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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Senza api la nostra dieta è a rischio

Senza api la nostra dieta è a rischio

Environment

Da questi insetti dipende l’impollinazione di 71 delle 100 più importanti piante alimentari utilizzate dall’uomo. Ecco perché la loro riduzione preoccupa scienziati e agricoltori.

«Se l'ape scomparisse dalla faccia della terra, all'uomo non resterebbero che quattro anni di vita». Questa previsione catastrofica è di solito attribuita ad Albert Einstein ma non sono pochi a pensarla allo stesso modo. Non è un caso, infatti, se già nel 2016 il governo degli Usa abbia deciso di inserire proprio questi insetti nella lista della fauna meritevole di una tutela speciale.

Per quale motivo un animale così piccolo, all'apparenza insignificante, risulta tanto prezioso per l'umanità? In primo luogo perché le api rientrano nella categoria degli impollinatori che hanno il gravoso compito di trasportare il granulo di polline da un fiore alla cellula uovo di un fiore di un'altra pianta della stessa specie garantendo la fecondazione. L'impollinazione da parte degli insetti è fondamentale per mantenere inalterata la biodiversità vegetale dell'ecosistema del quale fanno parte non solo le piante spontanee ma anche quelle coltivate, centrali per la nostra alimentazione. Da qui l'allarme lanciato diverso tempo fa anche dalla Fao, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura: nel mondo delle 100 colture più importanti per la sopravvivenza dell'essere umano, 71 sono impollinate dalle api. Soltanto in Europa sono ben 4mila le varietà agricole che dipendono dalle api con in prima fila zucchini, mele, fragole e mandorle.

«Secondo alcuni studi parte della responsabilità della moria delle api è di alcuni pesticidi neonicotinoidi tanto che l'Unione europea sta pensando a una stretta», spiega il noto entomologo Enzo Moretto, direttore e fondatore di "Butterfly Arc" e della stazione bacologica "Esapolis" di Padova. Una recente ricerca condotto dall'Università di Berna, in Svizzera, ha messo in evidenza che queste sostanze potrebbero funzionare come una sorta di "contraccettivo" per i fuchi, i maschi delle api, causando una forte flessione della fertilità, fino al 39%, e spopolando quindi le arnie.

«I pesticidi non rappresentano l'unico effetto negativo dell'agricoltura intensiva basato sulla monocoltura. Il bene più prezioso che rischiamo di perdere – continua Moretto – è quello della biodiversità la cui riduzione ha effetti molto negativi sulle api che di solito devono disporre di diversi tipi di polline e nettare per la loro sopravvivenza. Inoltre vorrei ricordare che l'insetto di cui stiamo parlando, la comune ape domestica, l'apis mellifera, è ormai il prodotto di una lunga selezione guidata dall'uomo ed essendo indebolita risulta incapace di affrontare con successo le sfide che si trova di fronte. Per questo motivo si sta cercando di selezionare api più resistenti e per certi aspetti meno docili: si è notato infatti che la maggiore aggressività garantisce il successo non solo in termini di difesa dell'alveare dagli attacchi dei parassiti, ma anche in quello della raccolta di nettare e di polline».

Api deboli perché meno selvatiche

Questo piccolo insetto, quindi, è sottoposto a una pressione "letale" da parte non solo dei pesticidi, ma anche di una certa apicoltura che per aumentare la produzione di miele è intervenuta in maniera invasiva sul suo Dna. Ne è convinto anche Paolo Fontana, entomologo di fama mondiale, coordinatore del gruppo apicoltura della Fondazione Mach di San Michele all'Adige, vicino Trento, che sottolinea come prima dell'avvento dell'acaro Varroa, responsabile della distruzione di un numero elevatissimo di colonie, in ogni albero cavo, in ogni fessura della roccia ci fosse un alveare. «Queste api 'selvatiche' si incrociavano con quelle degli apicoltori, erroneamente considerate 'domestiche', in un'area di 10-15 chilometri, garantendo una variabilità genetica che consentiva una migliore risposta alle sfide ambientali. Purtroppo gli alveari selvatici sono scomparsi quasi dappertutto. Come se non bastasse l'uomo ha imparato ad allevare le api regine moltiplicando, anche per migliaia di volte, le caratteristiche che rispondevano maggiormente alle loro esigenze con il risultato, però, di impoverire il patrimonio genetico delle colonie. Gli alveari sono quindi sempre più spesso incapaci di affrontare adeguatamente gli assalti dei parassiti, dei pesticidi e negli ultimi anni anche dei cambiamenti climatici. Si pensi agli inverni miti seguiti da gelate repentine: queste anomalie sconvolgono i ritmi vitali delle api che possono essere indotte a riprodursi in periodi sbagliati, quando la disponibilità di risorse alimentari è scarsissima».

L'ape mellifera è una risorsa inestimabile che popolava originariamente quasi tutta l'Europa, l'Africa, il Madagascar, gran parte della Penisola arabica, l'Asia minore e una piccola zona di quella centrale. A livello locale, però, questo insetto si è adattato fino a sviluppare delle sottospecie: quindi, per esempio, le api che si trovano in Sicilia sono differenti da quelle del resto dell'Italia dove si sono sviluppate abituandosi a piante e a un clima molto diversi. «Il problema è che gli apicoltori – continua Fontana – hanno introdotto per ragioni commerciali api provenienti da altre regioni europee, con gravi ripercussioni sugli equilibri interni degli alveari: questi insetti, infatti, presentano modalità di comunicazione complesse e strategie etologiche differenti da sottospecie a sottospecie. Per esempio le api del Sud Italia o delle zone aride registrano due picchi di popolazione, uno in primavera e uno in autunno, quelle che vivono in aree più fredde, uno solo, in estate. Ogni sottospecie presenta quindi un elevato livello di adattamento al proprio habitat ecco perché diventa fondamentale non interferire ma piuttosto difendere le popolazioni locali partendo dall'assunto che l'ape è anche garante della conservazione degli specifici ecosistemi delle singole aree».

Cambiamenti climatici, impoverimento genetico, pesticidi: ecco il motivo per cui le api sono assediate e il loro numero diminuisce a un ritmo piuttosto elevato. «Difficile quantificare l'emergenza ma abbiamo registrato annate – spiega l'entomologo - in cui si è stimata una perdita di alveari anche del 40%. Oggi l'apicoltura considera una moria del 10% come funzionale. Ma il vero problema è che le nostre api hanno sempre maggiori difficoltà a trovare il loro cibo più prezioso, il polline da cui ricavano i lipidi, gli aminoacidi e le proteine, a causa della carenza di fiori, sempre meno presenti nei nostri ambienti».

Per questo motivo l'impegno di scienziati e apicoltori è sempre più indirizzato verso la valorizzazione delle specie locali di api attraverso la reintroduzione ma anche per mezzo di campagne di informazione a vantaggio dei produttori di miele: «La sostenibilità – conclude Fontana - è il modo più idoneo per fare reddito: quello che produciamo al di fuori dei concetti di rispetto dell'ambiente è un guadagno apparente che poi ci costerà moltissimo nel medio-lungo periodo in termini di ricadute ambientali, alimentari e sociali. È necessario un profondo cambio di mentalità ma alla fine saremo tutti ad averne un vantaggio». 

 

 

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