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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Welfare: la valutazione dell'impatto sociale

Welfare: la valutazione dell'impatto sociale

Society 3.0

Il costante cambiamento dei bisogni e le scarse risorse disponibili richiedono interventi sempre più flessibili ed efficaci e una stretta collaborazione tra imprenditoria locale, imprese sociali e istituzioni. Ecco perché.

​​​​​Evitare di diventare un grande bluff passando alla storia solo come una fredda misura di calcolo per risparmiare sui costi dei lavoratori. Questa la grande sfida che il welfare aziendale dovrà affrontare nei prossimi anni. Per vincerla sarà necessario virare con decisione verso la sua anima sociale. Il che significa che le imprese dovranno sempre più mettere in primo piano i bisogni reali dei loro dipendenti, aprendo un dialogo di collaborazione e corresponsabilità con gli operatori presenti sul territorio per integrare i servizi del loro piano welfare con quelli pubblici presenti nell'area.

Un tema di crescente importanza in una realtà come quella odierna, dove il costante cambiamento dei bisogni e le scarse risorse disponibili richiedono interventi sempre più flessibili, efficienti ed efficaci e una stretta collaborazione tra imprenditoria locale, imprese sociali e istituzioni. E per ridurre al minimo gli sprechi e massimizzare gli investimenti, all'impresa spetterà il compito di monitorare l'impatto delle azioni messe in atto in campo sociale: sia esso positivo o negativo.  Ciò significa valutare in modo oggettivo il cambiamento che le sue azioni producono nel contesto sociale, economico e culturale che la circondano. Là dove il termine "valutare" significa "dare valore" e non semplicemente misurare né tantomeno giudicare: il giudizio spetta agli stakeholder. «Per le imprese questa è un'operazione importante da fare», avverte Davide Zanoni, partner di Avanzi, società che opera nel campo della sostenibilità. E non solo per decidere se ha senso continuare un determinato programma o intervento; se ampliare un progetto o per comunicare e rendicontare il proprio operato agli stakeholder, oppure informare i destinatari dei servizi e la comunità dei benefici derivanti da un determinato programma. «Ma anche perché i bilanci sociali delle aziende si stanno trasformando da semplici strumenti di rendicontazione, utili a informare gli azionisti prima ancora che gli stakeholder di quello che l'azienda ha fatto», precisa Zanoni, «in strumenti di programmazione. Oggi il bilancio sociale è un processo strategico per la definizione di obiettivi e attività finalizzate al miglioramento della vita dei dipendenti e più in generale alla creazione di valore condiviso. Si tratta di un cambio di prospettiva importante perché le grandi imprese non devono più solo rendicontare passivamente, ma sono destinate a diventare parte attiva nello sviluppo sociale del territorio su cui operano».

Lo Sroi come strumento di misurazione

Certo, il percorso da fare per valutare l'impatto sociale degli investimenti che un'azienda fa in ambito welfare, come può essere il servizio badanti o il supporto educativo per i figli dei dipendenti, non è dei più semplici. Esistono però sistemi di misurazione che possono aiutare. Uno dei più efficaci è lo Sroi, ovvero il Social return on investment. Questo sistema, nato per le società del terzo settore che operano in ambito sociale, si basa sull'analisi dei costi/benefici e sul coinvolgimento degli stakeholder. «L'utilizzo del linguaggio finanziario per misurare gli investimenti che devono avere un ritorno sociale, rende lo Sroi leggibile in modo chiaro dentro e fuori l'azienda», aggiunge Zanoni.

Il Punto di partenza di una valutazione di impatto è lo sviluppo della Theory of Change, teoria del cambiamento, uno strumento strategico di origini anglosassoni che consente di programmare e identificare le attività prioritarie per conseguire un certo tipo di impatto sociale. Oggi è usato dal 60% delle organizzazioni non profit Usa e dal 50% di quelle inglesi, ma può essere applicato con successo anche al mondo imprenditoriale. Il suo funzionamento è simile al cammino di un gambero. «Il processo logico necessario allo sviluppo di una teoria del cambiamento parte, infatti, dall'obiettivo di lungo termine, cioè dall'impatto atteso di un determinato servizio o attività erogata», spiega Chiara Lévêque, Philanthropy Advisor di Lang Italia, realtà di consulenza presente sul mercato dal 2011 con la mission di rendere più efficaci e sostenibili le iniziative e le organizzazioni che intervengono per rispondere ai bisogni sociali. «Una volta definito l'impatto, si risale progressivamente identificando a ritroso tutte le precondizioni necessarie per produrre l'obiettivo di impatto, prendendo in esame i cambiamenti attesi e misurabili a cui beneficiari dei servizi vanno incontro. Che possono essere, nel caso di un servizio di assistenza familiare offerto dall'azienda ai dipendenti, il risparmio di tempo e di denaro per loro, con un conseguente miglioramento delle performance lavorative, piuttosto che la diminuzione del numero di permessi e assenze». Una volta fatto questo si passa a esaminare il numero e il target di persone coinvolte dal servizio o dalle attività svolte nell'arco di un anno. Ed infine ci si focalizza sugli input, ovvero sulle risorse (prevalentemente economiche) necessarie allo svolgimento delle attività. A ogni indicatore viene poi dato un valore sulla base delle informazioni raccolte tra la popolazione aziendale e gli stakeholder tramite appositi questionari.

Il percorso per diventare changemaker

Alla fine di tutto il processo il calcolo dello Sroi - Social Return on Investment - si ottiene dal rapporto tra la somma dei benefici ottenuti (outcome) e la somma dei costi (input) sostenuti per erogare un determinato tipo di servizio o bene. «Un iter che richiede un particolare impegno analitico, ma che dà la possibilità a una azienda di razionalizzare al meglio i suoi interventi e di orientare in modo più mirato i servizi per i dipendenti», conclude Lévêque. «Ed è fondamentale per far emergere gli aspetti su cui è necessario migliorare o, al contrario, per rendersi conto che un intervento aziendale in ambito sociale ha avuto addirittura un impatto maggiore rispetto a quello previsto e dunque proseguire con maggiore consapevolezza». Solo in questo modo un'azienda può avere un ruolo attivo nel cambiamento e diventare changemaker, termine coniato da Bill Drayton, fondatore di Ashoka, organizzazione internazionale che dal 1981 ha sostenuto più di 2.000 imprenditori sociali in 60 paesi al mondo. Alcune aziende made in Italy lo hanno capito e si stanno muovendo per tempo e non solo loro. La valutazione di impatto sociale infatti viene applicata anche in ambiti diversi. Un esempio viene da Push2Open, un programma di orientamento rivolto ai giovani.

La  formazione ci guadagna

Giunto alla sua terza edizione il Programma 2017-2018 di PushToOpen si arricchisce, per volere delle aziende partecipanti, della valutazione di impatto sociale. Avviata a settembre con il coinvolgimento dei principali stakeholder, la metodologia di valutazione di impatto sociale consentirà al Programma di orientamento rivolto ai giovani di misurare entro aprile 2018 le principali componenti dirette e indirette del suo impatto: non solo input e output ma soprattutto outcome ed effetti al netto di quanto sarebbe comunque avvenuto senza questo intervento.

Promotore del Programma è "Jointly - il welfare condiviso", società innovativa a carattere sociale che ha ideato realizzato e sviluppato PushToOpen come risposta ad un bisogno fondamentale di orientamento alla scelta di vita, grazie alla fiducia e al sostegno di aziende leader come Unipol, SACE, SEA, BPER, Intesa Sanpaolo, ENI, ENEL, FSI, Unicredit, e grazie al supporto metodologico di BDO Italia che supporta passo dopo passo la misurazione delle performance finanziarie e non finanziarie, per una corretta rappresentazione del valore creato dal punto di vista economico, ambientale, sociale e di "welfare".

Secondo Francesca Rizzi, CEO di Jointly, la misurazione di impatto dei programmi di welfare è l'orizzonte verso cui tutte le aziende coinvolte in programmi di people caring dovrebbero puntare. Un esercizio ambizioso e complesso, che permette tuttavia di ritrovare il senso del termine "welfare aziendale" – spesso ormai equiparato a politiche di ottimizzazione retributiva – e di valorizzare quelle aziende che ogni giorno si impegnano per mettere in campo azioni realmente di valore per le proprie persone.

 

 

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