Disabilità e lavoro: oltre l’inserimento formale
In Italia il legame tra disabilità e lavoro resta una sfida aperta. Secondo il XXVI Rapporto del CNEL basato sui dati ISTAT 2023, solo circa un terzo delle persone con disabilità
Tecnologica, elettrica o al più ibrida, ma anche economica. Questi i desideri riguardo all’auto del futuro come emergono dal Global Automotive Consumer Study 2026 elaborato da Deloitte. E in Italia i bassi poteri d’acquisto spingono il mercato dell’usato molto più del nuovo.
Negli ultimi anni il settore automobilistico sta attraversando una fase di profonda transizione, che vede una ridefinizione radicale del valore e della natura stessa del veicolo. A definire tendenze e sviluppi futuri del settore è la nuova edizione del Global Automotive Consumer Study di Deloitte che ha intervistato oltre 28.500 consumatori in 27 mercati automobilistici chiave a livello globale.
Lo studio mostra come l’aumento dei prezzi dei veicoli e dei costi di finanziamento ha portato l’accessibilità economica in primo piano. A livello mondiale i consumatori vogliano auto elettriche ed ibride, ma la stragrande maggioranza, il 95%, vuole spendere meno di 50 mila dollari. Spinti dalle richieste dei consumatori, i produttori in Europa e Asia stanno accelerando la transizione verso una mobilità più verde e dal costo contenuto. Sebbene il risparmio sul carburante spinga verso l’elettrico, i dubbi su autonomia, tempi di ricarica e infrastrutture ne frenano ancora la diffusione. Sul fronte della presenza di tecnologia a bordo, i consumatori attribuiscono il maggior valore alle funzionalità connesse che migliorano la sicurezza, mentre rimangono elevate le preoccupazioni sulla condivisione dei dati.
L’Italia è un mercato caratterizzato da basso potere d’acquisto, e così non stupisce leggere come nel nostro Paese 6 persone su 10 non siano disposte a pagare più di 30 mila euro per un’auto. 1 su 4 vorrebbe spenderne meno di 15 mila. Dati che sembrano in contrasto con un altro dei risultati del rapporto: più di un italiano su due, il 54%, dichiara che la prossima auto sarà elettrificata. Eppure, il prezzo d’ingresso per queste vetture si colloca tra i 30 e i 35 mila euro.
Per commentare la realtà italiana abbiamo chiesto a Giuseppe Sabella – ricercatore e saggista, esperto nei temi dell’automotive, direttore di Oikonova, think tank indipendente specializzato in economia e lavoro – di darci il suo punto di vista.
«L’auto nuova è diventata, per molti italiani, un bene sempre meno accessibile. Prima della pandemia il mercato viaggiava stabilmente intorno ai 2 milioni di immatricolazioni l’anno; oggi siamo fermi a circa 1,5 milioni. Questo calo dipende soprattutto dalla riduzione del potere d’acquisto. I numeri lo dimostrano chiaramente: il mercato dell’usato è cresciuto fino a superare i 3 milioni di passaggi “reali” l’anno e oggi si vendono circa due auto usate per ogni auto nuova. La domanda non è scomparsa, si è semplicemente spostata verso soluzioni più accessibili». Secondo Sabella, in questo contesto l’auto elettrica parte in svantaggio. «Con prezzi medi sopra i 35.000 euro, resta fuori dalla portata di una larga parte dei consumatori italiani. Per questo, nei prossimi anni è probabile che assisteremo a un rafforzamento dell’usato fresco, che rappresenta oggi il vero punto di equilibrio tra prezzo e qualità. Per quanto riguarda il nuovo, vedremo un consolidamento dell’ibrido e una crescita graduale dell’elettrico, anche grazie ai produttori cinesi, che lo rendono più accessibile, e in ragione della crisi di Hormuz, che ha inciso sul costo di benzina e diesel, facendo crescere così l’attenzione dei consumatori sulle auto elettriche».
A diffondersi in Italia, secondo l’esperto, saranno soprattutto le auto ibride. E la motivazione non è solo legata al prezzo. «L’ibrido non richiede una ricarica esterna e questo elimina una delle principali barriere all’acquisto. Per l’elettrico, invece, le criticità sono più evidenti. La rete di ricarica resta insufficiente in molte aree e questo pesa soprattutto per chi non utilizza l’auto esclusivamente in ambito urbano. Sulle lunghe percorrenze, autonomia e tempi di ricarica continuano a rappresentare un limite percepito. A queste criticità si aggiunge un fattore psicologico: la diffidenza. Il consumatore italiano tende a essere prudente e teme anche la possibile svalutazione futura del veicolo. In questo senso, il prezzo resta centrale, ma è la combinazione tra costo, infrastrutture e incertezza sul valore residuo a frenare davvero la domanda».
Un altro elemento interessante del rapporto riguarda il forte calo di fedeltà dei consumatori nei confronti del tradizionale marchio. Un fenomeno che, anche se in proporzioni minori rispetto al resto del mondo, si vede anche nel nostro Paese.
«Il calo della fedeltà al marchio è una conseguenza diretta dei cambiamenti in atto nel settore – spiega Sabella –. Da anni si parla di difficoltà dell’industria europea, mentre i produttori asiatici, giapponesi, coreani e soprattutto cinesi, stanno guadagnando quote grazie a un mix molto competitivo di tecnologia e prezzo. Oggi il consumatore è meno legato al marchio e più attento al valore complessivo dell’offerta. Se un marchio emergente è in grado di offrire più tecnologia a un prezzo inferiore, la barriera all’ingresso si riduce rapidamente. In questo scenario, anche il ruolo del concessionario cambia: diventa sempre più un punto di fiducia che può facilitare l’adozione di nuovi marchi». Anche perché, per motivi culturali, nel nostro contesto il rapporto personale, in fase di acquisto, resta molto importante.
«L’acquisto dell’auto è ancora un processo ad alto coinvolgimento, in cui il cliente vuole vedere, provare e negoziare». Ecco allora che, mentre in altri Paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Germania l’auto si acquista sempre più online, in maniera diretta, in Italia queste forme sono molto meno diffuse. «La digitalizzazione crescerà anche in Italia, ma difficilmente sostituirà il rapporto con il concessionario: lo affiancherà. E, in molti casi, continuerà a essere proprio il fattore umano a fare la differenza nella decisione finale».
Infine, la dimensione tecnologica. Si dice spesso che il grande successo delle auto cinesi, e in generali asiatiche, oltre al prezzo, sia quello di produrre “smartphone su ruote”. Auto, cioè, costruite attorno al software e alla tecnologia. Una strada ormai tracciata. «L’industria dell’auto si sta muovendo in una direzione chiara: veicoli sempre più tecnologici e software-centrici. E il mercato, anche in Italia, sta progressivamente premiando queste caratteristiche. L’industria europea, proprio sul software, ha compreso che è rimasta indietro rispetto a quella asiatica. E, anche per questo, ne soffre la concorrenza. Però, se la nostra industria cercherà di recuperare il divario di tecnologia mettendo sul mercato auto più costose, favorirà ulteriormente l’industria asiatica». In questo contesto, i software-defined vehicles tendono a essere percepiti come un valore aggiunto, anche nel nostro Paese. «Rappresentano un’evoluzione tangibile del prodotto – spiega ancora Sabella –: aggiornamenti, funzionalità avanzate e maggiore integrazione digitale. Oggi la leva principale resta la competitività del prodotto. Più tecnologia, se ben percepita, significa maggiore attrattività sul mercato».
Il rischio, nel Paese che ha già il parco circolante più vecchio d’Europa, età media 12 anni, è che la situazione diverga ancora di più rispetto al resto d’Europa. «Da un lato i mercati che accelerano sull’elettrificazione, dall’altro l’Italia, dove le auto termiche continueranno a circolare più a lungo. Un rallentamento nel rinnovo del parco circolante, con implicazioni non solo ambientali ma anche industriali e competitive». Il futuro sembra tutt’altro che roseo.