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 La felicità è una scienza

Society 3.0

 Le neuroscienze, grazie al principio di neuroplasticità del cervello, ci dicono che il benessere nelle organizzazioni è possibile. Ma va progettato, costruito e allenato ogni giorno. Con costanza e coerenza.

​​​​​La società cambia, bisogna cambiare. Così le aziende e in generale le organizzazioni pubbliche e private che vogliono sopravvivere su piazze in continua evoluzione non devono limitarsi a fare piani economici, approntare strategie di sviluppo di lungo periodo e cercare di prevenire i cambiamenti del mercato, ma devono tenere conto anche di come evolvono le persone, le loro esigenze, la loro cultura e mettere in atto un mutamento organizzativo serio in grado di rispondere al meglio al loro modo di essere. Già perché i giovani di oggi, e più ancora quelli che nei prossimi anni arriveranno sul mercato del lavoro, non sono stati educati alla cultura del "prima il dovere  e poi il piacere" «e proprio per questo dobbiamo essere in grado di costruire contesti dove far fiorire le persone se l'obiettivo è quello di preservare l'esistenza della propria organizzazione», afferma convinta Daniela di Ciaccio, sociologa, che con la filosofa Veruscka Gennari, ha da poco scritto il libro La Scienza delle organizzazioni positive. Far fiorire le persone e ottenere risultati che superano le aspettative, edito da Franco Angeli. «Questo è un momento storico di passaggio troppo importante per essere trascurato», avverte ancora di Ciaccio. Del resto il tema della felicità in azienda non è una semplice moda di management, ma una vera scienza che andrebbe studiata, capita ed applicata quotidianamente.   

La cultura della pressione non premia

«Il modello culturale del "prima dovere e poi piacere" si basa, infatti, sullo sforzo ponendoci obiettivi sempre più sfidanti», continua di Ciaccio. «Una cultura della pressione che può funzionare nel breve periodo ma su tempi prolungati provoca effetti drammatici perché ogni volta che il nostro cervello va in tensione produciamo a livello fisiologico una serie di sostanze chimiche, tra cui il cortisolo, che generano effetti negativi nel corpo umano compromettendo la produttività delle persone». Del resto, Emma Seppala e Kim Cameron nella loro pubblicazione Proof that positive work culture are more productive, uscita sull'Harvard Business Review, fin dal 2015 avevano snocciolato dati interessanti sugli effetti negativi della cultura della pressione, come il fatto che le aziende con bassi livelli di engagement registrano cali di fatturato del 32,7% e il 37% in più di assenteismo, oltre al 60% in più di commettere errori. Senza dimenticare il fatto che ancora oggi il 65% dei lavoratori non si sente apprezzato sul lavoro.

Le organizzazioni felici producono di più e meglio

Tutto ciò nonostante le neuroscienze, la fisica quantistica, ma anche la biologia molecolare e l'economia, con dati e numeri alla mano, abbiano ampiamente dimostrato come la cultura della positività possa farci raggiungere risultati che superano le aspettative in qualsiasi contesto: dalla produttività ai profitti nel lavoro, dalla creatività a un migliore apprendimento nelle scuole. «Le nostre emozioni e le nostre azioni sono il risultato di quello che accade all'interno del nostro organismo: funzioniamo meglio se produciamo ormoni positivi come endorfine, dopamina, serotonina», afferma di Ciaccio. E le case history di aziende, non solo Usa ma anche molte italiane illuminate, che si sono messe in gioco e hanno adottato questo tipo di organizzazione lo confermano. «Le società positive sono quelle in cui si respira entusiasmo, passione per quello che si fa, dove si costruiscono relazioni sane basate sulla fiducia fra colleghi, dove i leader sanno essere un esempio professionale ma anche umano e dove la domanda "tu cosa faresti?" nasce davvero dalla voglia di conoscere e ascoltare il pensiero dell'altro», interviene Gennari che con di Ciaccio ha fondato 2bhappy , un hub metodologico che divulga informazioni e cultura sulla felicità in azienda oltre a formare professionisti come coach, Hr manager e accompagnare le organizzazioni nei processi di cambiamento. «In questi contesti le persone si sentono realizzate perché hanno la possibilità di imparare, crescere, esprimere davvero quello che sono». 

La strada del cambiamento

La base di partenza è ribaltare la logica dell'egoismo e della competitività sostituendola con quella della cooperazione e del rispetto reciproco. Il processo è tutt'altro che banale e breve. Richiede tempo e soprattutto costanza. «È un percorso lungo che coinvolge diversi livelli aziendali, a cominciare dal Top management, perché sono i dirigenti i più importanti influencer all'interno dell'impresa, quelli che hanno la possibilità di fare massa critica. Solo con la loro 'trasformazione' si può ridisegnare davvero la società e in tempi rapidi. Ciò significa sposare in toto la cultura della positività che va applicata in modo coerente in tutti i comparti aziendali, altrimenti rischia di diventare un boomerang», spiega Gennari. Già perché non ha senso, per esempio, «inserire corsi di yoga in ufficio, distribuire frutta fresca o consentire di portare il proprio animale al lavoro se poi si continua a sovraccaricare le persone di lavoro tanto da non avere il tempo di staccare per fare yoga, o peggio se i loro capi disincentivano queste iniziative», sottolinea Gennari. «E allo stesso modo non ha senso investire soldi in politiche di responsabilità sociale a sostegno della salvaguardia della foresta amazzonica se l'azienda poi fa ampio uso di contratti precari. Piuttosto che scrivere sulla carta dei valori che il rispetto delle persone e il lavoro di gruppo sono fondamentali, se l'aggressività è diffusa ed è lo stile riconosciuto per emergere e fare carriera». Insomma la felicità in azienda non va confusa con il welfare aziendale, è qualcosa che va molto al di là. Una scienza che va studiata e applicata giorno dopo giorno nella propria organizzazione. Con metodo e coerenza.

 

 

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