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 Sui social vince la gentilezza

Society 3.0

 Cosa possiamo dire sulla fiducia nelle interazioni sociali ai tempi del Coronavirus? Uno studio scientifico suggerisce le strategie migliori ora che i social media sono diventati il nostro contatto quasi esclusivo con il mondo.

Sono giorni strani, giorni oscuri, anche, in cui la solitudine e un senso di sconforto opprimono i nostri cuori. Più che mai, avverto l'utilità di affrontare dunque il tema della fiducia e di farlo con la forza di un po' di evidenza empirica e di dati utili per argomentare.

Vi siete mai chiesti quanto la fiducia sia importante in molte delle nostre azioni quotidiane?

Quando fate un bonifico per pagare l'affitto, vi fidate che la banca, l'intermediario, verserà i soldi sul conto del proprietario, il quale, a sua volta, ha fiducia che, nei termini previsti dal contratto, il pagamento vada a buon fine.

Quando fate un incidente con la macchina e vi recate dal meccanico, vi fidate che il suo intervento sia in grado di risolvere il problema al più presto. OK, in questo caso, se vi fidate un po' di meno, è possibile che chiediate il preventivo a diversi professionisti, in modo da ridurre l'incertezza. Se ci pensate, il rallentamento della fiducia, in questo caso, è un piccolo ostacolo agli scambi di mercato.

Viviamo in tempi di pandemia e, anche in questo caso, la fiducia è un elemento essenziale: per la veicolazione corretta di informazioni, per la gestione dell'emergenza e, in ultima istanza, per la libertà delle nostre vite.

Poiché spendiamo una parte sempre più consistente di queste ultime a interagire sui social networks, la seguente è dunque una domanda fondamentale: cosa possiamo dire sulla fiducia nelle interazioni sociali ai tempi di Facebook?

Per rispondere, ci serviamo dei risultati di un brillante studio scientifico, pubblicato sul prestigioso Journal of Economic Behaviour and Organization, scritto da un team di ricercatori italiani: Angelo Antoci, Laura Bonelli, Fabio Paglieri, Tommaso Reggiani e Fabio Sabatini.

È uno studio sperimentale, in cui, dunque, la metodologia applicata è quella dei test clinici che verificano l'efficacia di un farmaco.

Come si svolge un esperimento nelle scienze sociali? Una volta individuata l'ipotesi di ricerca, all'interno della popolazione di soggetti sperimentali si seleziona casualmente un gruppo sul quale viene testata, appunto, una certa condizione e confrontata con un altro gruppo di soggetti, che costituiscono il controllo, e per i quali sostanzialmente non viene modificato il contesto in cui si trovano ad agire abitualmente.

Nel caso dello studio citato, si è cercato di stabilire se il modo in cui le persone interagiscono sui social impatti sulla propensione alla fiducia. L'ipotesi è che la condizione di partenza, quella in cui abitualmente ci troviamo a utilizzare i social, è contrassegnata da un'interazione esposta a linguaggio spesso violento, commenti volgari e improntati a quello che viene denominato hate speech.

Un gruppo di persone, dunque, in laboratorio è stato chiamata a leggere alcuni thread (di notizie reali, pubblicate su alcune pagine Facebook di testate italiane) caratterizzati da questo tipo di linguaggio: notizie concernenti minoranze etniche, sostegno a teorie del complotto o similari.

Un altro gruppo di persone, viceversa, è stato esposto alle stesse notizie ma con una differenza sostanziale: uno psicologo e una glottologa membri del team hanno curato la natura dei commenti, promuovendo un linguaggio gentile, costruttivo e non volgare.

Un ultimo gruppo, infine, è stato esposto a un tipo di contesto neutrale, senza alcun tipo di interazione con altri utenti di Facebook.

Dopo la visione delle notizie, ciascun soggetto nei tre gruppi descritti è stato poi coinvolto in un gioco che, in letteratura, è noto come trust game.

Lo sperimentatore assegna a una persona una certa quantità di denaro, diciamo 10 euro. Il ricevente deve decidere quanto di quel denaro condividere anonimamente con un altro soggetto che riceve la somma moltiplicata per tre e ne restituisce una quantità a piacere al donatore.

L'ammontare di denaro scambiato viene utilizzato come misura della propensione alla fiducia. I risultati dello studio mostrano che chi si trova nel gruppo 1, quello esposto a un linguaggio violento e volgare, nel trust game si comporta più o meno come chi è esposto al contesto neutrale.

Non è sorprendente, se partiamo dal presupposto che, ahinoi, l'hate speech è considerato proprio il contesto di default e, dunque, la situazione di partenza del mondo reale. Se non cambia nulla rispetto alla vita di tutti i giorni, non cambiano neppure i comportamenti dei soggetti.

Quello che, tuttavia, è più interessante e, in un certo senso, davvero incoraggiante, è il fatto che chi si trova a interagire nel gruppo 2, quello esposto a un linguaggio costruttivo e gentile, mostra livelli di fiducia sensibilmente più elevati. La quantità di denaro donata e restituita, per questo gruppo, è significativamente più alta.

Cosa ne possiamo dedurre? Fatto salvo che generalizzare i risultati di un esperimento è sempre delicato, siamo di fronte a uno studio scientifico robusto che sembra suggerire alcune conclusioni importanti. In primis, quella per cui concentrare la nostra attenzione sui meccanismi sanzionatori, che puniscono un comportamento deviante, insomma, potrebbe non essere la strategia migliore.

Il diritto premiale, che incoraggi i comportamenti virtuosi, potrebbe essere utile, attraverso il design comportamentale delle piattaforme che, appunto, favorisca i comportamenti ispirati a un'interazione costruttiva.

La fiducia dell'intero sistema ne beneficerebbe e, con essa, ne trarrebbe vantaggio pure l'interazione positiva tra persone, che favorisce progresso e sviluppo economico.

In questi giorni, settimane e, probabilmente, mesi di quarantena e isolamento sociale fisico, proviamo dunque ad apprezzare il valore profondo delle relazioni di fiducia. Quando interagiamo sulle piattaforme che, vivaddio, ci consentono di condividere ansia e preoccupazioni di questi giorni, pensiamo a quanto sia importante il rispetto dell'altro, la gentilezza, un linguaggio che si prenda cura del prossimo.

Senza retorica, ma per riscoprire insieme il senso ultimo del nostro essere tutti umani sulla stessa barca.Non diamoci la mano, che di questi tempi è meglio evitare, ma tendiamocela virtualmente per sostenerci nell'incertezza.

 

 

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