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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Storia della razionalità

Storia della razionalità

Society 3.0

Da Kahneman alle neuroscienze, dal cervello dell’intestino alla spinta gentile di Thaler, negli ultimi anni il lato oscuro della ragione umana domina il pensiero. Perché? Un saggio di Justin Smith dà una risposta convincente.

​C'è una storia antica piuttosto emblematica che vede come protagonista il filosofo Ippaso che, un bel giorno, colto in flagranza di delitto, fu portato dai suoi compagni su una barca, legato mani e piedi e annegato in mare, nei pressi di Crotone.

Ma cosa diavolo aveva mai fatto Ippaso per meritarsi una fine tanto tragica?

Tra i più fedeli al maestro Pitagora, Ippaso, secondo la leggenda, aveva rivelato ai profani (esterni alla setta) l'ultima scoperta dei suoi amici matematici: e cioè che il rapporto tra la diagonale del quadrato e il suo lato non è esprimibile sotto forma di numeri naturali o frazioni con un numero finito.

L'irrazionalità, se scusate l'assonanza, aveva appena fatto irruzione nel mondo perfetto della matematica, sconvolgendo la visione di chi, proprio attraverso i numeri, desiderava in tutti i modi fare ordine nel mondo.

Si trattava di un'onta da scontare con la vita, ma la storia simbolica di Ippaso non a caso apre quello che, me ne assumo la responsabilità, credo sia destinato a diventare un libro che farà molto parlare di sé e che, soprattutto, costituisce un pavimento teorico a tutti gli studi che, negli anni, si sono affollati attorno al processo con cui gli esseri umani prendono decisioni.

Da Kahneman alle neuroscienze, dal cervello dell'intestino alla spinta gentile di Thaler, negli ultimi decenni, e negli ultimi anni in modo ancora più marcato, il concetto classico di razionalità è stato attaccato o, per meglio dire, eroso costantemente con, tuttavia, un esito forse troppo binario e nemmeno voluto da chi si è occupato del problema: di qua la razionalità olimpica dell'homo oeconomicus, macchina perfetta che elabora le informazioni e arriva alla risposta ottimale in ogni situazione problematica; di là il mondo e il regno delle scelte automatiche e inconsce, del cervello irrazionale che, per tornare a Kahneman, è stato battezzato Sistema 1.

Irrationality (A history of the dark side of reason) è un saggio di Justin Smith, professore di Storia della Filosofia e di Filosofia della Scienza all'Università Paris 7, che liquida la dicotomia rendendola proprio una dicotomia liquida, una volta per tutte.

E la storia di Ippaso è emblematica in tal senso di quella che possiamo considerare la tesi di fondo di un libro bellissimo che si svolge nei nove capitoli di cui è composto: non c'è la razionalità da una parte e l'irrazionalità dall'altra.

Non c'è opposizione: sono due gemelli legati dalla nascita.

O, ancora meglio, di un unico personaggio un po' irrequieto.

Forse avrebbe senso non usare la parola razionalità, che rappresenta il tentativo sempre temporaneo e fragile di rubare attimi di secondo al caos.

A ben guardare, la storia dell'umanità è un lungo e incontrastato dominio della non-ragione, interrotto di volta in volta da qualche shock, o break strutturale, o avanzamento tecnologico che, nel provare a creare ordine, porta già in sé il seme di una nuova esplosione di caos.

Il saggio di Smith diventa una denuncia appassionata, e questo la rende a mio avviso la migliore delle dichiarazioni d'amore, nei confronti dell'Illuminismo che, da trionfo della ragione sull'inciviltà, trasforma questa premessa-promessa nella tragedia di una mitologia quasi religiosa, coi suoi templi e le sue dittature ideologiche, ante-signane di un pensiero reazionario che si vorrebbe combattere.

Il libro, attraverso l'analisi dell'irrazionalità nei domini delle trappole mentali e cognitive, del sogno, dell'arte fino all'ultimo capitolo dedicato, guarda un po', alla morte, si prende il disturbo di affrontare casi di drammatica attualità con una lucidità davvero salutare: l'anti-vaccinismo, i terrapiattisti, fino al trumpismo e al putinismo che non sono denunciati dal pulpito di chi si ritiene superiore ma, finalmente, generati essi stessi all'interno del pensiero razionale moderno, come inevitabile degenerazione o generazione evolutiva che si muove senza uno schema preciso ma produce sempre questo movimento a spasmi.

L'uomo è destinato e sempre lo sarà a scoprire le leggi dell'atomo per farne poi arma di distruzione, con conseguente invenzione di una nuova unità di misura (lo sapevate che Megadeth indica un milione di morti causati da un'esplosione nucleare?) e un implicito pessimismo sulle sorti magnifiche e progressive?

Oppure è proprio in questa umanizzazione del razionale-irrazionale che troveremo un nuovo senso fondativo, senza volere fare i pomposi, necessariamente, ma con l'idea che stia proprio nel riconoscimento del naturale confondersi la possibilità di costruire un pensiero positivo? Così che Ippaso non debba più essere sacrificato sull'altare dell'elitarismo, ma diventare portatore sano di conoscenza che genera invece di distruggere.

 

 

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