Generazione Sandwich: il welfare familiare che regge il Paese

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Generazione Sandwich: il welfare familiare che regge il Paese

Stretti tra figli e genitori, milioni di italiani tengono in piedi il bilancio familiare. Un modello che richiede disponibilità economica, tempo e aumenta le diseguaglianze. Changes ne ha parlato con Franca Maino.

L’espressione viene dagli Stati Uniti, anche se possiamo dire con certezza che la Generazione Sandwich è presente anche nel nostro Paese, forse più di quanto pensiamo e ci siamo resi conto. Sia che ne facciamo parte, sia che siamo i diretti destinatari delle attenzioni e delle cure continue di queste persone schiacciate, come in un sandwich, tra la responsabilità di cura verso i figli e quella verso genitori anziani o familiari fragili.
Per capire meglio questa generazione, le sue esigenze, le difficoltà che incontra quotidianamente e cosa si fa o no per sostenerla, ne abbiamo parlato con Franca Maino, direttrice scientifica di Percorsi di Secondo Welfare e professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano.

Oggi si parla sempre più di Generazione Sandwich, se volessimo dare una definizione, cosa potremmo dire e quanto è radicata in Italia?
Mi riconosco in questa definizione, perché ci sono tanti studi e ricerche, alcuni anche coordinati da me, in cui il fenomeno emerge chiaramente. Parliamo di un numero crescente di persone, soprattutto tra i 35/40 e i 55/60 anni, che oggi ha contemporaneamente carichi di cura verso i figli e verso genitori anziani o familiari fragili. E quando si parla dei figli, non si intendono solo i bambini, ma anche gli adolescenti in una fase in cui l’adolescenza inizia anche più precocemente rispetto al passato. Si tratta di un fenomeno ascrivibile a diverse ragioni: l’invecchiamento della popolazione, l’allungamento della vita, i figli che arrivano più tardi e quindi quando i genitori iniziano già a dare segni di fragilità. E poi perché il nostro è un Paese in cui la famiglia continua ad avere una persistente centralità come pilastro del welfare.

E qual è la quotidianità di queste persone?
È fatta di giornate frammentate: si parte dalla gestione della famiglia, poi c’è il lavoro, spesso full time, e poi tornano attività ordinarie e straordinarie. I due elementi centrali sono quindi la frammentazione e l’alta intensità organizzativa: bisogna pianificare continuamente ed essere pronti anche quando la pianificazione salta. Questo riguarda i genitori in generale, ma soprattutto le donne. Rispetto ai figli, inoltre, si è modificato il modello di cura genitoriale: oggi si parla di intensive parenting, cioè di un investimento crescente in tempo, attenzione, risorse e attività verso i figli/e. Un modello che richiede disponibilità economica, tempo e spesso anche qualcuno che possa sostituirsi ai genitori quando il lavoro non consente tale impegno costante. Il rischio è che tutto ciò aumenti il sovraccarico familiare e alimenti nuove diseguaglianze tra chi può dare opportunità ai figli e chi non può.

Possiamo dire quindi che la Generazione Sandwich regge un pezzo di welfare familiare del Paese?
Sì, è così nei fatti. Negli ultimi anni si è investito molto, anche sull’onda delle indicazioni europee, sulla fascia 0-3 anni, per colmare il divario rispetto agli asili nido. Si è cercato anche di rafforzare la scuola dell’infanzia, però non basta. E c’è ancora troppo poco, invece, sul fronte degli anziani: anche se si è rafforzata l’offerta per i minori, non è sufficiente quella nei confronti dei familiari più fragili che invecchiano. Sui caregiver ultimamente c’è qualche dato in più, anche perché è in atto una riforma che finalmente definisce almeno a chi facciamo riferimento quando parliamo di caregiver. Le stime Istat parlano di 7-8 milioni di caregiver familiari, con una netta prevalenza femminile, oltre il 70%. Da questo punto di vista sì, un pezzo di welfare è ancora in capo alle famiglie.

Quanto c’è di scelta, per chi fa parte della Generazione Sandwich, e quanto invece di sostituzione verso un welfare che non basta? Solo per una parte minoritaria è davvero una scelta consapevole, per la maggior parte non è così. C’è questo barcamenarsi, questo dover gestire tutto finché si riesce. Poi, a un certo punto, si rinuncia al lavoro, quando ci si rende conto che i costi per la gestione dei figli e degli anziani sono così consistenti che si arriva a dire: «Provo a fare tutto io».
Di fatto, in questo modo, si rinuncia anche a una serie di opportunità, sia per i bambini sia per gli anziani. Senza dimenticare, poi, che anche gli anziani, in molti casi, avrebbero bisogno di socialità; invece, li si tiene nel proprio contesto e si cerca di andare a trovarli e di svolgere una serie di funzioni di aiuto. Ma tutto questo accresce il rischio di isolamento; inoltre può accentuare il decadimento e la perdita di autonomia per le persone anziane, e non aiuta certo i caregiver. Inoltre, è ancora radicata l’idea che prendersi cura dei genitori sia una responsabilità dei figli per cui se puoi lo fai, diversamente, spesso, ci sono i sensi di colpa. Comunque sia, il rischio è che questo modello diventi progressivamente prevalente: il welfare si indebolisce, non offre servizi. Se le aziende mettono a disposizione strumenti di supporto, qualche aiuto arriva da lì. Altrimenti è normale doversi organizzare, con un peso che genera progressivamente maggiore sovraccarico.

Le aziende, dunque, possono avere un ruolo?
Certamente, così come lo hanno le parti sociali. Ma devono fare in modo che le risorse per il welfare aziendale vadano davvero a rispondere a questi bisogni. È una questione di volontà, ma anche di analisi serie e ascolto di quello che lavoratori e lavoratrici sentono e hanno modo di esprimere. Invece di proporre pacchetti standard, con il welfare aziendale si dovrebbero proporre soluzioni concrete, vicine ai bisogni reali. Sul versante dei minori, si ricorre frequentemente al rimborso delle spese, strumento che risulta efficace soprattutto quando l’azienda non si limita a coprire costi generici (come quelli per attività sportive), ma orienta tali rimborsi in modo mirato a sostenere le esigenze legate alla presenza di figli. Quanto agli anziani, invece, ci sono soprattutto due cose che possono aiutare: fare informazione e dare orientamento. Spesso le famiglie hanno una minore capacità di previsione e programmazione sui genitori anziani: li hanno accanto mentre stanno bene e non si preoccupano, poi da un giorno all’altro scoprono che sono improvvisamente invecchiati, magari dopo una caduta o una malattia.

Quanto pesa per la Generazione Sandwich il fatto che a reggere di più siano ancora le donne?
Rispetto ai figli, cominciamo a vedere uomini che hanno il desiderio di fare i papà e di prendersi responsabilità. Alcune cose sono cambiate, però non siamo ancora così vicini a una situazione che consideriamo ideale. Al di là delle attività pratiche, che oggi vedono un maggior protagonismo maschile, molti studi e ricerche dicono che la componente organizzativa, quindi il carico mentale, ricade ancora molto sulle donne che sentono di avere quella responsabilità organizzativa e di coordinamento, mentre gli uomini si prendono pezzi più operativi. Da non trascurare è poi l’impatto sulla carriera: il sovraccarico organizzativo e le assenze legate alla cura possono ridurre le opportunità professionali. Con conseguenze che oggi cogliamo solo fino a un certo punto, ma che vedremo anche sulle pensioni future, andando a rafforzare un divario tra uomini e donne che già esiste. C’è poi un altro effetto, meno visibile ma importante: la povertà relazionale. Quando ci si occupa di un genitore anziano si hanno meno occasioni di stare con gli altri, si riducono i legami e aumenta l’isolamento sociale. Questo, ancora una volta, rischia di pesare soprattutto sulle donne.

Da dove bisognerebbe partire per smettere di considerare normale questo incastro permanente?
Si devono e si possono fare tante cose, ma quello su cui oggi si deve investire di più è il cambio di prospettiva, con un approccio coordinato e integrato: servizi a favore dei minori, welfare aziendale, attenzione alla dimensione temporale e iniziative pubbliche e non pubbliche a sostegno della famiglia, come abbiamo sottolineato nel Rapporto Fast. Alcune amministrazioni hanno investito sulle politiche dei tempi e alcune pratiche potrebbero essere riprese anche altrove.C’è poi una logica di prossimità: distribuire capillarmente i servizi permette di evitare risposte rivolte solo a una parte del target. In questi anni di crisi permanente, la situazione ha avuto un impatto notevole sui bilanci familiari con l’aumento delle fragilità economiche: working poor, rinunce legate alla povertà sanitaria, aumento del costo della vita. Siamo spinti a sobbarcarci tutto e ad abbattere le spese, comprese quelle che riguardano la cura degli altri, ma ci troviamo a occuparci di più fronti in una situazione in cui i costi aumentano, il welfare si ritrae o comunque non basta, e non abbiamo le risorse per permettercelo.E se mi permetto una cosa, devo rinunciare ad altro, spesso proprio a ciò che riguarda la sfera individuale e personale. I carichi di cura si possono affrontare in un certo modo se hai un lavoro stabile, una retribuzione adeguata, una famiglia con due componenti adulti e una stabilità economica, ma per molte persone oggi non è così. Per questo la Generazione Sandwich oggi merita più attenzione.

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Siciliana di origine, trapiantata a Milano, ormai la “sua città”. Giornalista, scrive di lavoro, economia e innovazione. Ama i social, tra tutti Twitter dove cinguetta ogni giorno.