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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Technology > Non ostili contro gli haters

 Non ostili contro gli haters

Technology

 Quali sono le armi per battere gli odiatori del web, i cosiddetti leoni da tastiera, che sempre più spesso minano la reputazione delle aziende.

​Nel luglio del 1986 Radio radicale, come forma di protesta per una possibile chiusura dell'emittente, lasciò i microfoni aperti alle telefonate del pubblico, senza nessuna forma di censura. I risultati di quella iniziativa, poi replicata nel 1991 e nel 1993, furono centinaia di migliaia di chiamate quasi esclusivamente a base di bestemmie, parolacce, insulti e odio. Insomma, le persone, quando hanno una piattaforma sulla quale esprimersi liberamente, da sempre tendono a fare prevalere l'aggressività. Esattamente quello che accade sui social network.

Per difendersi dai cosiddetti haters del web «che di solito fanno comunque tutto alla luce del sole, con nome e cognome, e che, pure nel caso utilizzino nickname, sono facilmente rintracciabili attraverso i device dai quali postano», sottolinea Arianna Ciccone, fondatrice dell'International journalism festival esistono quindi le strade consuete, già previste dalle norme off line in tema di ingiuria, diffamazione, calunnia, nonché dalle leggi contro lo stalking e il bullismo. Ci si deve sempre rivolgere alla autorità pubblica, alla polizia postale o al garante della privacy.

Oppure, come fanno molti vip, si può scegliere la strada di ignorare tutto. Sembra invece del tutto sconsigliabile  ricorrere a forme di schedatura di massa con carta d'identità o codice fiscale da affidare alle piattaforme quando ci si registra a un social, poiché, come spiega Antonello Soro, presidente dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali «è necessario ricordare che i colossi della rete fanno già oggi ricorso a una raccolta massiva di dati personali, spesso anche biometrici, finalizzata a iniziative di profilazione commerciale. Nonostante si tratti di un meccanismo sempre più spesso accettato con inerzia dagli utenti, si tratta di un grande rischio per tutti. I dati personali sono infatti la maggiore risorsa dell'economia contemporanea, che li usa a fini commerciali. Dobbiamo essere consapevoli che ogni volta che acconsentiamo a cedere informazioni personali, stiamo cedendo un pezzo della nostra libertà».

Ogni forma di tutela e di controllo del fenomeno haters deve quindi passare attraverso l'autorità pubblica. Che poi può stringere accordi con le varie piattaforme o firmare interessanti protocolli, come quello recente tra i sindaci di Torino e Milano, Chiara Appendino e Giuseppe Sala, con il "Manifesto della comunicazione non ostile", dedicato a Liliana Segre, la senatrice sotto scorta. Il documento prevede, in particolare, "l'impegno a contrastare l'odio in rete e sostenere un uso consapevole del linguaggio, sia da parte degli utenti, sia da parte di chi ricopre cariche politiche o istituzionali".

Comunque, aggiunge il garante privacy Soro, «dal 2016 la Commissione europea ha promosso un codice di condotta che ha imposto alle piattaforme web specifici obblighi di collaborazione, tradotti poi nelle policy aziendali, con un potere di rimozione di contenuti ritenuti illeciti. Tuttavia, il ruolo sociale delle piattaforme è tale che, oggi, ogni limitazione nel loro uso comprime inevitabilmente la libertà di espressione. Non sembra legittimo che un soggetto privato come Facebook possa limitare un diritto fondamentale. A un algoritmo si può affidare una selezione riferibile a parametri oggettivi, tipo la porzione di pelle esposta nei casi di pedopornografia. Ma è più difficile estenderla alla valutazione semantica dei contenuti, con una discrezionalità difficilmente affidabile a una macchina. Corretto quindi responsabilizzare le piattaforme per contrastare l'hate speech, il terrorismo, la tutela del copyright. Ma è indispensabile che la composizione di diritti fondamentali quali dignità e libertà di espressione sia sempre affidata alla autorità pubblica. Affidare ai soli gestori il compito di prevenire il linguaggio dell'odio rischia di accrescere i loro poteri già oggi smisurati».

Come si comportano alcuni personaggi pubblici che da molti anni hanno a che fare col fenomeno degli haters? Selvaggia Lucarelli blocca «chi insulta me e gli altri utenti o persone note nella mia pagina. Querelo raramente ormai, ma lo faccio. Conviene? No, archiviano quasi tutto, e se non archiviano si va avanti anni, tra rinvii e proroghe di indagine, pagando intanto gli avvocati. Se querelo lo faccio solo perché si sono superati i limiti della decenza e per difendere un principio. Ma tanto la giustizia ordinaria non è in grado di prendersi carico delle migliaia di querele per diffamazione via social, è evidente. Se apre processi per ogni insulto sui social, il sistema giudiziario collassa in tre minuti. E già non si sente tanto bene».

Più distaccata la posizione del giornalista e conduttore televisivo Mario Giordano: «Non querelo nessuno, non blocco nessuno, non segnalo nessuno alle piattaforme social. Lascio fare, non do importanza».

Per la influencer più importante in Italia, Chiara Ferragni, «la proposta Marattin potrebbe essere una delle soluzioni, perché il fatto che sei facilmente raggiungibile ed è semplice capire chi tu sia rende le persone molto meno vogliose di cospargere gli altri di odio. Ma al tempo stesso - secondo Ferragni - penso che sia molto importante dire a tutte le persone che usano i social che il fenomeno degli haters purtroppo c'è e ci sarà sempre. La cosa più importante è vivere come se questi commenti non esistessero. Dare valore a queste persone vuole dire dar loro ragione, quindi l'idea è proprio che se loro non esistono nella tua mente, non esistono nella tua vita. Se mi fossi abbattuta per i commenti, i tanti commenti di hater che ricevevo all'inizio della mia carriera, mi sarei scoraggiata e non avrei fatto niente di quello che poi ho fatto in questi anni».

Le piattaforme, tuttavia, non sono sempre prontissime nel limitare il fenomeno hater: «Una volta su Twitter mi hanno scritto che nei lager nazisti nessuno è morto obeso», ricorda Costanza Rizzacasa d'Orsogna, che tiene su 7 la rubrica sul fat shaming anyBody - ogni corpo vale e ha raccontato sul Corriere della Sera vari episodi di odio online. «Ho segnalato prontamente l'individuo, ma Twitter non ha riscontrato alcuna violazione. Un caro amico, operatore sociale che lavora coi migranti, ha ricevuto sempre via social la foto di un proiettile. C'era scritto: 'Ce ne sono altri tre, per tua moglie e i tuoi figli'. I suoi figli hanno tre e cinque anni. Perfino in quel caso Twitter ha risposto che il messaggio non violava le regole. Il mio amico ha fatto contestualmente una denuncia, ma gli inquirenti hanno dovuto archiviare perché non è stato possibile risalire all'autore delle minacce. D'accordo, ignorare un hater può essere un modo per sopperire all'ignavia dei social: un hater cerca visibilità, ignorandolo gliela neghi. Ma non è così semplice. Certi comportamenti vanno sanzionati. Ogni volta che si propone di regolamentare i social, c'è chi lamenta la dittatura del politicamente corretto. Ma permettere a un hater di vomitare il proprio odio e minacciare non è libertà di espressione».

Quindi il social più importante del mondo, ovvero Facebook che poi significa pure Instagram o Whatsapp, cosa fa in concreto per contrastare il fenomeno degli odiatori? «Abbiamo stanziato ingenti investimenti, sia in termini di persone che di tecnologie - spiegano dal social - per identificare e rimuovere tutti i possibili contenuti in violazione delle norme, come quelli di incitamento all'odio. Oggi oltre 35 mila persone lavorano nel campo della sicurezza e l'azienda investe miliardi di dollari ogni anno su questo fronte. Per dare un riferimento: una cifra maggiore dell'intero fatturato dell'azienda nell'anno della sua quotazione».  

Nel caso specifico dell'incitamento all'odio, i sistemi di Facebook nel 2019 identificano in modo proattivo circa l'80,2% dei contenuti che vengono rimossi. Appena 18 mesi fa questa percentuale era del 24%, due anni fa era zero. «Tuttavia - commentano ancora da Facebook - l'incitamento all'odio è una delle aree più complesse da identificare e su cui intervenire, perché comporta molte sfumature linguistiche. A definire tutto è il contesto. Per questo, per l'incitamento all'odio, la revisione umana del contenuto resta ancora molto importante.  Oggi operiamo su oltre 100 lingue in tutto il mondo e continuiamo a investire in tecnologia per poter migliorare i nostri processi».

Nel periodo luglio-settembre 2019, ad esempio, Facebook ha preso provvedimenti su circa sette milioni di singoli contenuti nel mondo, «e, come detto, l'80,2% dei contenuti su cui abbiamo preso provvedimenti è stato identificato prima che gli utenti ce lo segnalassero». Per evitare accuse di censure preventive, peraltro, Facebook, da due anni a questa parte, offre alle persone che ritengono di essere state fraintese «la possibilità di fare appello per contenuti rimossi dai nostri sistemi automatici o da membri dei team di revisione.  Il nostro processo di appello ci aiuta a rivedere e ripristinare i contenuti rimossi per errore. Ad esempio, nel terzo trimestre di quest'anno abbiamo ricevuto appelli per circa 714 mila contenuti ritenuti in violazione per bullismo e molestie. Di questi, circa 99.900 sono stati ripristinati dopo essere stati analizzati nuovamente». 

 

 

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