La siccità in Italia sta cambiando il nostro rapporto con l’acqua
Per anni la siccità è stata percepita come un fenomeno eccezionale, legato a stagioni particolarmente calde o a periodi di scarse precipitazioni. Oggi, però, il quadro è cambia
Mentre la riduzione delle emissioni resta indispensabile, città e comunità devono imparare a convivere con temperature sempre più estreme. Dai tetti bianchi in India ai rifugi climatici urbani, la nuova sfida è rendere abitabile un mondo già più caldo.
Negli slum indiani come quelli di Ahmedabad, in India, d’estate si sta male. Le case in questi posti sono fatte di lamiera, soprattutto i tetti. E spesso dentro non c’è ventilazione. Nei molti momenti in cui il termometro supera i 40 gradi (ad Ahmedabad succede anche che si sfiorino i 50) le persone, semplicemente, soffrono. Già diversi anni fa gli abitanti raccontavano ai pochi giornalisti che si avventurano da quelle parti che il caldo stava diventando così intenso da non riuscire più a fare niente. Dopo un po’ a certe temperature diventa difficile anche soltanto muoversi.
In zone come queste, e non solo in India, si è cominciato a dipingere i tetti di bianco. Una misura di cui si è parlato molto qualche anno fa come fosse qualcosa di esotico e bizzarro, ma che a stretto giro potrebbe diventare utile anche in Italia. Si usa una vernice riflettente: l’idea è di provare a respingere la luce solare invece di assorbirla negli edifici.
I risultati variano da zona a zona, ma è una misura efficace: nei contesti più fortunati dopo aver verniciato il tetto e l’intera casa la temperatura all’interno può calare anche di cinque o sei gradi. Il massimo dell’efficacia lo si ha se parliamo di metallo e se la casa si trova ad alta quota, dove il sole è molto forte ma l’aria si scalda meno. Comunque, in linea di massima, funziona un po’ ovunque.
In India ci sono addirittura associazioni e progetti pubblici che si occupano di questo: provare a rendere abitabili (e meno roventi) le abitazioni dei più poveri. Migliaia di famiglie sotto la soglia di povertà che senza misure minime, come la ventilazione dentro casa o dei tetti isolati, rischiano di subire il caldo in modo feroce e potenzialmente letale.
Quella dei tetti dipinti di bianco è una storia piccola, locale, quasi artigianale. Ma dice una cosa generale e importante anche per noi: bisogna cambiare strategia di fronte alla crisi climatica. Non bastano le politiche per diminuire le emissioni e mitigare il cambiamento climatico. Servono anche, già oggi, delle misure per combattere gli effetti presenti.
Per anni abbiamo parlato di clima solo in un modo: dicendo che dovremmo inquinare di meno. Il nostro dibattito sul tema è stato quasi interamente dominato dall’idea di mitigazione. Cioè ridurre le emissioni, decarbonizzare l’industria, sostituire i combustibili fossili con le rinnovabili, rispettare gli obiettivi fissati dagli accordi internazionali. Tutte idee giuste, ci mancherebbe, ma nel frattempo, mentre noi discutiamo di decarbonizzazione, il pianeta è già più caldo e milioni di persone hanno bisogno di soluzioni immediate.
Ogni anno è l’anno più caldo mai registrato, ogni estate batte un nuovo record. Oggi, nel 2026, le ondate di calore sono arrivate a fine maggio. Cioè in primavera, mica d’estate. Negli ultimi anni, in Italia, abbiamo raggiunto i 48,8°. Le temperature oltre i 36 gradi (oltre la nostra temperatura corporea noi umani proviamo un certo fastidio) stanno diventando più comuni e questo vuol dire essenzialmente che ci sono delle soluzioni da trovare subito.
Passare dalla mitigazione all’adattamento non è facile. Bisogna parlare anche d’altro, oltre che delle emissioni. Bisogna fare anche altro, oltre alla transizione energetica. E bisogna anche pensare ad altro, a idee e soluzioni nuove, a sofferenze che non avevamo preso in considerazione e a compassioni che non pensavamo di dover provare. Chi è più povero e non può permettersi l’aria condizionata, durante un’ondata di calore, rischia di essere una persona esclusa dal benessere e dalla vita sociale. Se poi quella persona ha una disabilità, un lavoro usurante o un’altra patologia allora le cose si sommano.
Nel 2026 è stato pubblicato uno studio interessante su questi temi. Un gruppo di ricercatori con a capo il dottor Luke Parsons, climatologo della Nature Conservancy, ha analizzato 75 anni di dati climatici globali per capire come e quanto il riscaldamento stia già modificando la vita quotidiana delle persone. Non in termini astratti di gradi centigradi o parti per milione di CO₂, ma in termini concreti e fisici: quante ore all’anno una persona può stare fuori casa senza mettere a rischio la propria salute. I risultati sono pesanti. Il numero medio globale di ore annue in cui il caldo limita gravemente l’attività degli adulti più giovani è raddoppiato rispetto agli anni Cinquanta. Per i più anziani quella soglia è passata da circa 600 ore l’anno a circa 900. In alcune aree del Golfo Persico, dell’Africa subsahariana e dell’Asia, gli anziani si trovano già in condizioni che i ricercatori definiscono di “vivibilità limitata”. Nel senso che per quasi 2mila-3mila ore l’anno, senza aria condizionata, non sarebbe sicuro svolgere nemmeno le attività più banali.
L’adattamento è un insieme di idee, di prospettive e di considerazioni, ma soprattutto di azioni. Bisogna adeguare le nostre case e le nostre città alle nuove temperature. Bisogna isolare tetti, sistemare le scuole, mettere l’aria condizionata in aule, uffici, carceri e case. Bisogna creare dei rifugi climatici, cioè posti in cui le persone si devono abituare ad andare durante un’ondata di calore.
Va fatto sia in Italia sia altrove e non è per niente facile, soprattutto perché adattare città, case, lavori, mansioni e orari costa cifre notevoli. In molte parti del mondo, più povere e più esposte al caldo, è ancora più difficile. Oltre 1,1 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso a sistemi di raffreddamento adeguati alla zona in cui vivono.