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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Malati di deforestazione

Malati di deforestazione

Well Being

Distruggere l’ecosistema aumenta la zoonosi. Ormai il 75% delle malattie umane deriva da animali e il 60% delle malattie emergenti sono state trasmesse da animali selvatici e provoca ogni anno circa un miliardo di casi e milioni di morti.

​​​​Il Covid-19 era stato denominato inizialmente dagli scienziati cinesi “nCoV-2019", ovvero “nuovo coronavirus del 2019", ma in realtà non è poi così nuovo. Fa parte di una famiglia di virus ben noti agli infettivologi, con un'origine comune e una riconosciuta capacità di compiere il “salto di specie", agevolato dalla crescente invasione delle aree selvagge da parte di una specie che ormai domina il pianeta con una crescita demografica senza precedenti e che non si era mai addentrata così tanto nella natura selvaggia prima di oggi: la specie umana. Anche l'epidemia di Sars (Severe acute respiratory syndrome) del 2002-3, che ha contagiato 8.098 persone in tutto il mondo, uccidendone 774, è stata causata da un coronavirus animale, così come l'epidemia di Mers (Middle East respiratory syndrome), che è iniziata nella penisola arabica nel 2012 e persiste ancora (2.494 persone infette e 858 morti ad oggi). In sostanza, questa epidemia non è un evento nuovo. Fa parte di una serie di circostanze che si sono già verificate in passato e sono destinate a ripetersi in futuro, grazie alla rapidissima espansione della specie umana, cresciuta in meno di sessant'anni da 3 a quasi 8 miliardi di individui e decisa ad invadere i quattro angoli del pianeta, addentrandosi nelle aree più selvatiche, come le foreste, e sfruttandole senza scrupoli per soddisfare le proprie esigenze immediate.

Tagliamo gli alberi
, ci inoltriamo nelle foreste e in altri territori selvaggi, che ospitano tante specie animali, portatrici di virus sconosciuti. Uccidiamo gli animali o li mettiamo in gabbia e li vendiamo nei mercati. Distruggiamo gli ecosistemi e li svuotiamo dei loro ospiti naturali, che sono costretti sempre più spesso a migrare in mezzo a noi. A Londra sono ormai insediate oltre ventimila volpi. Lo stesso fanno i virus, con la differenza che possono viaggiare addosso a noi a nostra insaputa. Non migrano solo nelle aree vicine alla deforestazione e alle fasce di popolazione più povere, che comprano gli animali selvatici al mercato di Wuhan per metterli in pentola. Ma si spostano in aereo con le fasce più ricche, quelle che ormai si possono permettere di non stare mai ferme nello stesso luogo. 

EPIDEMIE RAVVICINATE

Le epidemie di virus animali trasmessi all'uomo si susseguono a intervalli sempre più ravvicinati: Machupo, Bolivia, 1961; Marburg, Germania, 1967; Ebola, Zaire e Sudan, 1976; Hiv, scoperto a New York e in California, 1981; Hendra, Australia, 1994; influenza aviaria, Hong Kong, 1997; Nipah, Malesia, 1998; West Nile, New York, 1999; Sars, Cina, 2002-3; Mers, Arabia Saudita, 2012; Ebola di nuovo, Africa occidentale, 2014. Ora abbiamo il Covid-19, ma non sarà certamente l'ultimo. Le circostanze in cui ci troviamo, infatti, sono senza precedenti sulla Terra e non c'è modo di arrestarle, ma semmai di mitigarle con il grande impegno degli scienziati, per limitare i danni contingenti delle singole epidemie, e con delle misure volontarie della politica planetaria per contenere, sul lungo periodo, la distruzione degli ecosistemi naturali. «Sappiamo, dai reperti fossili, che nessun animale della nostra corporatura è mai stato così diffuso sulla Terra come la specie umana, né così devastante nello sfruttamento delle risorse del pianeta. Una conseguenza di questa crescita e della nostra invasione degli ecosistemi più remoti è l'aumento degli scambi virali», sostiene David Quammen, autore di Spillover: Animal Infections and the Next Human Pandemic.

DEFORESTAZIONE SUL BANCO DEGLI IMPUTATI

Uno dei fenomeni più pericolosi è proprio la deforestazione. Le foreste ospitano milioni di specie in gran parte sconosciute alla scienza moderna, tra cui virus, batteri, funghi e molti altri organismi molti dei quali parassiti, nella più parte dei casi benevoli che non riescono a vivere fuori del loro ospite e non fanno troppi danni. Nella foresta amazzonica, che assorbe il 3% delle emissioni globali di carbonio, è svanita dal 1970 ad oggi un'area di foresta equivalente alla superficie della Francia e la deforestazione continua ad aumentare, dopo una breve battuta d'arresto prima dell'elezione del sovranista Jair Bolsonaro alla presidenza brasiliana. Il 2019, in particolare, è stato un anno di fuoco per le foreste globali e ha visto andare in fumo 12 milioni di ettari in Amazzonia, oltre 8 milioni nell'Artico, 27mila ettari nel bacino del Congo, 330mila ettari tra foreste e altri habitat in Indonesia. Le fiamme, che sono il risultato della combinazione di deforestazione, agricoltura, zootecnia e cambiamenti climatici, ci stanno portando via vaste aree di foresta: uno degli ambienti più straordinari e ricchi di vita del pianeta, da sempre in prima linea contro i cambiamenti climatici e per la preservazione degli ecosistemi più selvaggi.

In particolare l'Amazzonia è uno dei grandi sistemi ecologici fondamentali per la vita sul pianeta: genera piogge, raffredda la Terra, assorbe gas serra, immagazzina carbonio, custodisce il 10% della biodiversità, contrasta la desertificazione, produce acqua cibo e medicine, per tutto il pianeta. Chi studia l'Amazzonia sa che stiamo raggiungendo un punto di non ritorno, che diversi scienziati indicano intorno al 25% dell'ecosistema amazzonico distrutto, oltre il quale le foreste, non più in grado di svolgere le loro funzioni ecologiche, rischiano di collassare, lasciando dietro di sé erosione, siccità e aride savane. La scomparsa dell'Amazzonia, in una sorta di effetto domino, condizionerebbe il futuro di tutto il pianeta. A oggi abbiamo perso più del 17% della superficie forestale e ci stiamo avvicinando al traguardo del 20%.

Neg
li anni '90, e prima ancora negli anni '80, c'è stata una pesante deforestazione, che in alcune fasi ha colpito 3 milioni di ettari di foresta all'anno. I tassi di deforestazione in Brasile sono andati lentamente aumentando fino al 2005, per poi iniziare a calare. Dal 2016, però, il tasso di deforestazione ha ripreso ad aumentare e a mostrarlo sono i dati dell'Istituto Nazionale di Ricerca Spaziale (Inpe). Nel 2019 le attività illegali hanno distrutto più di 9700 chilometri quadrati di foresta amazzonica brasiliana, cioè quasi un milione di ettari. Nei primi quattro mesi di quest'anno siamo già arrivati a 1200 chilometri quadrati di foresta abbattuta, il 55% in più rispetto al 2019, che pure è stata un'annata da record. Ad agosto, quando i fazendeiros appiccheranno i fuochi che servono a rasare le zone sgomberate e riconvertirle a pascoli, gli incendi saranno ancora più vasti di quelli che hanno scioccato il mondo l'anno scorso, raggiungendo i livelli di deforestazione dei primi anni Duemila.

Le cause sono note: allevamento di bovini da macello e campi di soia (sempre destinata ai mangimi per animali), di cui il Brasile è ormai il primo produttore al mondo. Ma i principali responsabili restano comunque gli allevatori: in Brasile, i bovini da macello provocano una deforestazione sei volte maggiore rispetto alla soia. In particolare JBS, Minerva e Marfrig sono le tre aziende brasiliane responsabili dei due terzi della deforestazione per l'allevamento di bovini da macello destinati all'esportazione, in base alle indagini di Trase, un progetto di ricerca guidato da Global Canopy e dallo Stockholm Environment Institute, che usa le osservazioni dei satelliti e i big data per mettere in relazione la deforestazione illegale con le aziende che ne ricevono i frutti. Tutte e tre queste società, da parte loro, sostengono che i loro fornitori diretti evitano i terreni deforestati, ma secondo Trase i loro fornitori a loro volta si riforniscono da allevatori più piccoli e molto più difficili da monitorare. Il risultato finale è che gli alberi vanno in fumo e che i consumatori di carne europei e americani continuano a mettere nel piatto carne allevata sui terreni che erano un tempo la foresta amazzonica.

VIRUS ALLA CONQUISTA DI NUOVI SPAZI

Il cambiamento di uso del territorio, comprese le strade di accesso alla foresta, lo sviluppo di villaggi in territori prima selvaggi, l'espansione di territori di caccia e la raccolta di carne da animali selvatici, ha portato così la popolazione umana a un contatto sempre più stretto con l'insorgenza dei virus. Gli scienziati globalmente sono consapevoli che tra le cause della diffusione di malattie infettive emergenti, come Ebola, febbre emorragica di Marburg, Sars, Mers, febbre della Rift Valley, Zika e molte altre ancora, vi sia la perdita di habitat dovuta alla deforestazione, la creazione di ambienti artificiali e più in generale la distruzione della biodiversità. Il 75% delle malattie umane fino ad oggi conosciute derivano da animali e il 60% delle malattie emergenti sono state trasmesse da animali selvatici. Le zoonosi causano ogni anno circa un miliardo di casi e milioni di morti. Fra tutte le malattie emergenti, le zoonosi di origine selvatica potrebbero rappresentare in futuro la più consistente minaccia per la salute della popolazione mondiale. 

Facilitati dalla distruzione degli ecosistemi e dal riscaldamento globale, dall'inquinamento e dall'aumento della popolazione, i virus hanno nuovi spazi da conquistare e nuove prospettive di sviluppo. Le periferie degradate e senza verde di tante metropoli tropicali si trasformano nell'habitat ideale per malattie pericolose come la febbre dengue, il tifo, il colera, la chikungunya. I mercati di quelle stesse metropoli, che siano in Africa, in Sudamerica o in Asia, spacciano quello che rimane della fauna predata: animali selvatici vivi, parti di scimmie e tigri, carne di serpente, scaglie di pangolini e altro ancora, creando nuove opportunità per vecchie e nuove pandemie.​


 

 

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