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 Un mondo dalle culle vuote e sovrappopolato

Well Being

 Nonostante la popolazione mondiale continui ad aumentare non mancano segnali preoccupanti di una crescente infertilità, non solo legata alle migliori condizioni economiche nei Paesi in via di sviluppo ma anche a fattori ambientali e sociali.

​Il mondo è e sarà sempre più popolato e vecchio. Oggi ci vivono 7,5 miliardi di persone ma secondo l’Onu nel 2050 sfioreranno i 10 miliardi. Paradossalmente, assieme alla preoccupazione per un pianeta in cui lo spazio si riduce esponenzialmente, suona anche l’allarme ”rischio infertilità”. Gli ultimi studi epidemiologici, infatti, hanno messo nero su bianco il deterioramento della qualità dello sperma umano, soprattutto nei Paesi maggiormente industrializzati. Un dato su tutti: mezzo secolo fa si contavano 99 milioni in un millimetro. Oggi questo valore è quasi dimezzato e si attesta fra i 41 e 61 milio

Una recente ricerca dell’Università di Ginevra, pubblicata sulla rivista Andrology, ha lanciato un allarme soprattutto fra i giovani svizzeri. Sono loro, assieme a danesi, tedeschi e norvegesi a registrare i livelli più bassi di spermatozoi nel Vecchio Continente con 47 milioni. L’ateneo ginevrino ha analizzato i campioni di 2.523 giovani elvetici tra i 18 e i 22 anni evidenziando non solo la scarsa presenza di cellule sessuali maschili, ma anche la loro insufficiente mobilità. Lo studio ha messo in evidenza che il 17% del campione rientra nella categoria “subfertile”, ovvero con livello di spermatozoi inferiore ai 15 milioni. Secondo l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, si tratta di un valore preoccupante perché rende molto difficoltoso il concepimento di un bambino. Si pensi che già al di sotto dei 40 milioni i tempi di concepimento si allungherebbero considerevolmente.

Adesso le autorità sanitarie svizzere vogliono vederci chiaro. Si sa, infatti, che il calo della fertilità è legata a stili di vita scorretti come il fumo, lo stress, una dieta eccessivamente ricca di grassi animali ma anche alla presenza di sostanze dannose nell’ambiente circostante. Per questo motivo l’Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp) ha deciso di sottoporre un campione della popolazione a un’indagine specifica.

PROBLEMA GLOBALE

Il problema dell’infertilità, a ben guardare, non riguarda soltanto i Paesi sviluppati e non è legato esclusivamente a motivi biologici, anzi. Il nodo della natalità e della procreazione è stato trattato anche dal rapporto dell’Unfpa “The power of choice”, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione. Nel documento si sottolinea come dagli anni Sessanta la natalità nel mondo sia calata progressivamente passando da una media di cinque o più figli a donna a quella di 2,5 e anche meno. Un cambiamento epocale legato in particolare al miglioramento delle condizioni economiche, all’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, a un diffuso uso di metodi contraccettivi.

Oggi, secondo il report, ci sono nel mondo 43 Paesi con almeno un milione di abitanti in cui il tasso di natalità è di 4 o più bambini a donna, 30 in cui l’indice di fertilità è fra i 2,5 e i 3,9, 33 in cui si è arrivati alla soglia di sostituzione naturale (2,1 per donna), 53 ben al di sotto di questa media. Ad attirare l’attenzione è soprattutto il fatto che è evidente la tendenza a un aumento esponenziale del numero di Paese in cui si è al di sotto del tasso necessario alla sostituzione naturale fra una generazione e l’altra. Se il trend dovesse confermarsi in un primo momento la popolazione mondiale continuerà sì a crescere ma anche contemporaneamente a invecchiare sempre di più. Quindi, se le nazioni più sterili dovessero superare per numero quelle più prolifiche la popolazione mondiale inizierebbe a diminuire. In Occidente sta già avvenendo tanto che si parla di “inverno demografico”.

Il calo della natalità, legato a fattori sociali, economici, naturali rappresenta una delle sfide del futuro di qui a qualche anno. Pensiamo al Giappone ma anche ad altri Paesi in cui l’andamento demografico è simile, come l’Italia. In queste nazioni le autorità sono chiamate ad affrontare un calo demografico preoccupante e un conseguente aumento della popolazione anziana che impone una continua riforma del sistema sanitario, previdenziale e del mondo del lavoro. Si pensi che già oggi in Giappone si registra una vera e propria “emorragia”: il Paese perde ogni anno qualcosa come 350mila abitanti mentre la popolazione di bambini si assottiglia sempre di più e si stenta a trovare manodopera in grado di sopportare pesanti lavori fisici. Secondo l’ultima indagine governativa, infatti, attualmente la percentuale di bambini in Giappone rappresenta il 12,1% della popolazione; seguono la Corea del Sud, con il 12,9%, e Italia e Germania, alla pari con il 13,4%.

IL CASO CINESE

Colpisce anche il caso della Cina. Nel 2018 per la prima volta da settanta anni, il gigante asiatico non ha visto la propria popolazione aumentare. Una buona notizia? Non proprio. Il miglioramento delle condizioni economiche e la politica del “figlio unico” imposta per 40 anni ha cambiato profondamente il Paese. Il numero delle donne in età fertile è in forte diminuzione tanto che fra dieci anni dovrebbe arrivare al 40%. Un cambiamento senza precedenti che non è destinato a fermarsi e che impone di affrontare il nodo della crescente spesa per il welfare. La tendenza dei giovani cinesi è quella di “arricchirsi prima che sia troppo tardi” e avere una famiglia numerosa non ha più alcun senso per loro, soprattutto con la riduzione della percentuale di popolazione rurale. Infatti, l’abbandono della politica del figlio unico nel 2015 non ha contribuito a riempire le culle. Il rapporto Global Demographics realizzato da Complete Intelligence mette in evidenza che nel 2023 la popolazione cinese inizierà a diminuire e sarà anche più vecchia: entro il 2028 ci sarà una riduzione del 17% dei bambini.

ANZIANI IN AUMENTO

Nel 2020, sempre secondo l’Oms la popolazione mondiale over 60 raddoppierà, passando da 900 milioni a quasi 2 miliardi di individui. Entro il 2050 avrà superato i 60 anni una persona su 5. Questo è il risultato del combinato disposto fra bassa fertilità e aumento dell’aspettativa di vita. Inoltre, sempre secondo il Palazzo di Vetro, nei Paesi a basso e medio reddito, entro il 2050, vivrà l'80% della popolazione anziana. Un fenomeno rapidissimo se si pensa che in Europa è stato necessario attendere un secolo e mezzo per osservare un aumento dal 10 al 20% della popolazione anziana mentre in Paesi come Cina, India e Brasile, ci vorranno poco più di 20 anni. Il mondo del futuro prossimo per concludere, vedrà sempre meno persone in grado di produrre e un numero sempre crescenti di essere umani a cui sarà necessario garantire il diritto all’assistenza.

 

 

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