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 Lo smartphone suona in Africa

Technology

 Alla vigilia del debutto del 5G che rivoluzionerà il rapporto tra utenti e Rete dando una spinta decisiva all’Internet delle cose, a fare gola alle aziende della tecnologia sono gli utenti che Intenet ancora non sanno cosa sia, i poveri del mondo.

​In Africa vivono 1,3 miliardi di persone sparse in 54 nazioni (l'ultima nata è il Sud Sudan). E nel 2018 c'erano già almeno 330 milioni di africani che abitavano in case con frigorifero, televisione, computer e con automobile e telefonino di proprietà. La cosiddetta middle class, come sottolineato più volte dai rapporti della World bank, è in netta crescita nel continente, con una spesa famigliare che, secondo il McKinsey global institute, è passata da un trilione di dollari del 2010 a 1,6 trilioni nel 2017, e che salirà a 2,5 trilioni di dollari nel 2025. Certo, la classe media per ora è concentrata soprattutto in Egitto (78 milioni sui 125 milioni di abitanti complessivi), Nigeria (52 milioni su 201 milioni di abitanti), Sudafrica (36 milioni su 56 milioni di abitanti), Marocco (29 milioni su 35 milioni di abitanti) e Algeria (25 milioni su 42 milioni di abitanti), con i paesi sub-sahariani e del Corno d'Africa, invece, un po' in ritardo: in Etiopia, per esempio, parliamo di 10 milioni di cittadini appartenenti alla middle class su 105 milioni di abitanti. Migliora nettamente la percentuale in Angola (9,3 milioni su 30 milioni di abitanti), Kenya (8,7 milioni su 45 milioni di abitanti), Ghana (8,4 milioni su 28 milioni di abitanti) e Tanzania (8,3 milioni su 47 milioni di abitanti).   

L'African development bank stima che nei cinque più grandi mercati dell'Africa, ovvero Nigeria, Egitto, Sudafrica, Marocco e Algeria, ci siano comunque già 56 milioni di famiglie con un reddito disponibile di circa 680 miliardi di dollari (12 mila dollari all'anno per ciascuna famiglia) e una propensione al consumo molto spiccata. 

Insomma, tende a sparire il modello di società polarizzata con pochi ricchissimi e tanti poverissimi, e pure quando si parla di Africa i media dovrebbero iniziare a mettere sullo sfondo i luoghi comuni sulla fame, le malattie, le catastrofi naturali, e trattare invece di temi tecnologici, finanziari, infrastrutturali, perfino di «mobile zombies sempre chini sullo smartphone, grandi utilizzatori dei social, di whatsapp in particolare, e dei poadcast», come sottolinea Asumpta Lattus, giornalista tanzaniana della Deutsche Welle, emittente pubblica tedesca di radiodiffusione a livello internazionale, per la quale copre le notizie dall'Africa.

Un Continente digitale con una diffusione pazzesca della telefonia mobile, con un capillare sistema radiotelevisivo e di pay tv, «con un polo industriale di produzione audiovisiva in Nigeria, la cosiddetta Nollywood, secondo solo alla indiana Bollywood e già avanti a Hollywood per titoli sfornati ogni anno (circa 2.500, ndr)», dice Keitirele Mathapi, presidente dell'African Union of broadcasting, e con sistemi di pagamento piuttosto avanzati rispetto alla Europa, quasi tutti attraverso i cellulari (diffusissimi in Sudafrica e Kenya), essendo l'Africa priva di un solido sistema bancario e quindi scarsa di strumenti come carte di credito o assegni.

Ma che ci siano grandi aspettative sul continente africano lo spiega molto bene una iniziativa del gruppo The European house-Ambrosetti, reduce, a fine ottobre, dalla sesta edizione del summit bilaterale Italia-Sudafrica organizzato a Johannesburg: dal 2019 è stato lanciato il Global attractiveness index Africa, «proprio perché il prossimo sarà il decennio dell'Africa», sottolinea Marina Mira d'Ercole, tra le massime esperte di Africa e senior consultant di The European house-Ambrosetti, «ed è necessario guardare al continente con parametri diversi rispetto ad altre aree del mondo. Stiamo entrando nel decennio dell'Africa perché molti paesi si stanno sviluppando, sia nei consumi, sia negli investimenti industriali. Certo, se guardiamo la digitalizzazione sul fronte dei consumi, al dettaglio, il continente si sta muovendo molto rapidamente; se invece parliamo di sistemi industriali, lì si va a rilento, rischiando di non avere sufficienti competenze per la rivoluzione Industria 4.0».

Come cambia l'uso dei telefonini

In Africa domina la società cinese Transsion, che a fine settembre si è quotata alla borsa di Shanghai raccogliendo 400 milioni di dollari che portano la sua intrinseca valutazione a quattro miliardi di dollari. Ha impianti pure in Etiopia, centri di ricerca e sviluppo in Nigeria e Kenya e negozi al dettaglio in Nigeria, Kenya, Tanzania, Etiopia ed Egitto. In Africa detiene il 54% del mercato della telefonia, attraverso i suoi brand Tecno, Infinix, Itel, e nella vendita di smartphone è dietro Samsung ma davanti a Huawei.

Nel continente, come detto, c'è una fortissima diffusione dei telefonini (80-90% della popolazione a seconda della nazione), ma gli smartphone sono ancora al 34% medio del parco device, con previsioni di crescita al 67% entro il 2025. La nazione con la più alta percentuale di smartphone è il Sudafrica (51% degli abitanti), seguita da Ghana al 35%, Senegal al 34%, Nigeria al 32%, Kenya al 30% e Tanzania al 13%.

Crescite esponenziali in Kenya: nel 2002 solo l'1% della popolazione aveva un telefonino, nel 2014 il 39%, nel 2019 il tasso di penetrazione delle sim è al 100%. E grazie a questa incredibile diffusione, il mobile banking sta cambiando la faccia del Kenya, fino alle aree rurali.

Secondo l'ultimo Mobile economy report series di Gsma, entro il 2025 circa un miliardo di africani (84% della popolazione) avrà una connessione internet attraverso una sim. E si stima che questo porterà a un aumento dell'economia sub-sahariana pari a 150 miliardi di dollari.

Come cambiano i pagamenti
In Nigeria, nonostante una penetrazione altissima della telefonia cellulare, solo il 6% della popolazione usa i telefonini per transazioni finanziarie. Tuttavia, il 60% degli abitanti non ha un conto corrente bancario e si paga prevalentemente in contanti.

Ma in Kenya, invece, il 73% della popolazione ha un account per fare pagamenti in modalità mobile. Secondo la Banca centrale del Kenya, nel paese ci sono 45 milioni di account aperti per questa finalità. E il leader nei servizi di pagamento mobile si chiama M-Pesa, società nata nel 2007 su iniziativa di Safaricom (Vodafone). Gli utenti attivi sono 21 milioni, con più di 17 milioni di transazioni al giorno. E Vodafone sta provando, con successo, a esportare il modello M-Pesa in tutto il continente.

«In Sudafrica i cittadini fanno tutto con il telefonino - racconta Marina Mira d'Ercole - dalla spesa ai pagamenti alle prenotazioni. E pure il sistema bancario, soprattutto di banche locali, è molto sviluppato, non solo per i privati, ma pure per l'investment banking. C'è un ambiente bancario, per dire, molto più avanzato rispetto all'Italia».

Come si muovono gli investimenti

Gli investimenti esteri diretti verso l'Africa sono in crescita: +11% nel 2018, a quota 46 miliardi di dollari (report dell'Unctad). L'andamento, tuttavia, non è omogeneo. In Nord Africa sono saliti mediamente del 7% a 14 miliardi di dollari: male l'Egitto, a -8% con 6,8 miliardi, in forte incremento il Marocco a +36% (3,6 miliardi). L'Africa sub-sahariana si destreggia bene, con un +13% a 32 miliardi di dollari. Da sottolineare la perfomance del Sudafrica con i suoi 5,3 miliardi (più del doppio del 2017). Cala invece l'Angola, con disinvestimenti per 5,7 miliardi. Nell'Africa dell'Est, che vale complessivamente nove miliardi di dollari di investimenti diretti, stabili sul 2017, arretra l'Etiopia, -18% a 3,3 miliardi, bene il Kenya, +27% a 1,6 miliardi. Quanto all'Africa Occidentale, c'è crisi, con un -15% a 9,6 miliardi, soprattutto a causa del -43% della Nigeria, scesa a 2 miliardi.

Il più grande paese investitore in Africa resta la Francia, seguita da Olanda, Usa, Uk e Cina. I dati 2017 per singola nazione erano questi: Francia 64 mld di dollari, Olanda 63 in grandissima crescita rispetto al 2013 (erano 20 mld), Usa 50 (calo), Uk 46 (calo), Cina 43 (26 nel 2013), Italia 28 (19), Sudafrica 27 (22), Singapore 19, Hong Kong 16 (9), India 13 (in calo).

«Il potenziale più elevato ce l'ha il Sudafrica - commenta Marina Mira d'Ercole - con una stabilità politica, un sistema bancario sviluppato, infrastrutture di livello, piattaforme logistiche. A seguire, un gruppetto di paesi interessanti di cui fanno parte Kenya e Ghana. Tutto il continente sta godendo dei benefici di una ritrovata stabilità politica, che si ottiene anche grazie alla crescita della middle class. Ci sono state le elezioni in Mozambico, Botswana, Namibia, Sudafrica, senza particolari scossoni. Poi, naturalmente, alcuni paesi come Uganda o Ruanda hanno una stabilità che deriva da presidenti al potere da parecchi anni».

Come cambia la produzione audiovisiva

In Nigeria c'è il distretto industriale di Nollywood, dove vengono prodotti oltre 2.500 film all'anno anche da giganti come Netflix (nel settembre 2018 ha prodotto Lionheart, primo film originale nigeriano di Netflix), o dai francesi di Canal+ o dai cinesi di StarTimes. È l'industria cinematografica più prolifica al mondo dopo quella indiana di Bollywood, e ben davanti a quella americana di Hollywood.

Ovviamente ci sono tanti film a basso budget, girati in due giorni e con costi di qualche migliaio di dollari (in media tra i 20 mila e i 130 mila dollari). I box office restano piccoli: si può parlare di successo strepitoso quando una pellicola incassa due milioni di dollari. Ma è piuttosto naturale: in una nazione con oltre 200 milioni di abitanti e grande il doppio della California ci sono poco più di 200 sale cinematografiche.

Se nel passato i film prodotti da Nollywood sono stati visti esclusivamente in Africa, ora le cose stanno cambiando: il successo di titoli come Black Panther, con un box office mondiale da 1,3 miliardi di dollari, o di Beasts of no nation hanno mostrato che negli Stati Uniti e in Europa c'è spazio e ci sono audience per storie radicate nella cultura africana. E infatti Netflix ha da poco annunciato la sua prima serie animata africana, Mama K's team 4, e un programma di produzione di molti altri film e serie originali africane. Arrivano pure gli investimenti diretti: di recente il broadcaster e studio cinematografico nigeriano Rok è stato acquistato da Canal+. Rok è un network televisivo con 15 milioni di abbonati attraverso le piattaforme satellitari Dstv e Gotv, e possiede una vasta library di film e serie animate in Nigeria (dal 2013 ha prodotto più di 540 film di Nollywood e 25 serie tv originali). Questa è la prima acquisizione internazionale nel comparto industriale cinematografico di Nollywood, dove lavora un milione di persone, con una produzione di oltre 50 film a settimana che genera oltre 600 milioni di dollari per l'economia nigeriana.

 

 

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