Vivere con l’ansia sociale nell’epoca dell’esposizione continua
C’è un momento preciso in cui una stanza piena di persone smette di essere uno spazio di socializzazione e diventa un tribunale. Per un numero sempre maggiore di persone, so
Il consumo compulsivo di notizie negative online crea ansia e disagio ma è difficile da limitare per svariate ragioni, in primo luogo il fascino esercitato dagli eventi catastrofici. Gli effetti sulla salute mentale.
Aprire un social network per pochi minuti e ritrovarsi, mezz’ora dopo, ancora immersi in una sequenza di notizie allarmanti, crisi internazionali, emergenze climatiche e fatti di cronaca. È un’esperienza sempre più comune nell’era digitale e ha un nome preciso: doomscrolling. Il fenomeno descrive la tendenza a consumare in modo compulsivo contenuti negativi online, anche quando questi generano disagio, stress o preoccupazione. Il fenomeno si inserisce in un contesto in cui l’informazione passa sempre più attraverso le piattaforme digitali. Secondo il Digital News Report 2025 del Reuters Institute, oltre la metà degli utenti utilizza ormai social network e piattaforme video come fonte di notizie, mentre il consumo dei media tradizionali continua a diminuire. Non è un caso che sempre più esperti si interroghino su come trovare un equilibrio tra il diritto a essere informati e la tutela della salute mentale.
Negli ultimi anni il termine doomscrolling è entrato nel linguaggio comune, soprattutto dopo la pandemia e durante i periodi caratterizzati da forti tensioni geopolitiche e sociali. Ma qual è il significato? La parola nasce dall’unione di “doom”, che richiama eventi negativi o catastrofici, e “scrolling”, cioè l’azione di scorrere contenuti sullo schermo. Il concetto descrive quindi il comportamento di chi continua a leggere notizie preoccupanti o allarmanti in modo quasi automatico e ripetitivo. A differenza della semplice informazione, il doomscrolling non ha l’obiettivo di comprendere meglio la realtà.
La domanda che molti si pongono è semplice: perché continuiamo a leggere contenuti che ci fanno stare male? La risposta coinvolge diversi meccanismi psicologici. Il cervello umano è naturalmente portato a prestare maggiore attenzione alle minacce rispetto alle informazioni positive. Questo fenomeno, noto come “bias della negatività”, ha radici evolutive: riconoscere un pericolo era essenziale per la sopravvivenza.
Le piattaforme digitali amplificano questa predisposizione. Gli algoritmi tendono infatti a privilegiare contenuti capaci di generare coinvolgimento emotivo, e le notizie negative spesso attirano più attenzione rispetto a quelle neutre o positive.
A questo si aggiunge la sensazione di poter ottenere un maggiore controllo sugli eventi continuando a informarsi. In realtà, però, l’accumulo continuo di aggiornamenti raramente produce una comprensione più approfondita dei fenomeni. Più spesso genera una sensazione di saturazione cognitiva.
Il risultato è un circolo vizioso: una notizia preoccupante spinge a cercarne altre, alimentando un flusso potenzialmente infinito di informazioni che catturano l’attenzione senza offrire un reale beneficio.
Le conseguenze del doomscrolling possono manifestarsi in modi diversi, soprattutto quando questa abitudine diventa quotidiana. Uno degli effetti più frequenti riguarda l’aumento dell’ansia. L’esposizione costante a notizie drammatiche o conflittuali può contribuire a una percezione distorta della realtà, facendo apparire il mondo più pericoloso di quanto non sia effettivamente.
Le conseguenze sulla salute mentale sono sempre più documentate. In Italia, il Digital Wellbeing Report 2025 di Unobravo, condotto su oltre 1.500 adulti, ha rilevato che il 32% dei giovani tra 18 e 34 anni ritiene che i social media abbiano danneggiato il proprio benessere mentale, mentre il 27% associa l’utilizzo delle piattaforme a un aumento di stress e ansia.
Anche il sonno può risentirne. Un sondaggio dell’American Academy of Sleep Medicine pubblicato nel 2026 ha rilevato che il 38% degli adulti afferma che leggere notizie sullo smartphone prima di dormire peggiora la qualità del riposo.
La crescente diffusione del doomscrolling ha riportato l’attenzione sul tema del benessere digitale, ovvero la capacità di utilizzare tecnologie e strumenti online in modo equilibrato e consapevole.
Essere informati è fondamentale in una società democratica, ma la disponibilità permanente delle notizie pone nuove sfide. Oggi non esistono più momenti definiti per informarsi: gli aggiornamenti arrivano in qualsiasi momento della giornata attraverso notifiche, feed personalizzati e contenuti condivisi dagli utenti. La pervasività degli smartphone contribuisce ad alimentare il fenomeno. Una ricerca pubblicata nel 2026 da Virgin Media O2 su oltre 6.000 persone nel Regno Unito stima che il 36% del tempo trascorso sul telefono avvenga in modo non intenzionale, pari a circa 86 minuti al giorno. Se mantenuta nel corso della vita, questa abitudine potrebbe tradursi in quasi cinque anni trascorsi a scorrere contenuti senza uno scopo preciso.
Spezzare il meccanismo del doomscrolling non significa smettere di informarsi, ma sviluppare un rapporto più equilibrato con le notizie.
Una prima strategia consiste nel definire momenti specifici della giornata da dedicare all’informazione, evitando di controllare continuamente aggiornamenti e notifiche. Anche disattivare gli avvisi automatici delle app può contribuire a ridurre l’impulso a verificare costantemente ciò che accade.
È utile inoltre diversificare i contenuti consumati online. Alternare notizie di attualità a contenuti culturali, educativi o legati ai propri interessi personali può aiutare a ridurre il peso emotivo dell’informazione negativa.
Particolare attenzione va riservata alle ore serali. Limitare l’esposizione a notizie potenzialmente stressanti prima di andare a dormire favorisce il rilassamento e migliora la qualità del sonno.
Infine, è importante riconoscere i segnali di una possibile dipendenza da notizie. Se il bisogno di controllare continuamente aggiornamenti interferisce con il lavoro, le relazioni o il benessere personale, può essere utile riconsiderare le proprie abitudini digitali.