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 I big data sono un medico in più

Well Being

 La tecnologia è un alleato per ridurre i costi sanitari e puntare su cure personalizzate, reinventando il mercato della protezione. Changes ne ha parlato con Silvio Garattini.

​​​​​​​​​​​​​​Un tempo c’erano le cartelle mediche, trial con campioni quanto più omogenei realizzati spesso in giro per il mondo ​e volenterosi ricercatori pronti a raccogliere tutte le informazioni e ad analizzarle. Passavano anni prima di arrivare a conclusioni certe. Poi sono arrivati i Big Data con software, simulatori e algoritmi​ per analizzare, comparare, integrare e analizzare i diversi numeri nel tentativo di estrarre valore. Insieme a telemedicina, robotica, stampa 3D, wearables e apparati medicali, i Big Data stanno rivoluzionando il mondo della Sanità e della medicina. Sono un medico in più a fianco del dottore in carne e ossa permettendo percorsi di cura sempre più personalizzati, efficaci e meno soggetti a rischio clinico. Nota Silvio Garattini, farmacologo di fama mondiale, medico e docente in chemioterapia, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche ​Mario Negri: «Possiamo affrontare meglio le patologie, incrociando i dati e possiamo studiare gli effetti delle cure verso i pazienti nel tempo con una memoria che non si cencella». Per Garattini, la tecnologia può dare una spinta importante soprattutto alle cure riabilitative dei pazienti perché con una statistica accurata si può puntare subito su cure che portano benefici e scartare, per esempio, esercizi fisici che sono controproducenti, ma anche conoscere le criticità o addiruttura prevenire gli imprevisti.
Ma non si tratta solo di cure. I Big Data e le tecnologie stanno reinventando il mestiere della protezione e delle coperture assicurative, perché possono diventare un partner con servizi ad alto valore aggiunto e consentono di profilare meglio le polizze sanitarie. In quest’ottica l’evoluzione del mercato assicurativo segue i nuovi bisogni creati da un mondo sempre più digitale. E il settore della salute è il primo nel quale il legame tra innovazione e nuove coperture di welfare sta facendo passi da gigante. In America e in Canada, per esempio, i contapassi usati quando si va a correre così come i misuratori di pressione o le App sugli smartphone per controllare le calorie ingerite sono spesso collegati alle banche dati di studi medici, istituti di ricerca o case farmaceutiche che li trasferiscono alle aziende per valutare le coperture assicurative dei propri dipendenti. Non a caso sul mercato spopolano dispositivi indossabili come Fitbit, Jawbone e Samsung Gear Fit. Nei Paesi in via di sviluppo come l'Africa, invece, la telefonia cellulare ha permesso di seguire i movimenti e l’evoluzione nella diffusione del virus dell’Ebola. Con l’obiettivo, a monte, di facilitare le attività di prevenzione e a valle di migliorare le cure in base alle richieste dei singoli e di evitare gli sprechi.

Big Data: le partnership servono a costruire una rete efficace

Per rendere più efficace il sistema si moltiplicano le partnership tra i vari attori della sanità. Un caso di eccellenza è quello della Pittsburgh Health Data Alliance che ha messo in piedi un progetto che punta a coordinare e a unire tutti i dati provenienti in città dalle diverse cartelle cliniche degli ospedali locali, dalle disposizioni delle assicurazioni, dai sensori indossabili o dalle informazioni utili alla popolazione che girano sui social media. Un latro caso interessante nel campo delle cure oncologiche è Flatiron Sanità che ha aperto OncologyCloud, con l'obiettvo di mappare i dati dei pazienti dal momento che il 96% dei dati potenzialmente disponibili su pazienti malati di cancro non è stata ancora analizzata. I grandi protagonisti della tecnologia sono attori principali del cambiamento. Apple e IBM si sono uniti per gestire e condividere le informazioni raccolte attraverso le App che girano su iPhone e iPad o il cloud Health Watson di Big Blue. Si moltiplicano servizi come HealthTap che offrono, nel campo della telemedicina, diagnosi a distanza one-to-one, mentre le case farmaceutiche creano vere e proprie sartorie laboratorio dove si mischiano dati genetici dei singoli e condizioni generali del territorio in cui si vive, per sviluppare la cosiddetta medicina personalizzata.
In Italia a che punto siamo? «Siamo ancora di fronte soltanto a casi sporadici, vuoi perché siamo in ritardo sulla cartella clinica elettronica, vuoi perché è difficile unire i dati quando la denominazione delle stesse malattie è diversa» ha detto Garattini. «Pensi soltanto a quanti modi diversi si usano per chiamare le broncopolmoniti». Eppure, l’Italia dovrebbe essere il Paese più adatto per questo tipo di operazioni, secondo Garattini, perché abbiamo un sistema sanitario che copre tutti i cittadini, con un patrimonio unico di dati che va soltato gestito.



Un patrimonio che ha un valore economico importante. L’osservatorio Big Data Analytics & Business Intelligence del Politecnico di Milano ha calcolato che il mercato italiano degli Analytics vale 790 milioni di euro alla fine del 2015. I numeri e le strategie di business data driver sono ancora lontane dagli standard americani o delle economie più dinamiche, ma intanto si è registrata in un anno una crescita del 14%. Stesse dinamiche anche nella sanità italiana, che lentamente sta abbandonando la carta e ancora più pigramente sta avviando la condivisione dei dati elettronici. L’Osservatorio del ​Politecnico di Milano ha calcolato, inoltre, che per la digitalizzazione dei processi clinico-sanitari e amministrativi il settore ha speso alla fine dell’anno scorso 156 milioni di euro, destinati soprattutto per la cartella clinica elettronica, la dematerializzazione dei dati e la conservazione a norma dei documenti. Tutte attività propedeutiche per un’azione omogenea e incisiva di Analytics.  «La gestione della farmacoterapia, per esempio, è presente in modo diffuso solo nel 34% delle aziende, come la gestione clinica di ricovero tramite il diario medico/infermieristico. Solo il 43% delle aziende con una soluzione di CCE utilizza strumenti mobile per accedervi» ha detto Garattini, secondo cui adesso le risorse non mancherebbero se non ci fossero gli sprechi e ricorda: «Chissà quanto avremmo risparmiato, se si fosse lanciata a tempo debito la cartella clinica unitaria. Pensiamo soltanto a quanto carta in meno avremmo sprecato». Il problema è il ritorno economico della gestione dei Big Data in sanità. Secondo Garattini, la soluzione non è lasciare tutto in mano ai privati. La ragione? Una delle difficoltà che c’è in questo campo, per esempio, è la certificazione delle App. In Italia non esiste neppure un apposito catalogo. Controllarle costa troppo, non conviene alle aziende che le lanciano, con il risultato che i dati spesso sono parziali e poco sicuri. Ma è proprio tra i privati in Italia si muovono le cose più interessanti. Sky Media con Hewlett Packard ha realizzato una piattaforma di warehousing dei dati, che punta a ricostruire la storia della salute di ogni singolo paziente. Mentre la piattaforma ThatMorning si è specializzata nella valutazione dal basso delle strutture sanitarie, per orientare i cittadini nell'offerta di sanità su tutto il territorio nazionale. A dare un’accelerazione al fenomeno ha pensato il nuovo Patto per la salute digitale firmato tra il ministero della Sanità e le Regioni. Come ha scritto Giuseppe Greco, direttore generale dell’Isimm, «sembra prospettarsi quindi un cambio di paradigma del Sistema sanitario nazionale (Ssn) verso un modello di piattaforma abilitante di servizi innovativi, in grado di collegare più efficacemente ed efficientemente medici, strutture, pazienti e informazioni con la partecipazione attiva dell'industria Life science e Ict». La Rete sembra in movimento.

 

 

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