Come cambia l’informazione tra social, media e algoritmi

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Come cambia l’informazione tra social, media e algoritmi

Internet è diventato il primo canale di accesso alle notizie per gli italiani, mentre televisione e giornali cercano nuovi modelli per restare rilevanti. Tra social network, intelligenza artificiale e piattaforme digitali, la sfida non riguarda solo il futuro dell’editoria, ma anche la qualità dell’informazione e della democrazia.

C’erano i giornali di carta, le dirette radiofoniche e gli appuntamenti televisivi fissi quotidiani o settimanali. C’era un mondo dominato dai vecchi mass media che ora non c’è più, stravolto dal web, dallo sviluppo dei social network e da quello dell’intelligenza artificiale generativa.
Oggi non ci si informa più come prima e lo evidenzia anche l’ultimo report dell’Osservatorio sul sistema dell’informazione dell’AGCOM, un’analisi articolata che racconta una strutturale trasformazione guidata dalla digitalizzazione che ha cambiato completamente le abitudini di consumo informativo degli italiani.
Secondo Alberto Marinelli, ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università La Sapienza di Roma, l’errore principale da evitare è definire semplicemente come “conflittuale” il rapporto tra media tradizionali e nuove piattaforme digitali. «La storia dei media ci insegna che non c’è quasi mai sostituzione tra i mezzi di comunicazione, ma piuttosto si è sempre parlato di loro ibridazione», spiega Marinelli a Changes.
I media, quindi, si sono sempre mescolati e lo stanno facendo anche in questi anni, con effetti tutt’altro che indolori, in termini di giro d’affari e fiducia per quegli editori tradizionali che hanno dominato per decenni la scena mediatica.

Vecchia maestra televisione

Nell’ultimo rapporto AGCOM c’è un dato che più di tutti sottolinea il cambiamento in atto: “Internet consolida il ruolo di prima porta di accesso all’informazione, rappresentando, nel primo semestre del 2025, la principale fonte per il 55,8% degli italiani (in aumento di 1,3 punti percentuali rispetto al 2024)”.
E la vecchia cara televisione? La sua centralità nelle scelte di consumo mediatiche quotidiane, sempre secondo la rilevazione AGCOM è centrale solo per il 43,2% degli italiani, con dati ancora più bassi per chi ha meno di 65 anni. «La Tv ha perso il suo appeal soprattutto nell’appuntamento tradizionale come i telegiornali o i talk show serali. Il piccolo schermo insomma non è più il medium mainstream».
Il fenomeno dell’ibridazione, tuttavia, ha portato la televisione ad aprirsi a nuovi formati e a cercare di entrare nell’arena social. «Ma lo ha fatto con ritardo e con scarso successo, a causa della sua stessa natura che prevede caratteristiche differenti rispetto a quelle vincenti nelle arene social». Per questo è improbabile che siano gli editori tradizionali a guidare l’innovazione, ma «è molto più probabile che a loro continuino ad affiancarsene altri più innovativi, come sta già succedendo oggi (si pensi ai fenomeni de Il Post o Chora Media)».

I giornali sempre più di nicchia

Lo scenario di convivenza tra vecchi e nuovi protagonisti editoriali è ancora più dinamico nel caso della carta stampata. Come rileva l’Osservatorio di AGCOM, “i quotidiani confermano una contrazione strutturale della propria utenza, dal 22,3% nel 2020 al 16,1% del I semestre 2025 “. «Una delle evidenze più importanti è che i giornali non stanno riuscendo nell’impresa di mantenere lettori online (solo il 6,1% degli italiani ha secondo l’AGCOM almeno un abbonamento digitale, NdR) e questo – avverte il Prof. Marinelli – avviene perché sono entrati in un contesto altamente competitivo, dove la capacità di generare notizie è molto diffusa».

Tutto passa dalla fiducia?

Per decenni gli editori tradizionali hanno riscosso un altissimo grado di fiducia. Una notizia del Corriere della Sera era sicuramente reputata attendibile e i telespettatori aspettavano il TG serale come fonte autorevole di informazione quotidiana. A leggere l’ultimo Osservatorio AGCOM ancora oggi “televisione, radio e carta stampata continuano a godere di maggiore fiducia rispetto allo scetticismo che suscita l’ecosistema informativo digitale”. La fiducia nei media mainstream sta calando, ma è ancora più alta rispetto a quella delle piattaforme digitali.
Ci si informa quindi su mezzi di cui non ci si fida appieno. In questo cortocircuito gioca un ruolo importante la natura stessa dei social network e il loro funzionamento algoritmico. «I social sanno sfruttare la prossimità emotiva che incide notevolmente nelle modalità di informazione delle persone», sottolinea Marinelli. «Lo abbiamo visto, per esempio, durante il Covid. Si riduce la complessità per dare spazio alla dimensione empatica. E in questo i social sono abili, premiando polarizzazione e semplificazione».

Regolare la convivenza per difendere l’informazione

La logica del palinsesto, soprattutto tra i più giovani è tramontata ed oggi è l’algoritmo a personalizzare l’offerta formativa delle persone, a controllare l’accesso alle notizie e a dettare le regole della visibilità. Un potere che si riflette anche dal punto di vista della raccolta pubblicitaria, che si sta sempre più spostando sul digitale. Le conseguenze di tutto questo in materia qualità dell’informazione e di pluralismo sono rilevanti.
«Le piattaforme digitali basate sull’algoritmo stanno allontanando sempre più le persone dalla fonte editoriale e quindi dalla verifica dell’autenticità della notizia», osserva il Prof. Marinelli. In questo è forte l’impatto dell’intelligenza artificiale generativa. Si pensi ai motori di ricerca utilizzati sempre più in AI Mode. Oggi, secondo i dati del Reuters Institute, solo il 33% degli utenti clicca effettivamente sulle fonti originali dopo aver letto la risposta di un’intelligenza artificiale. «Il problema è enorme», avverte Marinelli. «Riguarda la tenuta delle imprese editoriali, ma anche la qualità della nostra democrazia, perché sempre più ci si accontenta di notizie che poi si rivelano fake». In gioco c’è quindi tanto ed è per questo che le soluzioni univoche non ci sono. «Dobbiamo evitare atteggiamenti di retroguardia. Inoltre, ridurre il tutto a una richiesta di soldi da parte degli editori tradizionali non è la soluzione. Dobbiamo puntare su cultura e formazione digitale e promuovere regolamentazioni efficaci come l’Unione Europea sta provando a fare».
Il Digital Services Act o il Digital Markets Act europeo puntano, infatti, a riequilibrare il rapporto tra piattaforme ed editori tradizionali. Se infatti questi ultimi hanno regole deontologiche e normative che guidano (o dovrebbero guidare) la loro azione, i soggetti digitali agiscono senza autoregolamentazione. «Per questo gestire la trasparenza, le fonti qualificate, certificare l’informazione è fondamentale e l’Europa sta agendo da sola in tal senso. Il mondo infatti sta andando in altra direzione, con gli USA sempre più preoccupati a difendere le grandi big tech che mal tollerano vincoli e regole. Ecco perché- conclude Marinelli –è importante che i nostri partner cambino atteggiamento e comprendano la posta in gioco». Che è alta, molto alta.

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Giornalista, pugliese e adottato da Roma. Nel campo della comunicazione ha praticamente fatto di tutto: dalle media relations al giornalismo. Brand Journalist e conduttore radiofonico, si occupa prevalentemente di economia, energia ed innovazione. Oltre la radio ama la storia e la politica estera.