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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Social media: chi si racconta meglio vince

Social media: chi si racconta meglio vince

Technology

La funzione Stories è l’ultima tendenza sui cui Facebook e gli altri si sfidano. Dietro l’angolo c’è la battaglia sui Messenger, in attesa delle chat in realtà aumentata e dei Chatbot. Al centro resta il contenuto, vero asset qualificante e traversale.

​​​​​​​Ci sono voluti 126 anni per arrivare a un miliardo di telefoni fissi nel mondo, mentre ne sono bastati solo otto per avere un miliardo di persone su Facebook, che ormai di anni ne ha compiuti dieci. I social media hanno tirato la volata anche al mercato degli smartphone: su 10 cellulari venduti nel mondo ormai 8 sono telefoni adatti alla socialità digitale e nel 2016 ne sono stati venduti 1,49 miliardi (erano 1,44 miliardi del 2015). Tanto che, secondo l'ultimo Mobility Report di Ericsson presentato in occasione del Mobile World Congress 2017 di Barcellona, stare fuori da questo trend è come vivere fuori dal mondo, dato che ormai, a livello globale, ci sono più Sim card che persone, perché il tasso di penetrazione dei telefonini a fine 2016 è arrivato al 101%. 

Questi numeri rendono l'idea di come il digitale abbia cambiato per sempre le abitudini delle persone in un tempo brevissimo e di come i social media siano diventati parte integrante della comunicazione quotidiana, anche in Italia, sfornando nuove funzioni e trend che si inseguono, anche in questo caso, in tempi rapidi. L'analisi 2017 Digital Year Book elaborata da We Are Social ha dato la conferma di come gli italiani siano tra i grandi utilizzatori mondiali di questi mezzi: su 59 milioni di italiani, due su tre hanno uno smartphone e oltre 3 milioni sono utenti attivi sui social media dove passano almeno due ore al giorno. «Le potenzialità tecnologiche di questi media vanno su e giù e identificare i trend da questo punto di vista è un esercizio difficile se non impossibile», ha detto a Changes Fausto Colombo, professore ordinario di Teoria e tecniche dei media presso la Facoltà di scienze politiche e sociali dell'Università Cattolica di Milano. «Ma è evidente che i social media hanno attivato una trasformazione culturale profonda, cambiando per sempre la nostra idea di pubblico e privato e lanciando temi e funzioni che sono propedeutici alla trasformazione e vanno incontro ai bisogni di comunicare in maniera sempre più diretta di questi mezzi, introducendo modi nuovi di stare sui social».

L'ultimo tema che si è affermato e su cui tutti i social media si stanno misurando è quello della memoria. Il formato Stories, lanciato prima da Snapchat e poi copiato da Instagram e infine da Facebook e anche da WhatsApp va incontro a questa esigenza e cambia il modo di comunicare: non conta più non solo esserci, ma anche ricordare di esserci stati condividendo momenti della propria vita con foto e video tutti i giorni, 24 ore su 24. Snapchat, il social che ha come simbolo il fantasmino, dove gravitano almeno 158 milioni di utenti al giorno, è stato il precursore della funzione, anche se, la finalità non è la memoria perché questo social non è nato per questo: tutto ciò che viene condiviso sulla piattaforma di Snapchat scompare dopo 24 ore. La velocità è la sua cifra che ha conquistato la fascia di utenti tra i 18 e i 24 anni che rappresentano il 70% secondo l'analisi di ComScore società di ricerca americana, punto di riferimento per le analisi sul web.

Dopo le fugaci storie di Snapchat, sono arrivate quelle di Instagram, il social media delle immagini di proprietà di Facebook che dà la possibilità di salvare i post e che, sempre secondo dati ComScore, ha oltre 600 milioni di utenti attivi al mese, di cui 150 milioni hanno utilizzato Stories da agosto a dicembre 2016. Dopo aver superato l'esame su Instagram la funzione è stata attivata su Facebook a febbraio 2017 – 1,8 miliardi di utenti attivi al mese - e subito dopo è arrivato WhatsApp un bacino di 1,2 miliardi di utenti. «Non è solo un trend, è la conferma di come ci sia voglia di ricordare e la necessità di raccontare anche sui social media», ha detto Colombo. «Il bisogno di narrazione ha sempre accompagnato le fasi di cambiamento e non c'è dubbio che il mondo, a livello geopolitico e sociale, stia attraversando un momento di grande trasformazione».
Questo significa che in giro ci sono quasi 3 miliardi di storyteller, secondo i dati degli utenti mondiali attivi sui social media almeno una volta mese misurati da We Are Social. E Facebook, pur non essendo arrivato primo sulle storie, guida questa rivoluzione grazie alla sua posizione dominante: è la piattaforma più usata e se consideriamo tutto il suo ecosistema (Instagram, WhatsApp e Messenger) l'audience è costituita da 4,37 miliardi di persone.



In un mondo dove ci sono miliardi di potenziali publisher, con tutte le problematiche narcisistiche del caso, per distinguersi sui social c'è solo una strada: avere una strategia di contenuto coerente con il messaggio che si vuole dare e utilizzare le piattaforme nel modo giusto. «Oggi la selezione dei destinatari avviene in modo ancora più immediato: la semplice scelta di usare Messenger, Whatsapp, Snapchat, Twitter o Facebook definisce quante persone possono essere raggiunte», ha detto a Changes Stefano Quintarelli, uno dei pionieri dell'introduzione di Internet in Italia, informatico e blogger. «Condividere un messaggio con un numero ristretto di persone è da anni tra le possibilità distintive che offre una pagina Facebook ma si può scegliere anche una comunicazione più mirata». È Il trend che si sta affermando adesso: dare importanza alle piattaforme di messaging (Messenger, WhatsApp, Telegram) per veicolare la comunicazione one to one.

Social media: messaging e realtà aumentata sono il futuro prossimo 


Anche in Italia si va in questa direzione: 2 delle prime 5 piattaforme social sono di messaging e una - Instagram - ha attivato una serie di funzionalità che favoriscono la condivisione di contenuti one-to-one, in forma privata. Per questo stanno nascendo soluzioni basate su intelligenza artificiale e messaging, come i chatbot. Come funzionano? Danno la possibilità a persone e, in maniera più utile, alle aziende di interagire attraverso contenuti attivati da robot.
Anche nel segmento del messaging, per una questione di numeri, Facebook che di fatto è diventata una media company, guida la trasformazione, offrendo molte possibili sfumature nella condivisione: diretta verso una persona specifica o a gruppi a pubblico. Questo è un aspetto centrale, soprattutto per le aziende, e diventa sempre più decisivo lavorare in modo che le conversazioni si diffondano non solo all'interno dei news feed, ovvero il flusso tradizionale delle notizie, ma anche attraverso modalità con scala di "pubblico" differente. «Facebook si è candidato a diventare monopolista anche della comunicazione via messaging e questo è già il presente storico per i social media», ha aggiunto Quintarelli secondo cui la rivoluzione che è già in atto ma non ancora visibile è destinata, nel giro di 10 anni, a integrare le chat con la realtà aumentata. «Sono d'accordo con Tim Sweeney, fondatore di Epic Games, l'importante società che realizza i sistemi 3D di tutti i principali videogiochi, che ha immaginato un mondo nel quale, entro pochi anni, sarà normale indossare degli occhiali che acquisiscono i nostri movimenti con motion capture e ci consentono di vedere in realta aumentata i nostri interlocutori sintetizzati come sono oggi i personaggi dei videogiochi», ha aggiunto Quintarelli.

Non a caso Facebook ha investito in Oculus Rift, che ha creato un visore per r​ealtà virtuale indossabile sul viso e sta lavorando a guanti per scrivere su una tastiera che non esiste e giocare, Google sta rilanciando il suo progetto Glass in chiave di realtà aumentata e perfino le compagnie telefoniche credono che questo sia il futuro della comunicazione mobile. La prova è Deutsche Telekom che ha avviato una collaborazione con Carl Zeiss proprio per lanciare occhiali a visione aumentata che nelle intenzioni della compagnia telefonica tedesca dovrebbero rimpiazzare nel lungo periodo gli smartphone.
La narrazione, il racconto, anche sui social media, dovrà adattarsi alle nuove tecnologie. E anche le aziende che hanno da tempo cominciato a fare i conti con il digitale dovranno adeguarsi creando un rapporto sempre più diretto con il loro clienti, anche per comunicare. «Un'azienda ha il suo punto di vista sulle cose e sul mondo, e la comunicazione diretta con il pubblico di riferimento è una necessità e lo deve fare usando tutti i mezzi a disposizione», ha detto Quintarelli. «Elon Musk di Tesla in questo senso è un punto di riferimento, ma anche Eni con una strategia che usa ogni mezzo per raccontare la sua svolta verso le energie rinnovabili». Il contenuto resta al centro e varia a seconda del mezzo: può essere permanente e pensato, oppure efficace per essere veloce e scomparire dopo la visualizzazione. Anche in questo caso sia i brand, sia le persone si sposteranno verso nuove modalità e renderanno variegato il proprio approccio alla creazione di contenuto. «La strategia editoriale va oltre la semplice pagina Facebook o il canale Twitter, deve essere al di sopra ed essere attivata al momento giusto», ha detto Quintarelli.

La domanda da farsi adesso non è tanto quale sarà il prossimo social media ad entrare sul mercato, quanto quale sarà la prossima funzione lanciata da quelli presenti e in che modo attivare una strategia di contenuto efficace per creare storie sempre diverse e originali. Tutto questo tenendo sempre bene a mente la profezia dello scrittore americano Jonathan Franzen secondo il quale la tecnologia, degnamente spalleggiata dai social media, rischia di imprigionare tutti in una bolla solipsistica. ​

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