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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Perché il recupero urbano è un valore

Perché il recupero urbano è un valore

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Il disegno del futuro delle città segna la trasformazione sociale, economica e culturale. L’impegno di Unipol che sostiene numerosi progetti grazie al bando 2017 «culturability – rigenerare spazi da condividere» della fondazione Unipolis.

​​​​​​​​È molto positivo che si dedichi crescente attenzione e impegno ai temi connessi alla rigenerazione urbana. Così come è importante che si stiano concretizzando, a livello nazionale, regionale e locale, iniziative legislative e progetti in grado di avviare processi di rigenerazione, soprattutto nelle periferie delle città. Ma la questione riguarda anche tanti centri medio piccoli delle aree interne del Paese; si pensi soltanto ai problemi emersi con i terremoti succedutisi nei mesi scorsi nelle regioni del Centro Italia, già provati dall’emigrazione e dallo spopolamento.

Questa rinnovata attenzione alle questioni urbanistiche che interessano il tessuto urbano dei nostri centri ha a che fare con una molteplicità di cambiamenti connessi ai profondi mutamenti produttivi, con l’abbandono di enormi aree industrializzate, determinato dall’affermarsi del settore terziario e delle nuove tecnologie digitali. Ciò ha prodotto trasformazioni sociali imponenti, anche in relazione all’evoluzione demografica e al fenomeno dell’immigrazione.

Il tema centrale che emerge da questi cambiamenti profondi è quello del futuro delle città e delle aree urbane. Sarebbe tuttavia assai riduttivo, per non dire sbagliato, affrontare questi mutamenti epocali – perché riguardano l’intero Pianeta, non certo solo l’Italia – soltanto dal punto di vista urbanistico o, peggio, architettonico. Questo perché le città sono oggi il cuore della “questione sociale”. È nelle città che si concentrano le maggiori contraddizioni, a partire dall’aumento delle disuguaglianze, delle povertà (vecchie e nuove), dei fenomeni di degrado, di congestione della mobilità, di inquinamento e di insicurezza. È nelle aree periferiche che questi fenomeni si manifestano in dimensione e profondità senza precedenti, ma è altrettanto vero, che essi non possono essere letti e affrontati come se fossero “diversi” e “separati” dal resto della città. Lo ha evidenziato con efficacia l’architetto Mario Cucinella​ in una recente intervista al Sole24Ore, sottolineando come sia ​necessario «superare l’idea che esista la periferia: la periferia è la città contemporanea, non è qualcosa di estraneo». Su questo «non si può scherzare perché stiamo parlando della vita dei cittadini, della qualità del futuro delle città italiane». 

Città del futuro: la risposta non può essere solo edilizia e architettonica

Se, dunque, è del futuro che si sta parlando, della qualità della vita delle persone e dei cittadini, di oggi e di domani, occorre essere consapevoli che la risposta non può essere di carattere “edilizio” e neppure solo architettonica. Deve essere anzitutto il risultato di una visione culturale, il frutto di una idea di sviluppo​ della società, in grado di misurarsi con le esigenze, i bisogni, le attese e anche i desideri - se non vogliamo parlare di sogni - delle persone. Attenzione: “visione culturale” e “idea di sviluppo” non sono categorie astratte, utopie. Il passaggio di crisi e trasformazione in atto su scala globale, fa i conti con la insostenibilità sociale e ambientale – e in ultima analisi anche economica -  dell’attuale meccanismo di accumulazione e distribuzione del reddito e della ricchezza; persino con rischi di tenuta democratica nel cuore dei sistemi politici occidentali.
Di qui la necessità di cambiare e ri-orientare tale meccanismo verso “obiettivi di sviluppo sostenibile”, così come codificati dall’Onu nell’ ”Agenda 2030”. Un’esigenza che nel nostro Paese è più urgente e acuta rispetto agli altri paesi sviluppati, come dimostra anche il Rapporto realizzato da Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile​

  


È dentro questo orizzonte che va iscritto il percorso di rigenerazione urbana in Italia. Un percorso - che sarebbe auspicabile divenisse una vera e propria strategia -   che assuma valori e valenza culturale e sociale, con l’obiettivo di riannodare i fili spezzati delle relazioni umane, di offrire modalità innovative di creazione di valore e di lavoro che, utilizzando le potenzialità della rivoluzione digitale, produca nuove opportunità   per i talenti e le competenze, vecchie e nuove, in grado di connettere conoscenze, saperi tradizionali e moderne tecnologie. Più di altri il nostro Paese può avvantaggiarsi di una tale approccio innovativo, culturalmente e socialmente, allo sviluppo. La creatività e le abilità degli artigiani italiani, nutrite da solide culture stratificate nel corso dei secoli, hanno saputo produrre uno straordinario patrimonio, che ha il suo fulcro proprio nelle città e nei centri urbani, grandi e piccoli. Un patrimonio che non solo va salvaguardato, ma va innovato e messo al servizio di questa nuova idea di sviluppo, che fa della cultura una leva essenziale e potente di cambiamento e di trasformazione, sociale ed economica insieme. 

Il progetto “culturability” promosso dalla Fondazione Unipolis, sta pienamente dentro questa idea di sviluppo. Non a caso, quando fu concepito – era il 2010 – aveva come pay off “la responsabilità della cultura per una società sostenibile”. Nel corso degli ultimi anni si è evoluto diventando uno strumento attivo per promuovere progetti di innovazione sociale e culturale in grado di produrre occasioni di lavoro per i giovani, di cambiamento e di qualificazione del tessuto urbano e delle comunità. Lo testimoniano le migliaia di progetti (2.350 nelle prime tre edizioni del bando), presentati da centinaia di organizzazioni sociali e culturali composte e animate da molte migliaia di ragazze e ragazzi; le decine di progetti e attività che, anche grazie alle risorse stanziate (oltre un milione di euro di contributi a fondo perduto e supporto formativo) che sono nate in tutto il territorio nazionale.

Lo riconosce un numero crescente di studiosi e operatori del settore, che ci gratificano dei loro apprezzamenti. Ha scritto di recente sulla Domenica del Sole24Ore (18/12/2016), l’economista della cultura Pier Luigi Sacco: «In tutto il territorio italiano assistiamo ad una fioritura di progetti di innovazione sociale dal basso a base culturale, che posizionano l’Italia come una delle realtà di spicco a livello mondiale, anche grazie al ruolo di iniziative-piattaforma quali Che Fare e Culturability». Culturability non è la soluzione dei problemi dell’Italia, ci mancherebbe! Ma ha l’ambizione di dare un contributo e, insieme ad altri, di favorire la nascita di reti, di progetti, di interventi che segnino una strada possibile di cambiamento, facendo perno sui giovani. Semmai, come evidenzia ancora Sacco, il problema è quello di riuscire a connettere queste tante iniziative dal basso in una strategia, in un progetto culturale del Paese, capace di «connettere la cultura alle logiche dello sviluppo economico e industriale, ad una nuova concezione del Welfare, alle strategie di innovazione, alla sostenibilità sociale e al presidio del territorio». ​​

La presentazione del nuovo bando “culturability/rigenerare spazi da condividere” per il 2017​, a Milano giovedì 16 febbraio, con la presenza, tra gli altri, di Mario Cucinella e di Pierluigi Sacco, esprime la volontà di Fondazione Unipolis di proseguire con convinzione e coerenza il percorso intrapreso. 

 

 

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