Brand & Reputation Day 2026: quando la promessa incontra la prova
C’è un momento, nei percorsi che durano nel tempo, in cui misurare e mettere in relazione diventano sempre più centrali per generare valore. È in questa traiettoria che si ins
NatCat tra catastrofi naturali, pandemie e crisi: duemila anni di lezioni dimenticate. Sul nuovo numero di Changes Magazine dal titolo Catastrofi naturali ci interroghiamo sui possibili futuri tra vulnerabilità storica, cambiamento climatico e scarsa prevenzione.
Gli esseri umani hanno già vissuto questo. Non come metafora, ma come fatto storico inciso negli anelli degli alberi, nei ghiacci artici, nelle cronache di storici che vedevano il sole oscurarsi e i raccolti marcire. Il clima ha già fermato eserciti, affossato economie, aperto la porta alle pestilenze più devastanti della storia. I Natural Catastrophe Events – i NatCat nel linguaggio assicurativo – non sono anomalie del presente: sono il battito regolare della Terra.
536 d.C.: l’anno più buio e freddo degli ultimi duemila anni. Lo storico Michael McCormick di Harvard ha definito il 536 d.C. «l’inizio di uno dei peggiori periodi della storia dell’umanità». Un’eruzione vulcanica proiettò una coltre di aerosol sulfurei nella stratosfera: il Sole si oscurò, le temperature estive europee crollarono fino a 2,5 gradi sotto la media, i raccolti fallirono. Altre due eruzioni seguirono nel 539-540 e nel 547 d.C. Il risultato fu la Piccola Era Glaciale Tardo Antica (LALIA): il periodo più freddo degli ultimi duemila anni, protrattosi fino al 660 d.C. circa.
Nessuna figura storica incarna meglio il corto circuito tra ambizione umana e caos climatico quanto l’imperatore Giustiniano I (527-565 d.C.). Il suo progetto era la renovatio imperii: la riconquista dei territori occidentali perduti. I primi risultati furono folgoranti: Africa del Nord riconquistata nel 534, Sicilia nel 535, Roma nel 536. Ma la campagna italiana, che avrebbe dovuto essere rapida, si impantanò in vent’anni di guerra di logoramento. La LALIA stava devastando le campagne: i raccolti erano distrutti, le vie di rifornimento spezzate, le popolazioni locali impegnate nella sopravvivenza. McCormick ha posto la domanda in modo diretto: Giustiniano era davvero uno stratega fallito, o il più grande imperatore romano che giocò una mano straordinaria con carte impossibili?
Il colpo di grazia arrivò nel 541 d.C. con la peste, la prima pandemia di peste bubbonica documentata. Causata dalla Yersinia pestis, si diffuse dal Mediterraneo orientale all’Europa intera. La crisi alimentare imposta dalla LALIA aveva indebolito le popolazioni e alterato gli ecosistemi, creando le condizioni ideali per la diffusione epidemica – un legame confermato dalla letteratura scientifica più recente.
La domanda che il NatCat pone oggi è la stessa che il VI secolo ha posto a Giustiniano, il XIV secolo all’Europa medievale, il XVII ai governi alle prese con rivolte del pane. La variabile che cambia è la nostra consapevolezza: oggi disponiamo di strumenti – scientifici, assicurativi, istituzionali – che le civiltà del passato non avevano. Sappiamo leggere i segnali anticipatori. Sappiamo misurare i rischi. Ma sapere non basta. Giustiniano non aveva assicurazioni sul raccolto, né modelli di previsione del rischio epidemico, né governance internazionale del rischio climatico. Noi sì. La differenza tra la traiettoria della storia antica e quella che sceglieremo dipenderà dalla capacità di trasformare questa consapevolezza in architetture finanziarie e sociali capaci di assorbire gli shock, ridistribuire le perdite, proteggere chi non può proteggersi da solo. Il NatCat non è un fenomeno straordinario: è la condizione ordinaria di un pianeta vivo. La domanda è se saremo capaci – a differenza di chi ci ha preceduto – di farne un rischio gestibile anziché un destino.
Foto di Emanuele Occhipinti