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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Siete pronti all’era biomediatica?

Siete pronti all’era biomediatica?

Sharing

La condivisione batte il diritto alla privacy: l’io è il contenuto e il disvelamento del sé digitale è la prassi. Changes ne ha parlato con Massimiliano Valerii, direttore generale Censis.

​«Nessuna tecnologia è di per sé neutrale, perché le tecnologie sono intrinsecamente differenti l'una dall'altra. Non è la stessa cosa spedire un telegramma o inviare un messaggio tramite WhatsApp. Alcune tecnologie, dalla televisione allo smartphone, sono in grado di attivare nell'individuo facoltà di tipo emotivo. Altre, invece, sollecitano facoltà di tipo cognitivo, riflessive. Le prime favoriscono il pre-giudizio, le seconde il giudizio». Una riflessione che prova a tenere insieme tecnologia e società, economia e politica. È il tentativo promosso da Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis e autore de La notte di un'epoca (Ponte alle Grazie, Milano, 2019, pp. 256).

Del resto percepire l'impatto dello sviluppo tecnologico sulle persone aiuta senz'altro a comprendere i tumulti e i mutamenti della società dell'informazione in cui siamo immersi.  È una riflessione attuale e necessaria, di cui si trovano tracce nell'annuale Rapporto sulla situazione sociale del Paese del Censis, pubblicato dal 1967 e considerato tra i più qualificati strumenti di interpretazione della realtà socio-economica italiana. Rapporto che individua la cesura provocata nella società dalla rivoluzione digitale. Frattura che a monte riflette difficoltà nell'accesso. E a valle può comportare diseguaglianze d'opportunità e asimmetrie informative. «I più giovani si adattano all'ambiente digitale e praticano un nomadismo mediatico che consente loro di sfruttare al meglio le potenzialità delle tecnologie digitali. Nella terza e quarta età si trova invece un gran numero di esclusi, rimasti ai margini per assenza di competenze, in cui si sposano ignoranza e scetticismo» spiega a Changes Valerii, curatore del documento del Censis.

Dopotutto a promuovere una distinzione tra progresso e sviluppo tecnologico era stato già Pier Paolo Pasolini nel secolo scorso. «Progresso e sviluppo sono due sinonimi? Chi vuole lo sviluppo? Chi vuole il progresso?», chiedeva retoricamente il celebre autore negli Scritti Corsari pubblicati nel 1975. Secondo lo scrittore, lo sviluppo non sarebbe sinonimo di progresso, ma mera produzione di beni sempre più innovativi, esclusivi, spesso appannaggio di pochi fortunati. Il progresso, invece, dovrebbe coincidere con il miglioramento della condizione complessiva di cittadini e società. "Chi vuole infatti lo sviluppo? A volere lo sviluppo in tal senso è chi produce. Chi vuole, invece, il progresso? Lo vogliono coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare attraverso il progresso. Lo vuole chi lavora e chi è dunque sfruttato. Il progresso è dunque una nozione ideale (sociale e politica): là dove lo sviluppo è un fatto pragmatico ed economico", scriveva Pasolini.

Oggi, invece, la mancata collimazione tra sviluppo e progresso si può identificare nei "monopoli" di fatto rappresentati dai GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft). Ragiona Valerii: «Se guardiamo al futuro, è difficile non ipotizzare la creazione di istituzioni di governo sovra-nazionali di questi fenomeni. I giganti della rete sono stati finora decisamente un passo avanti perché hanno proliferato di fatto su uno sfasamento tra la potenza della tecnica, che non conosce frontiere e si estende uniformemente alla scala globale, e un sistema giuridico e di governance che invece è rimasto un passo indietro. E che anzi oggi sembra orientato alla rivalutazione delle identità nazionali, dei muri e delle barriere, materiali e metaforiche». 

Un esempio in particolare della cesura introdotta dalla tecnologia sulla società italiana può aiutare a comprendere la portata della rivoluzione digitale. I dispositivi digitali personali battono anno dopo anno sempre nuovi record di utenza. Rispetto al 2007, l'ultimo anno prima dello scoppio della crisi, oggi i consumi generali della popolazione sono ancora sotto del 2% circa. Ma nello stesso periodo la spesa per l'acquisto di smartphone è quadruplicata. Con quali conseguenze?

«Nel nuovo ambiente mediatico ci si adatta al primato del linguaggio audiovisivo. Siamo entrati in quella che io definisco "era biomediatica", caratterizzata dalla condivisione in tempo reale delle biografie personali attraverso i social network. Si è inaugurata una fase nuova all'insegna del primato dello sharing sul diritto alla privacy: l'io è il contenuto e il disvelamento del sé digitale è diventata la prassi comune. L'individuo si specchia nei media (ne è il contenuto) creati dall'individuo stesso (ne è anche il produttore): i media sono io. Di conseguenza, allo star system tradizionale, lontano e inarrivabile, oggi si sostituiscono i selfie e i like sui social network, che sono diventati i nuovi atelier del successo. Con la conseguente perdita di aura, di capacità di suggestione, che possedevano le tradizionali figure nei confronti delle quali si generavano processi di imitazione e di identificazione», spiega il direttore generale del Censis.

Valerii, filosofo di formazione, propone così il suo contributo alle riflessioni già ospitate da Changes sul rapporto tra speculazione filosofica e rivoluzione digitale. Rapporto che in ultima analisi aiuta a dipanare la complessa matassa della società moderna. «Lo sforzo è di comprendere al meglio come coniugare la potenza della tecnica con i bisogni umani e con la nostra tensione a migliorare il benessere collettivo. Nel libro mi concentro proprio sul salto d'epoca che stiamo vivendo e cito il filosofo Ernst Bloch, il quale riprendeva il motto evangelico secondo cui "Non di solo pane vive l'uomo". Poi aggiungeva: "Soprattutto quando non ne ha". Sembra una contraddizione, ma è proprio così. Perché è proprio nei momenti di maggiore smarrimento, quando le popolazioni sono impaurite o in pericolo, cioè quando il pane scarseggia – materialmente o metaforicamente –, che le persone consumano più immaginario. Al momento il nostro immaginario collettivo sembra colonizzato dalla sfiducia. I radicali cambiamenti introdotti dalla diffusione di potentissime tecnologie digitali contribuiscono ad alimentare il senso di smarrimento. Ecco, questo dimostra come nel nostro destino si incrocino sempre la dimensione materiale e quella immateriale. Le macchine e lo spirito, potremmo dire».


 

 

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