AI agent: la nuova evoluzione dell’intelligenza artificiale
Dopo il boom dei chatbot generativi come ChatGPT, il mondo dell’intelligenza artificiale sta entrando in una nuova fase. Al centro dell’attenzione ci sono gli AI agent, sistemi
L'intelligenza artificiale genera testi, immagini e musica, ma la paternità delle opere resta al centro di uno scontro tra innovazione, diritto e creatività. Ecco come stanno cambiando le regole in Europa, negli Stati Uniti e in Italia.
Musica, arti visive, letteratura, giornalismo, coding e tanto altro. L’impatto dell’intelligenza artificiale generativa è variegato ed esteso. Tante sono le conseguenze del suo sviluppo, ma c’è un nodo tematico che continua a suscitare dibattiti e riflessioni: quello del rapporto tra IA e diritto d’autore. Una relazione che investe sia le modalità con cui questi modelli di IA sono costruiti, sia l’utilizzo degli stessi da parte degli utenti. Ma il rapporto tra IA e diritto d’autore è davvero così inconciliabile?
Secondo Simone Aliprandi, avvocato che negli ultimi anni ha studiato l’evoluzione del diritto d’autore nel nuovo scenario mediatico e tecnologico, il dibattito non è nuovo visto che «sul ruolo della macchina nella creazione di opere e contenuti si discute da anni». Per avere qualche esempio, basta risalire alla fervida discussione sull’uso delle fonti e sulla loro riproducibilità che «imperversava nella prima fase di internet, quella caratterizzata dall’esplosione del blogging. La creazione intellettuale negli ultimi 30-40 anni è stata sempre mediata dalla macchina e anche i modelli di AI Gen non fanno eccezione». Tutto come sempre, quindi? Non proprio.
«La vera novità oggi è che l’intervento della macchina è meno distinguibile e individuabile», osserva Aliprandi. Un’immagine fake o comunque alterata era sicuramente più semplice da individuare prima che l’IA diventasse autrice essa stessa di quella creazione.
Chi è quindi oggi l’autore del contenuto? La macchina, l’autore dei dati con cui l’AI è allenata, oppure ancora l’utente finale che utilizza l’output del modello? Secondo Aliprandi la risposta è netta: «l’autore è sempre quello con lo spunto creativo, non è di certo l’algoritmo. Con le debite proporzioni è come se provocatoriamente mi chiedessi: chi è l’autore del mio libro, io o il programma con cui l’ho scritto?». Come dire, senza la mano umana l’algoritmo non è in grado di produrre contenuti da solo, perché «l’IA è ancora un’imitazione dell’uomo, non è ancora indipendente dalla mano umana».
La questione, pertanto, è capire se la creazione dell’AI possa definirsi originale, anche se è derivata dall’analisi e dall’elaborazioni di dati e informazioni protette. La domanda non ha ancora una risposta organica tra i vari contesti normativi, tanto che nel mondo le strade intraprese sono molto differenti.
Sul tema l’Unione Europea e gli Stati Uniti presentano interpretazioni diverse. Sempre secondo Simone Aliprandi «il Copyright Office americano vede l’AI come uno strumento, non come un coautore della creazione. Il legislatore americano, in sostanza, si preoccupa di proteggere e definire il diritto di fare copia di un contenuto e di riprodurlo. In Europa, invece, mettiamo al centro l’autore e il suo spunto creativo». Erede di una tradizione illuministica ben radicata, il vecchio continente mette, insomma, l’uomo al centro degli istituti di tutela.
Non è un caso che negli USA uno dei primi provvedimenti dell’amministrazione Trump è stato quello di rivedere alcune decisioni in materia già assunte da Biden. I democratici, infatti, nel 2024 avevano emanato delle linee guida per regolarizzare l’uso dell’IA. Tutto stralciato da Trump, nel nome della deregolamentazione e della libertà d’innovazione. Il messaggio è quello che il Copyright Office americano ha ribadito più volte: i contenuti generati dall’IA non possono essere tutelati dalle leggi sul diritto d’autore, neanche quando questi sono avvenuti tramite intervento umano.
Di contro l’UE con il suo AI Act ha applicato una rigida protezione del diritto d’autore, prevedendo solo una serie di eccezioni. In pratica chi sviluppa modelli di IA generativa dovrebbe accertarsi di essere in possesso della licenza d’uso ci ciascun contenuto usato per programmare i suoi modelli, indipendentemente dai paesi e quindi dai sistemi giuridici in cui questi sono sviluppati.
Due punti di vista quasi opposti, le cui divergenze sono una delle cause delle recenti tensioni commerciali e politiche tra le due sponde dell’Atlantico.
Il 17 settembre 2025 il Senato ha approvato la Legge n.132 sull’intelligenza artificiale che recepisce l’invito del legislatore europeo a dotarsi di un insieme di norme nazionali per regolarizzare l’utilizzo dei sistemi di IA. Tra le disposizioni espresse dalla norma trova spazio anche la tutela del diritto d’autore. In sintesi, l’approccio italiano prevede che le opere generate automaticamente senza alcun intervento umano non siano protette da copyright. Diversamente, quando vi è contributo umano con un lavoro intellettuale, creativo o produttivo la legge tutela il diritto d’autore. E anche l’addestramento delle piattaforme deve utilizzare dati consentiti dalle disposizioni sul diritto d’autore.
«Questa visione si rende esplicita già nell’articolo 1 dell’articolo – osserva Aliprandi – È qui che la legge specifica l’aggettivo “umano” come discrimine per tutelare le opere. La legge mette quindi per iscritto un concetto già acquisito e riafferma il principio che vede l’IA come strumento nelle mani dell’uomo».
Ma chi controlla i modelli di IA? E come è possibile verificare effettivamente i dati utilizzati nel machine learning di un modello? La legge italiana sull’AI affida questi poteri alle già esistenti Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) e Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), entrambe sotto controllo governativo. Non è stata creata una autority dedicata come invece richiesto dall’AI Act europeo. Secondo Simone Aliprandi il pericolo principale è quello di creare un approccio troppo rigido e demandato alle decisioni delle autority. «Continuando a creare vincoli giuridici – osserva – si rischia di snaturare uno strumento come quello dell’IA, che deve continuare ad essere visto come mezzo della creazione e non come autore della stessa». A guidare la macchina, insomma, anche nell’era dell’IA generativa c’è ancora e sempre l’uomo e le sue idee.