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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Umani, digitali e iperconnessi

Umani, digitali e iperconnessi

Technology

Il digitale ha cambiato la precezione di noi stessi, degli altri, le relazioni, il loro valore. Changes ne ha parlato con Giovanni Boccia Artieri, Presidente della Scuola di Scienze della Comunicazione presso l'Università degli studi di Urbino Carlo Bo.

​​​​​​La realtà è sotto gli occhi di tutti: l’avvento del digitale, l’enorme trasformazione che esso sta determinando soprattutto sul nostro modo di comunicare e comunicarci, ha cambiato e sta cambiando la maniera in cui intendiamo noi stessi, gli altri (persone, gruppi, aziende, istituzioni), le relazioni che costruiamo, il loro reale valore. 

Alcuni vivono il cambiamento appieno, utilizzando con profitto i nuovi strumenti di comunicazione per apprendere, relazionarsi, per promuovere se stessi e le proprie idee, per creare valore. Altri lo subiscono, spesso perché ancora non lo comprendono a fondo: sbarcati sui social media dall’oggi al domani, non hanno avuto il tempo di apprenderne regole d’ingaggio, linguaggi, peculiarità. Si aggirano in nuovi “luoghi” come Facebook, Instagram, Twitter o Snapchat senza orientarsi appieno, spaesati. 

Tutti, nessuno escluso, hanno però iniziato finalmente a percepire e strutturare la loro presenza on e offline come un’unica esperienza senza soluzione di continuità. A intendere e soprattutto a vivere l’esistenza come qualcosa che non può più prescindere tanto dal reale quanto dal digitale. E questo perché, nel nostro tempo, «l’esserci è sempre più caratterizzato dall’essere connessi», come spiega Giovanni Boccia Artieri, Presidente della Scuola di Scienze della Comunicazione presso l'Università degli studi di Urbino Carlo Bo. 

Autore di diversi libri sulla società che cambia nell’era della rivoluzione digitale, Boccia Artieri chiarisce innanzitutto come cambia la percezione del Sé nel nuovo contesto: «Il nostro essere in rete ci impone di riflettere con più attenzione sui modi di raccontarci e rende questo racconto sempre più strategico, sempre più orientato alla promozione di sé - spiega - Anzi, oggi c’è una sorta di concezione imprenditoriale del Sé: emerge quello che possiamo definire un Sé neo-liberale, un modo di trattare la propria identità come se fosse un capitale da investire e far fruttare». 

Quindi siamo online per “vendere” un’immagine di noi stessi?
«Una volta in rete, giochiamo contemporaneamente su due tavoli: quello delle nostre amicizie, dove interagiamo con persone che ci conoscono e che amiamo; e quello dell’ambiente pubblico, dove i social network ci impongono di misurarci con individui che leggono i nostri contenuti ma che non conosciamo. Qui qualsiasi gesto si compia, dal condividere un contenuto allo scrivere nero su bianco una nostra idea, lo scopo è affermare un particolare racconto di noi stessi, per dare una rappresentazione di sé orientata a ottenere il massimo da ciascuna relazione, vale a dire per essere accettati socialmente». 

Ma così facendo, non c’è il rischio di essere meno autentici?
«No, perché il racconto di sé ha senso e funziona solo se si costruiscono relazioni vere con gli altri: in altre parole, la nostra narrazione ha senso solo quando crea relazione e se, mentre la faccio, mi metto in relazione con gli altri. Il ragionamento alla base del Sé neo-liberale è qualcosa che riguarda il singolo ma che nasce già collettivo e di rete. E la dinamica non è tanto diverso rispetto ad esempio a quando, prima di andare a una festa, ci domandiamo cosa indossare per apparire al meglio di noi».

Tuttavia, l’impressione è che in molti qui da noi si aggirino ancora abbastanza spaesati in rete.​
«In Italia l’accesso di massa ai social network avviene nel 2011, e quindi è ancora un’avvenimento relativamente recente. In più è avvenuta in maniera piuttosto repentina, senza dare il tempo alle persone di maturare una vera consapevolezza rispetto a dove si trovassero. La conseguenza è stata che la gente ha iniziato a interpretare la realtà riproducendo meccanismi che funzionavano negli ambienti mediali tradizionali». ​

Ci può fare un esempio?
«Prendiamo le famigerate “fake news”: entrando su Facebook, molte persone hanno creduto e spesso ancora credono di essere in una realtà simile a quella dei giornali a cui erano abituati. Così accade che ancora oggi in molti scambino un post su Lercio.it per la realtà, specie se ha un titolo ambiguo e verosimile. Questo vuol dire che non abbiamo ancora tutte le competenze e non ci sappiamo muovere. Ma è anche vero che sarà la vitalità di questi ambienti a produrre un’evoluzione del pubblico e della sua consapevolezza. Molte cose stanno già cambiando, questo è evidente, soprattutto perché molte conversazioni si stanno spostando da ambienti più pubblici ad ambienti di chat come Whatsapp, Telegram o Messenger».

Questo vuol dire che Facebook ha i minuti contati?
«Più che altro, significa che oggi stanno avendo successo ambienti che che assolvono a bisogni diversi come Instagram, Snapchat e Whatsapp dove prima c’era solo Facebook per fare tutto. E che forse anche il futuro di piattaforme come Facebook risiede in una maggiore specializzazione».

Così non si rischia di aumentare l’effetto “camera dell’eco”?
«Siamo in un momento di passaggio e stiamo maturando. Credo che molte persone siano stanche delle camere dell’eco, di quegli spazi nei social dove ci si riunisce con persone che la pensano alla stessa maniera per sentirsi dare ragione. Che finalmente vogliano altro. E questo anche grazie alla rete, che ha il merito di aver messo in luce ciò che non andava, di fatto creando spazio per ciò che potremmo definire “redenzione”.  Basti pensare a quando qualcuno cancella un contenuto discutibile dopo essere stato attaccato: nella maggior parte dei casi lo fa anche perché si rende conto di aver fatto un’idiozia, che magari non ripeterà più».

Cambia il modo che le persone hanno hanno di rapportarsi l’una con l’altra. E quando si rivolgono alle aziende?
«Se le persone cambiano il loro modo di interagire socialmente, a mutare sono anche le attese che queste hanno nei confronti di aziende e prodotti. Quest’ultimi, ad esempio, sono sempre più parte della narrazione singole narrazioni, perché l’utente condivide in rete un acquisto o l’uso un servizio per parlare di sé. La sfida per le aziende non è creare un rapporto emozionale con il cliente, ma entrare nella sua narrazione, essere per lui rilevante sempre, e non solo al momento dell’acquisto. Per riassumere: diventare parte della sua vita». ​

E vale per tutte le aziende?
«Mutatis mutandis, sì». 


 

 

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