L’economia del “quanto basta” è già iniziata?

Avatar photo
Environment


L’economia del “quanto basta” è già iniziata?

Per oltre due secoli abbiamo considerato la crescita economica un obiettivo indiscutibile. Oggi, tra crisi climatica, perdita di biodiversità e nuove disuguaglianze, sempre più istituzioni internazionali guardano a un'idea radicale: un'economia che non cresce all'infinito ma cerca un equilibrio duraturo tra benessere umano e limiti del pianeta.

Per oltre due secoli abbiamo raccontato il progresso con una parola sola: crescita. Più produzione, più consumi, più investimenti, più Pil. Crescere è diventato il verbo universale dell’economia moderna. Tanto che mettere in discussione questo principio è sembrato a lungo quasi un’eresia. Ma qualcosa sta cambiando. Negli ultimi anni alcune delle più importanti istituzioni internazionali hanno iniziato a interrogarsi apertamente su una domanda che fino a poco tempo fa sembrava impensabile: e se la crescita economica non fosse più la soluzione, ma parte del problema? Non si tratta più soltanto di una riflessione accademica. È un dibattito che attraversa organismi scientifici, agenzie internazionali e organizzazioni delle Nazioni Unite. E che ruota attorno a una proposta tanto semplice quanto rivoluzionaria: imparare a vivere entro i limiti del pianeta.

Tra le idee che stanno emergendo c’è quella della steady state economy, l’economia dello stato stazionario. Un modello che non punta alla crescita infinita, ma alla ricerca di un equilibrio duraturo.

Dalla decrescita al mondo post-crescita

I segnali si moltiplicano da anni. Nel 2021 l’Agenzia Europea per l’Ambiente pubblicava il rapporto Growth without Economic Growth, criticando il dogma della crescita economica e invitando a esplorare alternative come la decrescita e la post-crescita. Nel 2022 anche l’IPCC, il gruppo scientifico dell’ONU sul cambiamento climatico, inseriva per la prima volta il tema della decrescita nel proprio rapporto di valutazione, osservando come le crisi climatiche e finanziarie degli ultimi decenni abbiano alimentato l’interesse per modelli economici alternativi.

Nel febbraio 2026 è stato poi l’IPBES, la piattaforma delle Nazioni Unite dedicata alla biodiversità, a indicare nell’attività economica insostenibile e nell’ossessione per la crescita una delle principali cause della perdita di natura e biodiversità.
Infine, nel giugno 2026, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha presentato una roadmap per sradicare la povertà “oltre la crescita”, sostenendo che affidarsi esclusivamente all’aumento del Pil si è rivelato inefficace dal punto di vista sociale e insostenibile da quello ambientale. Messi insieme, questi passaggi raccontano una trasformazione culturale profonda: la crescita non è più considerata automaticamente sinonimo di benessere.

L’economista che sfidò il vangelo della crescita

Il principale teorico dell’economia dello stato stazionario è stato l’economista statunitense Herman Daly. Le sue riflessioni iniziano negli anni Settanta, ma affondano le radici ancora più indietro nel tempo. Già nell’Ottocento il filosofo ed economista John Stuart Mill aveva immaginato una società capace di raggiungere una condizione di stabilità economica senza inseguire una crescita perpetua. Daly sviluppò questa intuizione in una vera teoria economica. Nel libro Steady-State Economics, pubblicato nel 1977, sosteneva che un’economia non può continuare ad espandersi all’infinito in un pianeta che, per definizione, è finito. Quando morì, nel 2022, il New York Times lo ricordò come l’uomo che aveva sfidato “il vangelo economico della crescita”.

La metafora della vasca da bagno

Per capire l’economia dello stato stazionario si può immaginare una vasca da bagno. Se continuiamo a riempirla senza fermarci, prima o poi l’acqua trabocca. Allo stesso modo, se continuiamo ad aumentare produzione, consumi e utilizzo delle risorse naturali, prima o poi superiamo la capacità del pianeta di rigenerarsi.

L’obiettivo della steady state economy non è svuotare la vasca, ma mantenerne costante il livello. Significa trovare un equilibrio tra ciò che preleviamo dalla natura e ciò che la natura è in grado di rigenerare. Tra le risorse che utilizziamo e i rifiuti che il pianeta riesce ad assorbire. In questa prospettiva, crescita e decrescita vengono considerate entrambe condizioni temporanee. Il vero obiettivo di lungo periodo è la stabilità.

Un’economia che misura il benessere, non solo il Pil

Questo approccio mette in discussione una delle convinzioni più radicate della modernità: l’idea che più significhi necessariamente meglio. La steady state economy propone invece di separare il concetto di benessere da quello di crescita quantitativa. Una società può migliorare la qualità della vita, ridurre le disuguaglianze, garantire servizi migliori, innovare tecnologicamente e aumentare il benessere collettivo senza dover necessariamente produrre e consumare sempre di più. In questa visione, temi come la soddisfazione dei bisogni fondamentali, l’accesso ai servizi essenziali e la distribuzione della ricchezza diventano più importanti dell’incremento costante del Pil.

Dall’AI alla demografia: cosa cambia nella pratica

Le implicazioni concrete sono molteplici. Secondo i sostenitori dell’economia dello stato stazionario, ad esempio, anche le scelte sulla dimensione della popolazione e sull’uso delle tecnologie dovrebbero essere valutate alla luce dell’equilibrio complessivo tra consumi e capacità ecologica.

Per questo il Center for the Advancement of the Steady State Economy (CASSE) ha osservato con interesse il dibattito svizzero sulla limitazione della popolazione residente, interpretandolo come una riflessione sulla sostenibilità dei consumi complessivi. Allo stesso modo, l’organizzazione ha sostenuto la proposta avanzata negli Stati Uniti di rallentare la proliferazione dei data center legati all’intelligenza artificiale, chiedendo una maggiore valutazione degli impatti ambientali e sociali e un coinvolgimento diretto delle comunità locali. Temi apparentemente lontani tra loro che condividono la stessa domanda: quanto è abbastanza?

Dall’era del “di più” all’era del “quanto basta”

Forse il passaggio più interessante non riguarda l’economia, ma la cultura. Per generazioni abbiamo vissuto dentro una narrazione che associava automaticamente l’aumento delle quantità al miglioramento delle condizioni di vita. Più beni, più energia, più velocità, più produzione. Herman Daly sosteneva che la vera sfida fosse sostituire un principio con un altro.

Abbandonare il paradigma del more is better — “di più è meglio” — per abbracciare quello del enough is best. “Abbastanza è meglio”. Un’espressione che può sembrare controintuitiva in un mondo costruito sulla crescita continua. Ma che, davanti alle crisi ambientali e sociali del XXI secolo, sta smettendo di apparire così radicale come sembrava un tempo.

Avatar photo

Giornalista, blogger, storytweeter. Laurea alla Bocconi. Da metà anni ’90 segue il dibattito sui temi di finanza sostenibile, csr, economia sociale. Blogga su mondosri.info. Homo twittante.​​​​