in modo efficiente ed efficace: individuiamo i pericoli, troviamo il cibo, riconosciamo amici e nemici attraverso un’innata capacità statistica. È l’ingrediente di base di quella che possiamo chiamare Intelligenza Informativa.

Il vanilla content

Ora, questa capacità, che ci fa notare anche gli stili di scrittura, dove ci porta? Non si tratta di una curiosità da poco, se consideriamo gli ingenti investimenti destinati alla creazione e al perfezionamento degli AI detector (5 miliardi di dollari entro il 2033), quei software per analizzare testi e determinare la probabilità che siano scritti con l’IA. Ma ammesso che ne siamo capaci, una volta individuati, cosa facciamo con questi testi spesso privi di dettagli ed esperienze, di personalità e originalità?
Come valutiamo quelli che possiamo chiamare i vanilla content, ovvero le informazioni e i contenuti che si somigliano come il gusto base di un gelato industriale? La risposta è che non attribuiamo ad essi molto valore.
Prendiamo il progetto avviato dalla ricercatrice Manav Raj nel 2023, alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania (The Artificial Intelligence disclosure penalty: humans persistently devalue AI-Generated creative writing). Valutati sulla base della creatività, della qualità e dell’apprezzamento, i testi prodotti con l’aiuto dell’AI sono considerati non autentici, e quindi scontano l’attribuzione di un rating negativo. Che per giunta dura nel tempo e attraversa anche contesti differenti. Ma facciamo un passo in più: cosa può succedere ai contenuti, ai testi o alle opere creative – dell’AI oppure umane – che gli utenti, i lettori considerano non autentici, senza qualità, né originalità?

CHI L’HA SCRITTO?

Vera o presunta, una storiella nell’ambiente della comunicazione e del giornalismo racconta di un incontro fortuito tra due Ceo, ad un party mondano.

Ehi, ho visto che hai pubblicato un libro! Chi te l’ha scritto? – azzarda il primo.

E a te chi l’ha letto? – risponde il secondo.

È un confronto simpatico.

Ma ci lascia intuire le conseguenze della creatività sintetica che ora dilaga, grazie al libero accesso a modalità di scrittura a buon mercato, che riducono quasi a zero l’esperienza diretta e lo sforzo cognitivo che essa comporta.

Consideriamo due elementi:

  • da una parte, l’uso dell’AI da parte dei giornalisti, per la scrittura e l’elaborazione di ricerche, è sempre più diffuso (il Muck Rack State of Journalism Report del 2026 parla dell’82%);
  • dall’altra, è altrettanto diffuso presso il settore delle pubbliche relazioni (il 76%) per scrivere comunicati stampa, lettere agli investitori, abbozzare post e contenuti corporate sui social media.

E questo pone una serie di domande:

  1. Se quindi da una parte non c’è più lo sforzo creativo per scrivere, che passa attraverso l’esperienza diretta, il pensiero, la raccolta di materiali e la verifica, perché dall’altra deve resistere lo sforzo analitico per elaborare, ricordare, ed esercitare una valutazione?
  2. Se da una parte aumenta il numero di autori che scrivono proposte editoriali con l’ausilio dell’IA, perché dall’altra non deve aumentare il ricorso all’AI presso gli editori, che la usano per analizzare il testo proposto e perfino elaborare la risposta da mandare all’autore?
  3. Se da una parte, in azienda, il direttore marketing che ha scoperto l’AI invia con crescente frequenza corposi progetti ai collaboratori, perché questi non dovrebbero usare l’IA per leggerli e rispondergli?

Il costo cognitivo di leggere testi scritti con l’IA, infatti, anche se tutt’altro che originali e interessanti, è elevato; tanto che un importante editor americano, Josh Bernoff, suggerisce provocatoriamente di alzare del 50% il prezzo dell’editing dei prodotti realizzati dall’IA. Possiamo quindi ipotizzare che verranno subappaltati alla tecnologia entrambi i fronti dello sforzo: scrivere e leggere. Ma con quali conseguenze cognitive, se il materiale non passerà più per le dita come scriveva Schopenhauer – senza aver subìto nella testa il pagamento del dazio di transito né l’ispezione, per non parlare di un’elaborazione?

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​Antonio Belloni è nato nel 1979. È Coordinatore del Centro Studi Imprese Territorio, consulente senior di direzione per Confartigianato Artser, e collabora con la casa editrice di saggistica Ayros. Scrive d'impresa e management su testate online e cartacee, ed ha pubblicato Esportare l'Italia. Virtù o necessità? (2012, Guerini Editori), Food Economy, l'Italia e le strade infinite del cibo tra società e consumi (2014, Marsilio) e Uberization, il potere globale della disintermediazione (2017, Egea).