La scuola dei miliardari contro l’università tradizionale

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La scuola dei miliardari contro l’università tradizionale

Da Elon Musk a Peter Thiel, i protagonisti della rivoluzione tecnologica non si limitano più a costruire aziende: stanno provando a reinventare anche la formazione. Tra AI, startup e saperi di confine, la sfida riguarda il valore stesso della conoscenza nell'era digitale.

Quando la giornalista gli ha chiesto «quale università consiglierebbe a mio figlio quattordicenne, per diventare un bravo ingegnere automobilistico?», senza pensarci troppo Elon Musk le ha risposto “fisica”. La sua ragione? «Perché la fisica insegna a scomporre i fatti e cercare soluzioni partendo da zero». È di certo una risposta personale e magari sembra autoriferita (Musk ha fatto fisica). In verità dice molto del tarlo che ha scavato nella mente di molti dei personaggi che oggi governano il nostro nuovo mondo tecnologico.

Quali sono le scuole create dalle tech-élite?

Come altri, anche Musk ha infatti elaborato una sua idea riguardo alla formazione e all’università, sbocciata poi nella fondazione di Astra Nova School, una scuola per i suoi figli e quelli dei dipendenti della sua azienda SpaceX. Ha anche preso in prestito i metodi montessoriani e, avendo una posizione molto critica nei confronti del sistema universitario statunitense, ha lanciato una sua offerta formativa proponendo l’apertura di un’università: la Texas Institute of Technology and Science.
Giusto a qualche chilometro dagli uffici di SpaceX e di Boeing di Austin. Sarà un caso, ma anche il fondatore di PayPal, Peter Thiel, si è fatto un’idea negativa sulla formazione tradizionale, vedendola impoverita, lui che si è comunque laureato a Stanford University, della capacità di favorire contaminazioni tra discipline ed esperienze.
È un pensiero radicale anche quello di Thiel. Tanto che ha deciso di finanziare un programma di borse di studio per convincere gli studenti (con 250.000 dollari in due anni) ad abbandonare l’università per creare startup e lavorare a progetti di ricerca. Da dove arrivano queste idee? Non è chiaro se le tech-élite vogliano formare dei geni, materia prima preziosa e scarsa perfino sul piano geopolitico e utilissima a chiunque voglia fare innovazione tecnologica, oppure creare una propria forza lavoro adatta alle loro aziende. Magari cercano entrambe le cose, ma non è questo il punto. Ad essere interessanti sono gli ingredienti della ricetta che propongono.

Perché Musk e Thiel criticano l’università

Dunque, quale dovrebbe essere, per le tech-élite, il futuro della formazione? Come sarà fatta? «Creare startup, lavorare a progetti di ricerca, ma anche dare vita a movimenti sociali» sono promesse formative troppo generiche per andar bene alle facoltà tradizionali, che invece devono esporre con precisione, sulle loro pagine web, «cosa saprai fare alla fine degli studi». Eppure, le intenzioni formative delle tech-élite sono sempre sembrate molto chiare. Fin da quando Steve Jobs dovette passare a Tim Cook il testimone di Apple, e pensò bene di dar vita a un’università in cui i manager della sua azienda partecipavano a corsi come questo: “Cosa rende Apple Apple”.
Più che insegnare materie, volevano e vogliono ancora insegnare e disseminare – come direbbero loro – i processi e i metodi di lavoro che ispirano le scelte e le traiettorie delle loro imprese. L’idea di fondo è che queste moderne e certamente privilegiate caste economiche e tecnologiche vedano – o meglio spingano – il mondo a una velocità folle, a cui le tradizionali istituzioni faticano ad adeguarsi. La loro esistenza, il loro stesso ruolo li impegna a pensare, o meglio a disegnare i prodotti di domani, piegando l’azienda verso un adattamento necessario a contesti che cambiano e che chiedono alle organizzazioni di evolvere rapidamente. E così anche alle persone che vi lavorano.

Formare persone per il cambiamento continuo

Ma quindi, con chi se la prendono? Qual è la parte della formazione che vogliono cambiare? Non servivano le élite tecnologiche a spiegare che le università o i college fatichino a intercettare i cambiamenti di contesto tecnologico, economico e sociale, fatichino ad adattarvisi e quindi fatichino a cambiare i propri processi, più che la loro offerta. Ci ha anzi pensato un accademico a farlo, Peter Fleming, con un libroDark Academia, How Universities Diecritico fino in fondo, sia con i rituali e le burocrazie delle istituzioni universitarie, sia con il loro prestare il fianco alle logiche di mercato. Ma pur avendole definite istituzioni zombie, Fleming non poteva immaginare, quando l’ha scritto nel 2021, che sarebbero arrivati altri nuovi nemici ad appesantire strutture, processi e metodi di insegnamento.

L’intelligenza artificiale mette in crisi il modello tradizionale

In una famosissima presentazione del 1997 sulla filosofia fondativa di Apple, Steve Jobs coniò una delle più celebri espressioni sulla centralità del cliente nell’epoca dello sviluppo tecnologico. «Comincia con il consumatore, poi a ritroso con la tecnologia». E da cosa è influenzato in modo massivo il nostro consumatore moderno di conoscenza? Cosa plasma le scelte originarie e i pensieri di chi oggi comincia a studiare, come il figlio della giornalista che ha intervistato Musk? In cima alla lista dei ricercati c’è l’intelligenza artificiale. Perché uno studente dovrebbe continuare a pagare un’istituzione e il suo trasferimento di informazioni, quando quelle stesse informazioni sono fornite gratuitamente dall’AI? È la domanda che pone il professor Hollis Robbins dell’Università dello Utah. Facoltà equivalenti e standardizzate, insegnamenti generalizzati e conoscenze che oggi molti studenti percepiscono come facilmente accessibili attraverso strumenti di AI generativa.

Quale conoscenza ha ancora valore nell’era dell’AI

Qual è dunque la conoscenza che potrebbe avere oggi maggior valore? Qual è quella che le élite tecnologiche considerano davvero preziosa?
Se apriamo il sito web della Fellowship finanziata da Thiel troviamo una possibile risposta. È una citazione di Platone: «La conoscenza acquisita sotto costrizione non fa presa sulla mente». Ed è seguita da questo ragionamento: «L’università può essere utile per imparare cosa è stato fatto prima, ma può anche scoraggiarti dal fare qualcosa di nuovo. Ciascuno dei nostri colleghi traccia un percorso unico; insieme hanno dimostrato che i giovani possono avere successo pensando con la propria testa invece di seguire un percorso tradizionale e competere su vecchi percorsi di carriera».

Il ritorno del sapere di frontiera

Quello che cercano di offrire le tech-élite, e che evidentemente cercano gli studenti disillusi da un sapere che non è più originale né unico se può essere replicato dall’AI, è una conoscenza speciale. Lo racconta bene proprio Robbins in un’intervista al New Yorker. L’offerta universitaria di oggi dice alla facoltà “non sei speciale”, mentre dice allo studente “tu sei speciale”. Dovrebbe invece fare il contrario e chiedersi: qual è la conoscenza specifica che possediamo e che l’intelligenza artificiale non possiede? La risposta è la conoscenza spinta al limite, alla ricerca estrema del nuovo, non del noto. Ma anche una conoscenza di confine, capace di contaminarsi con altre discipline anziché restare rigidamente incasellata nel proprio settore. L’idea è che lo studente torni a considerare importante chi insegna una materia – come quando si prendeva il treno per Parigi per seguire una lezione di Sartre – e non soltanto il nome della facoltà. E che torni a riconoscere valore nell’esperienza di studio, come quella di un giovane apprendista arrivato nella bottega di Verrocchio nella Firenze del Rinascimento. Non tanto nella tecnica o nel sapere standardizzato fine a sé stesso. Ma in ciò che resta raro, irripetibile e difficilmente trasformabile dall’intelligenza artificiale in una semplice commodity.

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​Antonio Belloni è nato nel 1979. È Coordinatore del Centro Studi Imprese Territorio, consulente senior di direzione per Confartigianato Artser, e collabora con la casa editrice di saggistica Ayros. Scrive d'impresa e management su testate online e cartacee, ed ha pubblicato Esportare l'Italia. Virtù o necessità? (2012, Guerini Editori), Food Economy, l'Italia e le strade infinite del cibo tra società e consumi (2014, Marsilio) e Uberization, il potere globale della disintermediazione (2017, Egea).