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 L’etica diventa un hashtag social

Technology

 Nei suoi primi 25 anni di vita Internet si è sviluppato come un’unica nazione, con un'unica religione e un’unica cultura. Ma le culture, le etnie e le religioni sono tante. Ora bisogna costruire un codice della strada condiviso.

​​​Ci eravamo quasi rassegnati a un mercato digitale mondiale diviso tra il modello Silicon valley, americano, dove gli interessi delle grandi corporation (Apple, Alphabet, Microsoft, Facebook o Amazon) coincidono con quelli nazionali, e un modello asiatico, in particolare cinese (Baidu, Alibaba o Tencent), che invece ha insistito sul controllo statale imponendo un rappresentante del partito comunista nei consigli di amministrazione delle corporation. Un mercato digitale dove l'Europa era terreno di conquista, con una disciplina legislativa neutrale che, tra l'altro, impediva lo sviluppo di grandi gruppi continentali.

Poi, quasi di improvviso, la svolta: regolamento GDPR sul trattamento dei dati personali, direttiva Ue sul copyright, una Europa che punta al mercato unico digitale, a una web tax uniforme e a nuove regole sugli aiuti di stato e sul public procurement (acquisti diretti di beni e servizi da parte della pubblica amministrazione).

Il Vecchio Continente, ovvio, dovrà stare attento a non cadere nella tentazione dell'ipercontrollo governativo, alla cinese, e dovrà invece guidare la nuova era di Internet puntando sui diritti più che sui soldi (come gli Usa) o sulla politica (come in Cina). Ma non c'è dubbio che Parigi, Bruxelles, Roma, Berlino, Madrid o Varsavia hanno riacquistato una centralità nel dibattito digitale. Al punto da essere considerati best practice anche da Mark Zuckerberg, fondatore e ceo di Facebook.

Mai come nelle ultime settimane il creatore del più importante social network al mondo ha messo in discussione il modello della sua azienda. Ha affermato che è necessaria una regolamentazione più stringente in quattro aree: contenuti dannosi, integrità delle elezioniprivacy e portabilità dei dati. Sottolineando come "sarebbe un bene per Internet se più paesi adottassero un regolamento come il GDPR (General Data Protection Regulation, ndr) come quadro comune. Il nuovo regolamento sulla privacy negli Stati Uniti e in tutto il mondo dovrebbe basarsi su quello europeo. I legislatori spesso mi dicono che abbiamo troppo potere e, francamente, sono d'accordo, perché Facebook non dovremmo prendere così tante decisioni importanti per conto nostro".

Zuckerberg si è anche lasciato scappare che il futuro dello sviluppo dei prodotti della sua azienda sarà incentrato sulla comunicazione privata, effimera e crittografata, poiché la maggior parte degli utenti social vuole interagire privatamente o in gruppi più ristretti, uscendo dalla pubblica piazza digitale di Facebook e Instagram. E in questo senso, Whatsapp è la applicazione dagli sviluppi più interessanti. Infine, in un terzo statement nel giro di pochi giorni, ha svelato che intende costruire su Facebook uno spazio per le news, pagando gli editori che forniscono contenuti di alta qualità. "Le fonti informative di qualità", secondo Zuckerberg, "potrebbero aiutare gli utenti a prendere decisioni più informate e consapevoli. E per me è importante trovare soluzioni nel mondo per aiutare i giornalisti a fare il loro importante lavoro".

Una svolta che, naturalmente, ha ricevuto una spinta decisiva dalla direttiva Ue sul copyright, che lo costringerà a pagare articoli, musica e video che compaiono sui suoi social. Si resta ancora nel campo delle belle parole, in attesa di fatti concreti, «ma senza dubbio siamo di fronte a una rivoluzione», spiega Gianpiero Lotito, fondatore della piattaforma FacilityLive e, soprattutto, dallo scorso dicembre, presidente della European Tech Alliance, una istituzione in precedenza guidata da Niklas Zennström, founder di Skype, e che al momento rappresenta 27 grandi gruppi del digitale europeo, da Bla bla car a Booking.com, da Meetic fino a MyTaxi, Rovio-Angry Birds o Spotify. «L'Europa e l'Italia, per decenni, hanno inseguito il modello della Silicon valley. Internet ha iniziato a colmare il differenziale, e gli studenti universitari europei, oggi, hanno un gap praticamente azzerato rispetto agli studenti californiani. Secondo me», prosegue Lotito, «il modello Silicon valley sta tramontando, l'Europa diventa il campo da gioco principale dell'Internet del futuro. E si comincia dalle regole, necessarie per poi fare nascere i big digitali anche qui».

Ma come mai Zuckerberg parla così tanto e così spesso? Cambia il suo modello di business? «Io credo che lui stia parlando molto perché le aziende evolvono, e forse ha capito che se non parla ai suoi interlocutori viene emarginato. In queste settimane», aggiunge Lotito, «sta parlando alle famiglie sui rischi di Internet per i loro figli, sta parlando ai cittadini sui pericoli relativi alla manipolazione delle elezioni, sta parlando alle persone circa la necessità di proteggere i loro dati, la loro privacy. Insomma, anche Facebook evolve e cresce. Io vedo il bicchiere mezzo pieno perché tutto sta andando verso una componente etica, di rispetto per l'ambiente, il territorio, le persone, la privacy, il copyright. L'impresa del futuro deve guardare anche alla felicità di chi ci lavora, non solo al profitto».

In sostanza Internet, nei suoi primi 25 anni di vita, si è sviluppato come un'unica nazione che ha un'unica religione e un'unica cultura. Ma è invece immerso in un mondo con molte culture, etnie e religioni. Ora, un po' come per l'automobile dopo i suoi primi anni di vita, bisogna costruire un codice della strada condiviso. Innanzitutto, osservano numerosi analisti, è necessaria più trasparenza su chi possiede le reti, i cavi sottomarini, i network di trasmissione dati. Poi bisogna aumentare la legislazione antitrust. E pure negli Stati Uniti il clima nei confronti dei big digitali sta cambiando: la candidata democratica alle elezioni presidenziali del 2020, Elizabeth Warren, per esempio, ha appena proposto che Facebook debba cedere sul mercato sia Whatsapp sia Instagram; Google, invece, dovrebbe liberarsi di Waze, mentre Amazon dei supermercati Whole Foods.

Si mette quindi in discussione il legame tra stati e big data corporation. «E sia ben chiaro», commenta Lotito, «il rapporto tra governi e corporation non è sbagliato. È naturale che governi o interi continenti proteggano le proprie industrie. È invece sbagliata la neutralità mantenuta finora dall'Europa. Prima c'erano 28 sistemi regolatori, non andava bene. Ora l'Europa intende sviluppare un mercato unico digitale, una tassazione unica, cambieranno le regole sugli aiuti di stato, sul public procurement, e ci sarà la valorizzazione dell'industria europea, che ha bisogno di 5-6 giganti continentali da 100-150 miliardi di dollari di corporate valuation ciascuno».

Infine, va risolto il problema delle fake news. Facebook blocca determinati contenuti, ma nessuno, al di fuori di Facebook, conosce i criteri con cui vengono bloccati, né tantomeno se lo fa in accordo o meno con i governi. «Diciamo la verità: Facebook era convinta che sarebbe stata capace di bloccare le fake news con l'intelligenza artificiale. Ma chiunque abbia lavorato per anni in Silicon valley, come il sottoscritto, sapeva già sin da subito che non sarebbe stato possibile. Quando Facebook ha scoperto che per bloccare le fake news sarebbero state necessarie migliaia di persone», conclude Lotito, «ha deciso che magari si poteva invece cambiare il modello di distribuzione delle informazioni, con ambienti chiusi e non pubblici. Oppure, che si poteva iniziare ad affidare ai governi i compiti di regolatore. Ribadisco: la storia ci insegna che i modelli di business, così come il web, evolvono, non possono essere eterni. Ci sono i cicli tecnologici, e questo vale anche per Facebook. Siamo all'interno di un normale processo di evoluzione. Ci potrebbero essere degli errori, e verranno corretti. Ma ricordiamo sempre che siamo ancora in una prima fase emotiva della vita di Internet: la rete esiste solo da 25 anni».

 

 

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