Mondiali 2026: quando il calcio diventa business globale e perde la sua innocenza

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Mondiali 2026: quando il calcio diventa business globale e perde la sua innocenza

Dagli Stati Uniti del 1994 a quelli del 2026: il torneo più seguito del pianeta racconta la trasformazione del calcio in una gigantesca industria globale. Tra interessi economici, tensioni geopolitiche, calendari sempre più estremi e diritti messi in discussione, il calcio diventa lo specchio di un mondo che cambia.

I primi Mondiali di calcio a essere giocati negli Stati Uniti, nel 1994, a noi italiani fanno tornare in mente sostanzialmente due ricordi: il rigore di Baggio sparato nell’iperspazio nella finale con il Brasile e Elio & le Storie Tese vestiti come i Bee Gees che cantano in falsetto “fondamentalmente agli americani non interessano i mondiali di calcio americani”. Non che ci fosse molto altro da ricordare, a essere sinceri. Usa 94 non è sicuramente nella top 5 e probabilmente neanche nella top 10 dei Mondiali più belli della storia. Livello tecnico mediocre, spettacolo scadente, condizioni ambientali e climatiche opprimenti, stadi semi vuoti (“nessuno petarda, nessuno fumogena, nessuno coltella, nessuno bandiera” per citare ancora gli Elii). Già da allora si sarebbero dovute intuire un po’ di cose su quella che sarebbe stata l’evoluzione del football. Eppure, visti da lontano e in parallelo con i campionati che si tengono trentadue anni dopo nuovamente negli States (oltre che in Messico e Canada), quei Mondiali sembrano ancora pervasi di una innocenza che è impossibile da replicare. Erano un altro mondo e un altro calcio. Eticamente non tanto migliori, né l’uno né l’altro, di quelli odierni, ma nei fatti non così gravati dalla cappa oscura e soffocante di oggi.

Come il calcio è diventato una macchina da miliardi

Limitandoci al calcio, era ancora lontano dal diventare quello che è nel 2026: un’industria globale da decine di miliardi, con i club acquistati da fondi di investimento come asset finanziari, i giocatori trasformati in brand, i diritti televisivi negoziati su scala planetaria. Una mostruosa macchina di soldi e di potere malata di gigantismo, come dimostrano anche i numeri relativi a questa edizione dei Mondiali, la prima a coinvolgere tre paesi ospitanti e a vedere 48 squadre in campo (nel ’94 erano la metà), per una durata complessiva di un mese e otto giorni. Eppure, ancora niente in confronto a ciò che è previsto per il 2030: sei paesi ospitanti in tre continenti diversi, probabilmente 64 squadre partecipanti (e chissà se l’Italia riuscirà a starne fuori anche stavolta, provando magari l’emozione di farsi eliminare da San Marino o da Andora).

Mondiali sempre più grandi: più inclusione o più fatturato?

Ogni espansione del giocattolo-Mondiali è stata giustificata con argomenti nobili (più inclusività, più paesi coinvolti, più calcio nel mondo), ma è motivata da ragioni che lo sono molto meno: più partite significano soprattutto più diritti televisivi, più sponsor, più fatturato.
Restando all’edizione odierna, il risultato è un torneo che dura quasi sei settimane, con una fase a gironi diluita in cui molte partite non contano niente e giocatori che arrivano all’appuntamento dopo essere già stati spremuti come limoni nella stagione calcistica dei club. Il calcio moderno è sovraccarico di competizioni: campionati nazionali, Champions League espansa, Nations League, tornei intercontinentali moltiplicati. Dei Mondiali a 48 squadre non si sentiva certo la mancanza. Figuriamoci quando si arriverà a 64. Un calendario punitivo come questo non piace a nessuno, a partire da calciatori e allenatori per finire agli stessi spettatori, già stremati da partite in tv ogni giorno della settimana.

I Mondiali 2026 e il peso della geopolitica

Ma il ciclo è ormai inarrestabile: la FIFA ha i suoi equilibri finanziari da rispettare, i broadcaster hanno pagato cifre enormi e il calcio come spettacolo ha ormai le sue esigenze, separate da quelle del gioco. Quella stessa Fifa che, nella persona del presidente Gianni Infantino, ha avuto il coraggio di premiare con il suo Peace Award nientemeno che Donald Trump. E qui arriva l’aspetto più problematico del Mondiale di quest’anno: quello politico. L’America del 2026, drammaticamente, non è quella del 1994. Lo stesso aggettivo “ospitante” suona paradossale, considerando le sempre più repressive politiche di immigrazione statunitensi. Alcune delle nazionali qualificate provengono da paesi i cui cittadini hanno serie difficoltà nell’ottenere un visto d’ingresso negli Stati Uniti. Amnesty International ha dedicato un intero rapporto alla questione, descrivendo i rischi per tifosi, giornalisti e persino per gli stessi calciatori. Andare a vedere una partita potrebbe letteralmente costarti la libertà, se hai un passaporto sbagliato.

Il caso Iran e il paradosso del paese ospitante

L’esempio più emblematico, ovviamente, è quello dell’Iran, paese attualmente in guerra (tregue posticce a parte) con gli USA. La partecipazione al torneo è rimasta per mesi avvolta nell’incertezza, con le autorità di Teheran che chiedevano garanzie che gli Stati Uniti faticavano a fornire. Difficoltà nei visti, incertezza sugli spostamenti, impossibilità di pianificare i ritiri. Un paese ospitante che di fatto non garantisce a tutti i partecipanti le stesse condizioni di accesso è una situazione senza precedenti nella storia dei Mondiali. Peggio persino dell’Argentina di Videla nel 1978.

Canada, Messico e Stati Uniti: il torneo delle tensioni diplomatiche

A ciò si aggiungano i rapporti diplomatici tesi con gli altri due paesi organizzatori, alla faccia dell’universalismo e dell’amicizia che lo sport dovrebbe promuovere. Da un lato il Canada bersagliato dai dazi e addirittura velatamente minacciato di diventare il cinquantunesimo stato dell’Unione, dall’altro il Messico ai cui confini Trump voleva costruire un muro anti-immigrati, perennemente a rischio di interventi americani contro i cartelli dei narcotrafficanti e in una situazione interna che sembra il preludio di una guerra civile. Il Mondiale “sicuro, accogliente e inclusivo” promesso da Infantino non poggia su premesse esattamente confortanti.

Dal Qatar agli USA: perché crescono le richieste di boicottaggio

E quindi non c’è da stupirsi se si sono moltiplicati gli inviti al boicottaggio, superiori persino a quelli contro la scandalosa edizione precedente, tenutasi in Qatar a dicembre in stadi costati la vita a 6500 lavoratori stranieri tenuti in condizioni di semi-schiavitù. Per la FIFA non c’è nessun problema, mai. Il calcio è lo sport più bello del mondo e lo spettacolo deve continuare, costi quello che costi.

Il prezzo fisico del calcio moderno

Già, ma il calcio inteso come gioco? Se anche si vuole disperatamente pensare di poter mettere tra parentesi per 90 minuti tutto il resto, anche in campo inevitabilmente si riflette la concezione odierna del football. Rispetto al 1994 è diventato infinitamente più fisico, atletico, dispendioso in termini di energie, basato com’è sul pressing, la corsa e il possesso della palla. Chi gioca in squadre di vertice arriva a disputare più di settanta partite in una stagione. Si può facilmente immaginare quanto freschi possano arrivare a Mondiali nei quali oltre tutto il caldo (unito all’altura in Messico) sarà devastante.

Sempre più partite, sempre meno allenamento

Gli allenatori, costretti a gestire le energie dei propri uomini, trasformano molte sedute di training in sessioni di scarico, riducendo drasticamente il lavoro tecnico-tattico. Si gioca sempre, ci si allena sempre meno. Il paradosso è che il calcio più intenso della storia è anche quello in cui i giocatori hanno meno tempo per migliorare. Un Ronaldo o un Messi degli anni Novanta passavano ore sui campi di allenamento a costruire il loro repertorio tecnico. Un grande giocatore del 2026 passa la stessa quantità di tempo sulla barella del fisioterapista, sperando di restare integro abbastanza a lungo da arrivare alla prossima partita.

Insomma, questo è il quadro. Quello che una volta era la celebrazione di uno sport amato da miliardi di persone, oggi rischia di essere la vetrina della sua concezione sempre più disumanizzata e spietatamente affaristica. Che a lungo andare potrebbe essere davvero letale per il calcio. Se nel 1994 “i Mondiali americani non interessavano gli americani”, nel 2026 potrebbero azzerare la passione di chiunque.

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Copywriter, giornalista, critico musicale e docente di comunicazione. In pubblicità ha ideato campagne per brand come Fiat, Sanpaolo Intesa, Lancia, Ferrero, 3/Wind. Insegna comunicazione presso lo IAAD di Torino e la Scuola Holden. Collabora con testate quali Rolling Stone, Il Fatto Quotidiano, Rumore. Ha scritto e tradotto diversi volumi di storia e critica musicale per case editrici come Giunti e Arcana.​