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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Tempo di deglobalizzazione

Tempo di deglobalizzazione

Society 3.0

Il Covid-19 fa tornare il primato della politica sull’economia, disegnerà le nuove catene di produzione e di approvvigionamento. A quale prezzo?

​​Mentre il Covid-19 alza una nebbia di ipotesi, prende forma qualcosa di definito. È il cerchio della globalizzazione perfetta che si chiude. Dopo i prodotti, le persone e i capitali, anche i virus hanno conquistato la loro quota di libera circolazione. A scapito degli altri.

Da iper a de-globalizzazione

Proprio col compiersi di questa iper-globalizzazione, i confini si chiudono come un ponte levatoio medievale, a protezione di ogni paese fortificato. E il Covid-19 appare come l'accelerazione definitiva verso una de-globalizzazione che era da tempo dietro l'angolo.
Imprevisto: non sono stati gli USA a girare sull'off l'interruttore della globalizzazione. I dazi americani (sulla Cina) erano solo la schiuma su un'onda di protezionismo partita da lontano – quando uno comincia, gli altri sono costretti a seguire – di cui le spinte disordinate erano visibili.
Nel gennaio del 2019 McKinsey tentava di fotografarle mettendo in fila alcuni elementi, e in Five hidden ways that globalization is changing scriveva che:

  • sempre meno merci oltrepassa(va)no i confini nazionali (l'export globale è andato dal 28% del 2001 al 22% del 2017);
  • il commercio internazionale di servizi cresce il 60% più velocemente rispetto a quello dei prodotti;
  • l'arbitraggio del costo del lavoro diventa sempre meno importante (solo il 18% del commercio globale è da paesi a basso costo del lavoro a paesi ad alto costo del lavoro);
  • dal 2013 crescono gli scambi intraregionali (cresce il commercio intraregionale perché le aziende preferiscono la prossimità ai clienti e la velocità).

Il ritorno degli Stati

Ben prima del Covd-19 il mondo si è ritagliato spazi economici regionali in cui le logiche prevalenti non sono (più) solo quelle di margini e vantaggi competitivi, ma ambiti in cui gradualmente prevale la ragione politica su quella economica. Gli Stati, se mai l'hanno abbandonata, hanno riaffermato la loro primazia, ed oggi antepongono la sopravvivenza alla crescita, il controllo alla libertà.
L'hanno bruscamente capito le imprese, che tornano (finalmente?) ad essere un fattore di potenza a favore dell'interesse nazionale, e lo capiscono i consumatori, confinati per la prima volta (altrettanto finalmente?) al livello (davvero più basso?) di cittadini. Con l'auto confinamento di queste settimane, ogni nazione pensa per sé. L'economia si rimette al servizio dello Stato e performa in funzione di esso, ricordandoci i tempi in cui anche il Miracolo italiano e la globalizzazione, in fondo, erano anche merito dell'aiuto di un paese grande, gli Usa, a cui eravamo più o meno fedeli.

Cina e resto del mondo

È una logica che si ripropone, e trova il capitalismo cinese pronto e ben allenato a servire lo Stato, condizione ideale di questa "economia di sopravvivenza". La Cina vorrà certo conservare il suo ruolo di fabbrica del mondo e il suo progetto di Via della Seta, entrambi utili a legittimarla al mondo più che a proiettarla verso un vero dominio economico.
È stato così anche per il Covid-19, che ha perso subito il suo significato di virus, per diventare uno strumento di propaganda della potenza nazionale, ovvero:

  • la battaglia decisiva che il "Leader del popolo" Xi Jinping ha dovuto guidare;
  • l'ennesima opportunità per rubare soft power agli Stati Uniti, oggi tentando la leadership globale anche nel contesto sanitario;
  • la nuova occasione per affermare il risolutivo "metodo cinese" di controllo e rigore; così lontano dal concetto di democrazia, ma così in linea con l'idea di Deng Xiaoping "non importa che sia un gatto bianco o un gatto nero, finché cattura topi è un buon gatto".

Possiamo anche immaginare i due colossi privati Alibaba e Amazon nazionalizzati, pronti a servire ciascuno la propria area di influenza, in una nuova guerra fredda tra Cina e Usa e relativi alleati. Come nel secondo dopo guerra, anche oggi possiamo considerare gli aiuti come un apripista per fondare successive alleanze. Tenta di farlo la Cina con l'Italia, gli Usa con l'Iran: mascherine oggi in cambio di fedeltà – politica o commerciale – domani.

Catene di sopravvivenza e alleanze

Già ieri le alleanze politiche erano importanti per approvvigionarsi di risorse sempre più scarse – si cresce solo a scapito di qualcun altro – ma oggi tutto diventa più difficile. La necessità di chiudersi per proteggersi avrà, infatti, implicazioni dirette sulle catene produttive, costrette a riorientarsi, magari accorciandosi oppure rientrando in dinamiche nazionali o regionali.
Un percorso che la Cina, per esempio, potrà affrontare saldandosi ai propri partner storici, o facendosi nuovi amici, o rafforzando la sua autosufficienza interna.

Per i paesi trasformatori, invece, come la Germania e l'Italia, le catene globali dovranno essere ricostruite affrontando domande importanti:

  • Da che parte stare: domanda che si ripete dopo una settantina di anni?
  • A quali settori dare priorità? Una scelta puntualmente fatta dalla Germania e negligentemente rinviata dall'Italia.
  • Dove cercare le materie prime (acciaio, grano, gas, petrolio, acqua, …)?
  • L'economia interna potrà produrre "a prezzi cinesi"?
  • La ri-localizzazione di alcune produzioni reggerà i salari occidentali?

 Se la parola d'ordine è sopravvivenza, l'autosufficienza resterà un lusso per pochi paesi grandi. Per gli altri non resterà che chiamare gli amici. Quelli nuovi, o quelli di una volta. Ed è scorrendo la lista degli amici che comprenderemo la nuova forma che prenderà la globalizzazione.

 

 

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