Buy now pay later: il consumo senza attesa è davvero sostenibile?
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Nell’età adulta il tempo conta, ma non basta a spiegare perché stringere nuovi legami diventi più complesso. Tra identità consolidate, fragilità nascoste e paura dell’esposizione, l’amicizia cambia forma e diventa una delle relazioni più profonde e difficili da costruire.
Da sempre, amiamo. E con il tempo ne diventiamo consapevoli: da quando, per una sorta di affinità immediata ed elettiva, sulle scale di una scuola intercettiamo una mano – persino macchiata di cioccolato – pronta ad accogliere la nostra, a quando, anni dopo, ne cerchiamo un’altra capace di placare il tremore che l’emozione, l’ansia, la frenesia depositano tra le nostre dita.
Si cresce. E, a un certo punto, ci si chiede cosa sia accaduto. Pur riconoscendo con gratitudine e, spesso, sorpresa, lo strascico resistente di chi è rimasto – i sopravvissuti ai nostri mutamenti, alle nostre volontà, ai nostri capricci, alle nostre tristezze; coloro ai quali abbiamo voluto e saputo dare amore e che, a loro volta, hanno voluto e saputo darcelo; insomma, le persone amiche anche se, nonostante, ma e perché che attraversano il tempo con noi, da tempo e contro il tempo –, constatiamo che la capacità di stringere nuove mani risulta perlopiù inaudita, impraticabile, remota. Impossibile.
Perché ciò che da più giovani appariva obiettivamente naturale – gli incontri quotidiani, la familiarità che si sedimenta senza intenzione, la permeabilità reciproca resa possibile da una struttura emotiva meno difensiva – nell’età adulta richiede un impegno che certo è condizionato da un tempo più scarso e frammentato (seppure il tempo si trovi sempre e quando non lo si trova finisce per cercarci), ma che è principalmente influenzato dalla nostra difficoltà di condividere un’intimità strutturata – e paradossalmente molto più complessa di quella dei corpi che, unendosi, uniscono anime.
Negli anni della giovinezza – quella piena – sappiamo con chiarezza quasi istintiva le presenze che desideriamo, ciò a cui sentiamo di appartenere, chi o cosa ci fa stare bene. Ci adattiamo con maggiore naturalezza, accettiamo la vulnerabilità come una condizione fisiologica, lasciamo che lo sguardo degli altri contribuisca a limare gli angoli appuntiti del nostro carattere; afferriamo con foga e fame le differenze, ancora ignari di presunte incompatibilità. In quella fase straordinaria della vita – nel senso etimologico del termine, oltre l’ordinario (nel bene e nel male) – gli amici non costituiscono un surplus: sono la presenza, o l’assenza, che plasma in modo inevitabile e irrevocabile la nostra identità futura.
Poi arriva l’età adulta; e quella che definiamo come maggiore consapevolezza di noi stessi sembra accompagnarsi quasi per comune destino a una progressiva riduzione della nostra plasmabilità: diventiamo meno accondiscendenti, meno disponibili, meno predisposti a lasciarci attraversare dall’altro; più cauti, più selettivi, più inclini a proteggere la nostra interiorità dall’estraneo. La quotidianità (plausibilmente) costruita e conquistata per (tentare di) stabilizzare la nostra vita diviene una barriera involontaria difficilmente valicabile se non da battiti di cuore che la superano a ritmo di sospiri, singhiozzi o lacrime. La diffidenza, cioè, diventa una struttura rigida e inamovibile: e l’incoscienza che ci consentiva di sbucciarci le ginocchia, di godere dell’aria pungente sul viso in sella a un motorino, di mangiare un gelato un’ora prima di cena, di saltare una lezione per fumare di nascosto una sigaretta, di confessare un segreto senza calcolarne il peso diventa coscienza vigile, bloccante.
Abitavamo spazi che ci inducevano alla relazione – tra campi di calcio, cortili, aule, spiagge, palchi – e che generavano per inerzia nuove conoscenze, poi declinatesi in amicizie; l’età adulta è invece priva di questi dispositivi. Se l’incontro smette di essere un effetto della vita e diventa una scelta, quest’ultima, per diventare realtà avviluppata alle ore delle nostre giornate richiede tempo (sì, proprio quello che sembra mancarci), esige la disponibilità e la disposizione a interrompere l’inerzia del già noto, a sollevarsi dalla comodità del non cambiamento, della non scoperta, della non esposizione –, reclama la volontà di essere visti, riconosciuti, osservati e, dunque, inevitabilmente giudicati.
Diventare grandi ci ha educato a mascherare l’incertezza, a occultare la fragilità, a presentarci in versioni compiute, autonome, competenti, intangibili. Ma l’amicizia opera in direzione opposta giacché, strutturandosi nella relazione, nasce solo quando e qualora ci si disponga a mostrarsi incompleti, imperfetti (ovvero non finti); chiede di rinunciare al rigore dell’autocontrollo, di dichiarare ciò che ci piace, non ciò che dovrebbe piacerci; di sospendere la narrazione di una favola bella di sé, per mostrare la consistenza di boschi ombreggiati, creature mostruose, spiriti capricciosi, oasi nascoste, desideri seppelliti.
Più delle ore, più delle circostanze, più della prossimità fisica è la volontà di non sottrarsi a costituire la discriminante nella capacità di amare altri amici che non siano quelli ereditati da un’età in cui potevamo essere tutto e il contrario di tutto e nella quale loro hanno visto il meglio o il peggio – e spesso, insieme, il meglio e il peggio – di noi.
Dunque, forse, la domanda da rivolgerci non è come fare nuove amicizie dopo i trent’anni (per questo esistono palestre, corsi e persino app dedicate), ma se e quanto siamo disposti a dare ancora spazio, a esporci nuovamente al rischio – un rischio, quest’ultimo, più grande di quello presupposto da qualsiasi amore; perché l’amicizia richiede un’intimità più esigente e complessa, da forgiare a prescindere dai corpi e dalle consuetudini che il cuore innamorato, per sua natura, sollecita. Allora, evocando una domanda che attraversa un capolavoro di Luigi Pirandello, «Ardere, perché?». Semplicemente, «Per vivere».