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Senti come parla la scienza

Well Being

Cosa è successo durante la pandemia nel rapporto tra informazione e scienza? Il dibattito è acceso e per affrontarlo al meglio occorre andare oltre gli scontri e le accuse incrociate.

Informazione giornalistica allarmistica, oppure comunicazione scientifica troppo ondivaga e ambigua? La pandemia da Covid-19 ha restituito un dibattito sul rapporto informazione-scienza caratterizzato da un alternarsi di accuse incrociate, critiche reciproche, difese corporative e spesso autentici scontri. Ma quali sono le ragioni alla base del cortocircuito tra informazione e medicina scatenatosi durante la pandemia? 

Certo negli occhi dei lettori sono ancora vivi alcuni titoli della stampa generalista, che soprattutto in occasione del dibattito sui vaccini hanno rischiato di alimentare ansia e sfiducia verso la stessa campagna vaccinale. Dove finisce, insomma, la responsabilità di un giornalismo troppo spesso semplicistico e dove iniziano quelle di una comunità scientifica che, suo malgrado, ha dovuto confrontarsi quotidianamente con le regole del news making e dei media?

Diciamolo subito, giornalismo e scienza non sono due aspetti dicotomici. Questo non è un derby, uno scontro tra due realtà lontane. Non c'è un torto e una ragione, ma un rapporto complesso che merita oggi più che mai di essere approfondito.

L'Università Cattolica di Milano ha condotto in questi mesi la ricerca Pandemic Life Balancing per comprendere i cambiamenti nei consumi informativi degli italiani. Ebbene, durante l'emergenza il 66% degli italiani ha dichiarato di aver cambiato il proprio atteggiamento nei confronti dell'informazione. Ci si è informati in maniera costante (60% degli uomini e 54% delle donne) oppure con dei picchi (37% degli uomini e 42% delle donne) in occasione dei momenti particolarmente caldi come la pubblicazione dei nuovi DPCM, oppure la comunicazione delle nuove restrizioni.

«Nella nostra ricerca emerge come il 75% dei cittadini lamenti di aver ricevuto troppa informazione con un forte senso di ridondanza», sottolinea a Changes Sara Sampietro, ricercatrice dell'Università Cattolica di Milano. «Quello che è mancato è stata un'interpretazione univoca di quanto stava accadendo. L'opinione pubblica davanti all'incertezza avrebbe voluto una visione corale che non c'è stata e questo ha creato disorientamento». Un'incertezza resa ancora più eclatante nei mesi del dibattito sui vaccini, con il siero AstraZeneca che veniva ristretto o allargato agli over 65 a settimane alterne.

Ma quanto in questa pretesa di univocità da parte del pubblico è indice di una mancata conoscenza del metodo della scienza che procede per step ed esperimenti? «Sicuramente dietro quella denuncia di incoerenza gioca un certo analfabetismo scientifico presente in vasti strati della popolazione. Ma quel senso di incertezza è stato causato da una sovraesposizione mediatica mal gestita da parte di alcuni esponenti del mondo della medicina».

Più o meno alle stesse conclusioni della ricerca dell'Università Cattolica di Milano giunge lo studio dell'Osservatorio Observa. «Più del 60% dei soggetti interpellati dalla ricerca ritiene che il modo di comunicare abbia creato confusione», ha spiegato a Changes la Prof.ssa Barbara Saracino, ricercatrice dell'Università di Bologna e Coordinatrice Osservatorio Observa. «Questo potrebbe essere stato causato da una peculiarità tutta italiana: rispetto a quanto è avvenuto all'estero da noi c'è stato un più frequente coinvolgimento degli esperti nel dibattito mediatico». Quello che per gli Usa è stato il consigliere Antony Fauci insomma, per noi sono stati decine di esperti che si sono contesi spesso voracemente gli spazi televisivi, radiofonici o della stampa online. «Da noi c'è stata una eccessiva polifonia che ha profondamente nociuto a quella che è la buona riuscita di una comunicazione di crisi sanitaria che, come le linee guida impongono deve basarsi su messaggi chiari, diretti e soprattutto univoci».

È venuta meno dunque una sorta di narrazione condivisa, «a fronte di una, almeno iniziale, reazione condivisa», sottolinea Sampietro. «Tutti ricordiamo il motto “iorestoacasa" dei primi mesi di lockdown, ma poi abbiamo assistito a una frammentazione delle reazioni della pubblica opinione, dovuta allo scontro tra una scienza che non parlava con una sola voce e un pubblico molto esigente e che aveva fretta e fame di informazione».

Uno scontro acuitosi in maniera visibile nei mesi del dibattito sui vaccini. Secondo i dati Observa, nei mesi precedenti all'avvio delle campagne di vaccinazione il 36% degli italiani intendeva farsi vaccinare appena possibile, una quota identica dichiarava di volersi vaccinare, ma non subito e oltre un italiano su cinque non era intenzionato a farsi vaccinare proprio. Dopo circa un mese di campagna vaccinale, i cittadini pronti a farsi vaccinare sono diventati quasi sei su dieci, con un aumento di oltre venti punti percentuali. Segno insomma di una fiducia dell'opinione pubblica nella scienza nonostante la percezione di confusione e ambiguità? «I motivi di questo aumento sono vari», risponde Saracino. «Il fatto che la vaccinazione sia effettivamente cominciata, la crescente preoccupazione per la gravità della crisi e il fatto che nelle ultime settimane il vaccino sia diventato una risorsa scarsa e quindi sempre più ambìta. Nonostante questo, però, per oltre due italiani su tre le informazioni date sui vaccini sono “poco chiare e incomplete».

Ma è possibile che la Pandemia abbia prodotto una maggiore sensibilità del pubblico ad una informazione corretta e priva di sensazionalismo? «Gli anni del Coronavirus hanno rinsaldato una tendenza: il pubblico vuole conoscere più cose e l'informazione deve rispondere. Dobbiamo riempire una bottiglia di richiesta di informazione legata a una maggiore consapevolezza», ci dice Sara Sampietro.

«A livello istituzionale, invece, emerge l'esigenza di rendere la comunicazione scientifica più umana che faccia divulgazione non solo dei suoi risultati ma soprattutto del suo metodo». Un metodo, quello scientifico, che non prevede semplificazioni, che non ha fretta e che per questo produce risultati che devono essere attesi con pazienza e meno foga. L'obiettivo insomma è ambizioso, ma urgente: rendere la scienza più comunicativa e la comunicazione più scientifica. ​

 

 

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