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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Sharing > L’App è solidale

 L’App è solidale

Sharing

 Cosa c’è dietro lo slacktivismo, l’attivismo disimpegnato, che si articola in Rete attraverso gli strumenti forniti dalle nuove tecnologie.

​Per popolarizzare il suo recentissimo "donation sticker", un comando nato per fare donazioni, Instagram ha fatto ricorso a celebrities come Pharrell Williams, Julia Roberts e Miley Cyrus, chiedendo di promuovere associazioni a loro scelta. Su Facebook la funzione "social good", quella per le donazioni alle Ong, esiste invece dal 2015 e da allora ha raccolto fondi per oltre 1 miliardo di dollari e coinvolto oltre 20 milioni di persone nel mondo. E da anni esistono innumerevoli app nate per fare beneficienza: come Avanzi Popolo 2.0, che dal 2014 serve a condividere cibo che rischia di finire sprecato o buttato e che, dallo scambio tra privati si è estesa alle imprese, salvando dal cassonetto 11.000 chili di cibo.

Un'altra applicazione nell'ambito "alimentare" è ShareTheMeal, creata un anno fa da Sebastian Stricker e Bernhard Kowatsch, ex consulenti del World food program, che ha l'obiettivo di nutrire 1.500 bambini sotto i 12 anni. Ogni donazione consente di elargire 40 centesimi al Programma alimentare delle Nazioni Unite, coprendo però il costo medio giornaliero dei pasti di un minore grazie alla concomitanza virtuosa di più fattori: uno sforzo minimo da parte del donatore, un costo di transazione basso, l'identificazione di necessità specifiche. E per quanto sia lodevole che molti bambini così non debbano più temere la fame, sono molti gli interrogativi suscitati da questo tipo di beneficienza. A cominciare dal principale: aiutare gli altri dal cellulare o dal pc, magari in spiaggia o sul divano di casa, è un segno di sensibilità o un modo per scaricarsi la coscienza senza il fastidio di assistere al dolore altrui né il disturbo di informarsi sulle cause di un problema? Anziché prefiggersi di nutrire i figli degli sfollati, per esempio, non avrebbe più senso dare ai loro genitori un lavoro dignitoso?

È l'obiezione principale avanzata dai critici del cosiddetto slacktivismo, l'attivismo "disimpegnato" (da slack, pigro, in inglese + activism) che si articola in Rete attraverso gli strumenti forniti dalle nuove tecnologie. Secondo i suoi teorizzatori, i clic a supporto di una causa, sarebbero da interpretarsi come poco "altruistici". Al contrario: mettendo un "Mi piace" a una pagina, condividendo un post, ritwittando un messaggio, l'attivista digitale soddisferebbe in primis il suo bisogno di appartenenza a una comunità, e il desiderio di sentirsi una persona migliore. Si tratterebbe quindi di una forma di narcisismo indiretto, di una modalità di gratificazione egoriferita che, spiega Benedetto Ippolito, docente di Storia della filosofia medievale all'università Roma 3, «in realtà è un limite sempre implicito nella comunicazione virtuale.

Essa infatti è manchevole per definizione, dato che è assente la concretezza fisica dell'incontro, dello sguardo reciproco. Ecco perché alcuni studiosi sostengono perfino che sui social non abbiamo mai davvero uno scambio con l'altro, ma solo un dialogo con noi stessi, usando il linguaggio dell'altro». Così appoggiare una causa online si ridurrebbe a uno stratagemma, forse in buona fede, per plasmare una certa immagine virtuale di sé più che per incidere sul mondo reale.

Ma non è tutto: secondo il giornalista e studioso dei nuovi media Evgeny Morozov, autore del saggio Net delusion. The dark side of Internet freedom, questo attivismo da poltrona avrebbe come corrispettivo addirittura una minore propensione degli individui alla partecipazione nelle sue forme più tradizionali e analogiche. In altre parole: perché scendere in piazza quando si può mostrare la propria adesione a una causa cliccando un tasto del telefonino? Inoltre alcuni studi avrebbero evidenziato una sorta di circolo vizioso dell'impegno "comodo": una presa di posizione che non richiede grandi sforzi all'individuo non garantisce neanche risultati evidenti o immediati. E a sua volta questa mancanza di riscontro dissuade gli individui dal prendere ancora parte attiva alle varie cause promosse online.

Certo, ci sono controesempi d'eccezione: come la raccolta fondi seguita al terremoto di Haiti del 2010, che in 2 giorni ha garantito alla Croce rossa donazioni per 5 milioni di dollari, testimoniando che, grazie alla tecnologia, le persone possono adottare una varietà di forme di partecipazione civile più ampia rispetto al passato. La non altissima frequenza di simili risultati però porta a propendere per la tesi del sociologo Robert Putnam, secondo il quale, al contrario, la tv e internet hanno contribuito a indebolire i legami sociali e isolare sempre più gli individui, che rifuggono sempre più il coinvolgimento reale. Ippolito è d'accordo: «Il calo del senso civico è già in essere da tempo, in particolare nelle grandi città. Si interagisce sempre meno e si vuole essere meno coinvolti dal mondo esterno. Ma non si può incolpare la tecnologia di altro se non di rafforzare tendenze che nutriamo autonomamente. Se siamo egoisti, grazie alla Rete ci chiuderemo ancora di più. Se non lo siamo, online possiamo trovare nuove forme di impegno e conoscere altri che si propongono gli stessi obiettivi. Il web non sarà il miglior dei mondi possibili, ma non lo è neppure quello reale». 

 

 

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