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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Rivoluzione animal welfare

Rivoluzione animal welfare

Environment

Per gli investitori sostenibili il benessere degli animali destinati ad essere trasformati in cibo è diventato un tema centrale. E sta cambiando le regole per le aziende.

​​​Prendiamo ad esempio un bel pezzo di carne alla griglia dal profumo invitante. Quando la troviamo nel piatto, la bocca sente che sta per essere invasa da un'ondata di acquolina. E a quel punto alla maggior parte di noi viene probabilmente assai difficile chiedersi da dove quel cibo arrivi, che tipo di vita abbia fatto prima di diventare ciò che non vediamo l'ora di gustare, quale impatto sociale e ambientale implichi produrre e far arrivare uno di quei bocconi a portata di forchetta.

Si tratta di quesiti scomodi, che rischiano di rovinare l'appetito. Eppure sono sempre di più le persone che sulla base di queste domande, orientano le loro scelte di consumo. E anche le scelte di investimento: stiamo parlando in particolare degli investitori che si dichiarano sostenibili e responsabili e che hanno preso a cuore la questione dell'animal welfare, il benessere degli animali destinati ad essere trasformati nel cibo che entra nelle nostre case. Un tema che nell'ambito della sostenibilità sta crescendo d'importanza, che presenta molteplici sfaccettature e intorno al quale ruota un significativo numero di attori, iniziative, strumenti.

Una delle questioni centrali riguarda l'allevamento intensivo e i danni che esso produce, in primo luogo in termini di benessere negato agli animali, ma in senso più generale per le sue conseguenze sulla sostenibilità del modello di sviluppo. Per via, ad esempio, del fortissimo utilizzo di risorse naturali, acqua e terreni coltivabili in primis, che l'allevamento intensivo implica. O per il contributo al riscaldamento climatico e quindi al climate change dovuto alle emissioni climalteranti che derivano dall'allevamento intensivo.

Fra le più importanti iniziative internazionali in quest'ambito c'è Fairr, Farm Animal Investment Risk & Return, promossa dal 2015 dalla Jeremy Coller Foundation, con sede a Londra. Si tratta di un network internazionale di investitori che hanno inserito il tema dell'animal welfare al centro delle loro considerazioni in chiave Esg (ambientali, sociali e di governance), per analizzare e valutare rischi e opportunità dell'allevamento intensivo in una prospettiva di investimento (nel 2018 la direttrice di Fairr, Maria Lettini, è anche intervenuta a un evento "SRI Breakfast" organizzato a Milano dal Forum per la Finanza Sostenibile).

Il network comprende una sessantina di società d'investimento internazionali che complessivamente gestiscono asset per oltre 11 trilioni di dollari (11mila miliardi di dollari). Il che significa che quando si muovono in modo coordinato in azioni di engagement (dialogo e confronto con il management delle società quotate in cui investono), questi investitori riescono a farsi ascoltare e non di rado a ottenere miglioramenti importanti nella sostenibilità delle pratiche di business delle aziende che mettono nel mirino. Per fare un esempio, di recente la rete degli investitori aderenti a Fairr si è rivolta ad alcuni dei colossi mondiali del fast food, fra cui McDonald's e Burger King, chiedendo loro di fare di più per misurare e ridurre l'impatto ambientale delle catene di fornitura, prima di tutto in relazione alle emissioni climalteranti e all'utilizzo di acqua.

Il benchmark del benessere

L'engagement non è però l'unico modo che gli investitori hanno per sposare la causa dell'animal welfare. Altri strumenti a disposizione sono ad esempio indici e benchmark, che stilano in sostanza classifiche delle aziende che possono vantare in quest'ambito le performance migliori. E nelle quali, di conseguenza, è potenzialmente meno rischioso o più profittevole investire.

Dal 2012 è stato sviluppato BBFAW, Business Benchmark on Farm Animal Welfare, che misura come si comportano in tema di animal welfare le maggiori aziende mondiali del settore food (tra produzione, distribuzione e ristorazione). Nell'ultimo rapporto relativo al 2017 ne sono state analizzate 110 (fra cui sei italiane), evidenziando come siano in crescita (17, nel primo rapporto del 2012 erano 3 su 68 società analizzate) quelle che ormai considerano i temi dell'animal welfare parte integrante della strategia di business, sebbene rimangano molte (41) quelle in cui ad esempio la definizione di politiche, di responsabilità a livello manageriale e di obiettivi al riguardo trovino poco o nessuno spazio. Nel report si parla anche di quali siano, a detta delle società analizzate, i principali fattori che le spingono a migliorarsi sul fronte dell'animal welfare: su tutti la domanda dei consumatori, poi l'attenzione dei media, la pressione dei cosiddetti "watchdog" come le Ong (organizzazioni non governative) e quella che proviene appunto dagli investitori, in termini ad esempio di richieste di dati, informazioni, reportistica puntuale. E di aspettative di miglioramento crescenti, che alzano l'asticella per tutti.

Riguardo alla pressione che gli investitori possono esercitare, grande importanza – anche per la visibilità che ottengono - rivestono prese di posizione congiunte. Come quella rappresentata dall'"Investor statement on farm animal welfare" sottoscritto nel 2016 (grazie all'azione dello stesso BBFAW) da poco meno di una ventina di investitori istituzionali con asset in gestione complessivi di 1,5 trilioni di dollari. È stato infatti il primo caso del suo genere e per questo è considerato un punto di svolta: dal "nice to have" al "must have", da una fase cioè in cui l'animal welfare era considerato un'istanza marginale, a quella in cui è divenuto un tema centrale nella valutazione dei rischi e delle opportunità di un investimento.

A testimoniare la crescente sensibilità degli investitori in materia di animal welfare è la stessa diffusione sul mercato di opportunità e strumenti d'investimento che vi fanno riferimento. Variamente declinati. In alcuni casi, cioè, l'animal welfare rientra specificamente fra i criteri cui ci si ispira per l'analisi degli investimenti e la costruzione di portafogli, con operatori che si premurano di offrire dettagli su come il tema venga approcciato e integrato nella propria attività. In altri, l'attenzione prioritaria è rivolta a temi non esattamente sovrapponibili ma comunque assai affini e intrecciati con quello dell'animal welfare, specialmente nella percezione degli investitori: è il caso degli investimenti cruelty-free (che condannano in sostanza lo sfruttamento e la crudeltà sugli animali in ogni loro forma), delle analisi sull'utilizzo di pratiche di animal testing, degli investimenti che per contrasto premiano le società attive nella produzione di cibi sostitutivi di quelli di origine animale.

Per quanto riguarda la pressione dei consumatori, è chiaro che essa può esercitare il massimo effetto sulle società del settore quando verte su elementi che poi diventano centrali nella valutazione anche degli investitori. Per questo le società sono sempre più attente a cogliere in anticipo le richieste dei consumatori in materia di animal welfare e a dar loro seguito, perché ciò significa acquistare reputazione anche nei confronti di chi investe. È il caso ad esempio della campagna "End the cage age", sostenuta da una vasta rete di Ong europee, che chiede di cessare l'utilizzo delle gabbie per gli animali da allevamento: negli anni ha acquisito crescente visibilità e importanza (diventando oggetto di voto da parte del Parlamento Europeo) anche grazie all'opera di artisti che ne hanno sposato la causa realizzando filmati che testimoniano una realtà scioccate ma poco conosciuta.

Del resto, dopo aver acquisito consapevolezza di come spesso sono costretti a vivere molti degli animali che occupano un posto importante nella nostra dieta (in riferimento all'industria del pollame, il celebre settimanale The Economist ha parlato di recente di "dirty business"), è davvero difficile non iniziare a riflettere su cosa può fare ognuno di noi, come consumatore e come investitore, a favore dell'animal welfare. Che poi vuol anche dire a favore della sostenibilità del modello di sviluppo.

 

 

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