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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Technology > I robot diventeranno nostri amici?

 I robot diventeranno nostri amici?

Technology

 L’essere umano, istintivamente, considera viva ogni cosa che si muove autonomamente. Ma il nostro cervello non si è ancora adattato agli esseri artificiali da cui, sempre più spesso, siamo circondati.

​Secondo numerose testimonianze, i soldati sviluppano un vero e proprio legame emotivo nei confronti dei robot che li aiutano nei teatri di guerra. Non è così sorprendente, se si considera il ruolo cruciale giocato, per esempio, dai robot artificieri che supportano i militari in situazioni di estrema pericolosità.

Ciò che stupisce, invece, è quanto questo legame possa diventare profondo. Negli USA, un robot ha ricevuto il Purple Heart: l'onorificenza assegnata ai soldati feriti o uccisi in battaglia. Non solo: ci sono resoconti di militari che si sono rifiutati di abbandonare il loro TALON (il più diffuso tra i robot artificieri) anche in situazioni di serio pericolo; mentre, qualche anno fa, aveva fatto riflettere la decisione di un colonnello di interrompere un'esercitazione in cui proprio un TALON stava subendo danni gravissimi. «È una cosa disumana», si era giustificato l'ufficiale.

Tutto questo, però, non sta avvenendo solamente tra i militari. «Appena il mio Roomba (il robot aspirapolvere) si è incastrato sotto il divano, ho sentito il dovere di accorrere a liberarlo», ha raccontato per esempio la scrittrice Patricia Marx. «E quando le sue ruote si sono bloccate dopo che aveva aspirato un filo, mi sono sentita in colpa». La situazione, insomma, è chiara: gli esseri umani sono in grado di provare emozioni anche nei confronti di qualcosa di inanimato.

Questa dinamica è stata indagata in numerosi studi. Un test condotto in Germania dall'università di Aquisgrana ha mostrato come il nostro cervello reagisce negativamente quando ci viene mostrato, anche solo in video, un robot che viene maltrattato. Non solo: in un esperimento condotto dalla ricercatrice del MIT di Boston, Kate Darling, molte persone si sono rifiutate di torturare un Pleo, un robot giocattolo a forma di dinosauro. Potete provare anche da soli: non vi infastidisce neanche un po' il modo in cui questi ingegneri di Boston Dynamics maltrattano le loro creazioni?

Com'è possibile tutto ciò? La ragione va ricercata nel fatto che l'essere umano, istintivamente, considera viva ogni cosa che si muove autonomamente. E questo vale, a maggior ragione, nei casi di robot (come il Pleo) in grado di reagire vocalmente, lamentandosi, alle violenze subite. Questa nostra caratteristica è causata dal fatto che, per la stragrande maggioranza della storia dell'homo sapiens, ogni cosa in grado di muoversi era effettivamente viva. Il nostro cervello, in poche parole, non si è ancora adattato agli esseri artificiali da cui, sempre più spesso, siamo circondati. È anche attraverso questa lente che si può leggere la diffusione di robot pensati per diventare compagni di gioco dei bambini o per tenere compagnia agli anziani.

Entro breve, infatti, arriveranno sul mercato dei piccoli robot di forma umanoide progettati e concepiti per diventare compagni di gioco dei bambini e che – grazie alle sofisticate intelligenze artificiali che ne sono il cuore (e che saranno al centro del prossimo appuntamento di Unica, Unipol Corporate Academy, con protagonista il direttore scientifico dell'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, Roberto Cingolani) – sono in grado di interagire a livello quasi umano: chiedendovi di giocare con loro, reagendo male a rifiuti e maltrattamenti, festeggiando il vostro ritorno a casa e instaurando con voi o i bambini un vero e proprio dialogo (per quanto semplice).

I primissimi esemplari sono già in commercio. Cozmo, per esempio, è un piccolo robot creato dalla startup californiana Anki. Progettato per essere una sorta di Wall-E, Cozmo è dotato di un'impressionante gamma di espressioni facciali (effettuate attraverso gli occhi che si illuminano sul display), ma soprattutto – grazie all'intelligenza artificiale – è in grado di imparare i nostri gusti, di evolvere col tempo e di adattarsi sempre meglio ai nostri comportamenti (rimanendoci male se non vogliamo giocare con lui e chiamandoci per nome quando ci incontra).

Per quanto invece riguarda gli anziani, è soprattutto in Giappone che si sta diffondendo l'utilizzo di robot terapeutici in grado di tenere loro compagnia. È il caso di Paro: un robot-peluche a forma di foca capace di muovere occhi, testa, pinne anteriori e inferiori. Grazie ai sensori di cui è dotato, Paro è capace di rispondere alle stimolazioni tattili, di riconoscere la voce del paziente e anche di apprendere nuove informazioni, come il nome del soggetto e le sue caratteristiche comportamentali.

«I giapponesi, la cui popolazione sta rapidamente invecchiando, sono ufficialmente incoraggiati dallo stato ad affidarsi ad aiutanti robot in grado di tenere compagnia agli anziani», ha scritto la docente di Scienze cognitive, Margaret Boden. C'è però una ragione molto particolare per cui questo sta avvenendo soprattutto in Giappone: nella tradizione culturale shintoista non c'è una netta distinzione tra ciò che animato e ciò che è inanimato (è per questo che, sempre nel paese del Sol Levante, si stanno diffondendo i funerali per robot) ed è quindi considerato più accettabile che dei robot si occupino di compiti così delicati.

Gli aspetti positivi di questi robot terapeutici e da compagnia sono facilmente immaginabili: gli anziani, che spesso soffrono di solitudine, possono fare affidamento costante su di loro, in una sorta di "pet therapy" declinata in senso artificiale; così come i bambini possono imparare a interagire socialmente anche grazie alla costante esercitazione con giocattoli che rispondono, reagiscono alle sollecitazioni e – in alcuni casi – si offendono se vengono trattati male.

Nonostante questo, non bisogna nemmeno sottovalutare i potenziali rischi che si celano dietro questi strumenti. Quando si ha a che fare con macchine dotate di intelligenza artificiale, che ascoltano, osservano e memorizzano le loro interazioni con i bambini, si pone per esempio un grosso problema in termini di privacy. Se un bambino passa ore e ore ogni giorno a parlare e giocare con un robot, dove va a finire tutto ciò che il robot impara su di lui? Per il momento, i principali produttori hanno assicurato che niente di ciò che avviene tra il bambino e il suo gioco viene trasmesso via internet e utilizzato; ma questo è un aspetto sul quale si dovrà prestare massima attenzione. Senza essere paranoici, è evidente quanto sia importante che il robot-amico non si trasformi in una sorta di infiltrato dell'azienda costruttrice.

Più in generale – e seguendo la lezione dello psicologo Abraham Maslow – non bisogna dimenticare che l'uomo è una specie sociale, e in quanto tale nutre un enorme bisogno di coltivare amore, senso d'appartenenza, stima, rispetto e dignità. Possiamo davvero ottenere tutto ciò se, soprattutto per quanto riguarda gli anziani, affidiamo il compito di tener loro compagnia ai robot? Quali sono i rischi psicologici che corriamo trascorrendo sempre più tempo in compagnia di esseri artificiali che possono solo fingere quei sentimenti che per noi sono così importanti?

«La solitudine delle persone non si sconfigge con le macchine, ma solo con altre persone», ha spiegato Kathleen Richardson, docente di Etica e Cultura Robotica. «Le macchine ci possono soltanto distrarre. La solitudine si risolve invece ritornando a una società che valorizzi i rapporti tra le persone». In sintesi: non bisogna sottovalutare gli aspetti positivi portati dai robot terapeutici; allo stesso tempo, però, la loro diffusione non deve diventare una scusa per occuparci meno dei nostri cari e ridurre le interazioni che ci sono più naturali: quelle con gli altri membri della nostra specie.

 

 

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