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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Perché le regole uccidono la condivisione

Perché le regole uccidono la condivisione

Sharing

Dal flop della legge per la sharing economy fino alla delusione per quella sul "ristorante diffuso". Dettare norme sulla sharing economy è un percorso a ostacoli. Ne parliamo con l'economista Sara Silleoni, vicepresidente istituto Bruno Leoni.

​​​​​​​​​​​​​La legge quadro per regolamentare la sharing economy si è persa nelle secche dell’attività parlamentare. In compenso è passata in prima lettura alla Camera una norma sull’home restaurant, bocciata dal mondo del food perché – con l’obbligo di pagare con la carta di credito e di contingentare i posti a tavola – potrebbe distruggere per sempre una delle attività più interessanti nate su questo versante. Partiti e reti economiche degli Stati membri, poi, non sembrano aver compreso lo spirito tanta attenzione verso le linee guida lanciate lo scorso anno dalla Commissione europea, secondo la quale non si devono frapporre ostacoli e barriere a un mondo che già oggi vale 572 miliardi di euro (di questi 3,5 miliardi in Italia). Se ne è accorto Matteo Renzi quando ha provato a estendere la cedolare secca ai B&B: contemporaneamente è stato accusato da alcuni di voler agevolare i new comers, da altri di volerli uccidere sul nascere.

In assenza di una legge nazionale, c'è una proliferazione di leggine e regolamenti locali, nati sulla frammentazione di competenze previste dal Titolo V sulle attività produttive. Come il pacchetto appena approvato dall’Ars siciliana, che impone ai B&B affittati online di iscriversi a un apposito albo regionale, l’ottenimento di una licenza o la richiesta della “segnalazione certificata di inizio attività”, la cosiddetta Scia, pena 3mila euro di molte. In poche parole è il caos. E la cosa non sorprende Serena Sileoni, giurista e vicedirettrice dell’Istituto Bruno Leoni, forse il più dinamico think tank liberista del Paese, per certi aspetti ringrazia il vuoto legislativo in atto. «Mi chiedo che razza che di mostro verrebbe fuori». Soprattutto, secondo lei, non poteva andare diversamente. «È sempre velleitario legiferare su un qualcosa che si muove più velocemente della volontà della politica di regolamentare il mondo. L’errore principale in questa vicenda è quello di considerare la sharing economy un settore a se stante: invece è semplicemente una nuova forma di fare economia.
Già il termine sharing economy è abusato, fuorviante perché va ben oltre la dilettantesca condivisione delle risorse che ognuno di noi può mettere a disposizione - la casa, l’auto – per fare qualche spicciolo. In realtà si tratta di una modalità che, grazie alle piattaforme online, accelera e si avvantaggia della fine dell’intermediazione. E alla quale non sfugge nessuna attività». Conclusione? «È velleitario, ripeto, il tentativo di cristallizzare il fenomeno come se fosse un settore stabile e immobile».

Proprio questa tendenza è visibile nella proposta di legge passata alla Camera sul home restaurant: massimo 500 coperti all’anno, pagamenti solo digitali, divieto per i B&B di esercitare l’attività, accanto all’assicurazione e una certificazione HACCP sulla gestione dei rischi sanitari. Il tutto mentre il comparto vanta almeno 10 mila clienti affezionati e cene organizzate via social (Facebook), WhatsApp e una pletora di app (Gnammo a Le Cesarine, da Vizeat a Eatwith). «Se ho una bella casa e un bel salone che ho voglia di mettere disposizione per altre persone», si chiede Sileoni, «perché dovrei sottostare agli obblighi igienico–sanitari dei ristoranti? Non basta l’assicurazione?». 

Sharing economy: non esiste una legge nazionale, ma serve davvero?


Veronica Tentori, prima firmataria della norma quadro che giace in Parlamento, ha sempre parlato di una norma leggera. Che però impone alle attività del settore di iscriversi un registro degli operatori, di sottostare alla vigilanza del Garante della concorrenza e dei consumatori, di presentare un "documento di politica aziendale, che ricorda i vecchi statuti societari, di accettare soltanto pagamenti elettronici. Ma gli operatori interessati hanno subito fatto le barricate. «Perché in Italia», sostiene la vicedirettrice dell’Istituto Bruno Leoni, «la forte regolamentazione finisce soltanto per tutelare le posizioni dominanti, perché rispettare gli obblighi ha un costo e non tutti possono permetterselo». ​

In ogni caso frena «quella che è la grande novità della sharing economy: facilitare l’accesso degli operatori all’attività economica. Che lo faccia una persona per arrotondare mettendo a disposizione la sua auto o il divano o che sia l’irradiazione di un’organizzazione più complessa, cambia poco. Il punto è che il mondo non si ferma. Così, invece di vietare Airbnb, dovremmo domandarci se sono ancora valide le categorie con le quali regolamentiamo il mercato del lavoro o la sua sicurezza. In quest’ottica cosa è più importante per un conducente di auto pubbliche: certificarne l’attività con un’apposita licenza o rispondere a determinati requisiti come quelli sulla sicurezza?».

Nella proposta di legge il maggiore discrimine, secondo gli interessati, è di natura fiscale: superati i 10 mila euro di incassi si passa da lavoretti fatti per arrotondare, e che saranno tassati al 10% perché “redditi da condivisione” ai normali redditi da lavoro, con le relative aliquote. «Prendiamo il riconoscimento legale di Uber: il legislatore vuole credere che il mondo di oggi sia uguale a quello di ieri, in cui le auto si trovavano solo chiamando il radio-taxi o ai posteggi dedicati. Oggi, la tecnologia ci consegna modalità nuove di trovare un auto con conducente: perché dovremmo limitarle, o far pagare a costoro vincoli maggiori rispetto a quelli a cui sottostanno i tassisti, solo per un motivo di anacronismo legislativo?».

Le tante sentenze pendenti nei tribunali contro i giganti della sharing economy potrebbero rinverdire le richieste di nuovi interventi legislativi. «Il timore è che le regole finiscano soltanto per limitare le potenzialità della sharing economy. Anche perché la questione è in buona parte fiscale. Realisticamente, però, è probabile che qualche legge si farà. Mi auguro, quindi, che sia il più cauta possibile e discreta nel regolare settori potenzialmente redditizi e capaci di creare lavoro e valorizzare le risorse a disposizione delle persone. Penso, per esempio, all’approccio portoghese su Airbnb. A Lisbona, per esempio, nonostante non mancassero pressioni per una stretta, si è deciso soltanto di fare un regolamento ministeriale che evitasse interventi maggiormente repressivi a livello locale».​​

 

 

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