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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Quanto vale il self-help

Quanto vale il self-help

Society 3.0

Il fenomeno dell’auto-aiuto dilaga ormai in tutto il mondo. Manuali, App, audiolibri e seminari: un armamentario del pensiero positivo che promette di liberarci dall’infelicità.

13,2 miliardi di dollari l'anno: questo il giro d'affari del settore del "self help" previsto solo negli Stati Uniti di qui al 2022. Ma il fenomeno dell'auto-aiuto, o auto-miglioramento, dilaga ormai in tutto il mondo, ripartito tra manuali, app, audiolibri e seminari: un armamentario del pensiero positivo che promette di liberarci dall'infelicità o, meglio ancora, dall'incertezza che secondo alcuni interpreti sarebbe la vera radice di questo fenomeno globale.

Per il sociologo polacco Zygmund Bauman, per esempio, il trentennale tramonto di riferimenti prima incarnati dalle istituzioni (lo Stato, la Chiesa, il partito, la scuola) ha delegato agli individui la propria costruzione valoriale. «Al posto della legislazione, ora abbiamo l'autoregolamentazione: al posto dell'ambivalenza verso l'idea di 'vendersi', l'incitazione a monetizzare: invece di costruire istituzioni migliori, cerchiamo di costruire sé migliori» ha sintetizzato il periodico americano New Yorker. Eppure, nonostante i nostri sforzi di auto-formazione, per conformarci al mercato restando sempre competitivi e adattabili a nuovi contesti, oggi patiamo tutti un perenne senso di inadeguatezza: perché «la nostra cultura richiede il continuo migliorarsi. E non importa quanto sei in gamba: non lo sarai mai abbastanza. Le moderne epidemie di depressione e burn out ne sono il risultato» spiega il filosofo Sven Brinkman in Contro il self help (Raffaello Cortina).

Starebbe qui dunque il paradosso del mondo in cui viviamo: lo stesso sistema che nutre la nostra inadeguatezza, scaricando su di noi compiti che un tempo erano di pertinenza delle istituzioni, ci propone il modo di rimediarvi. Come? Rafforzando la nostra autostima grazie al self help. Chiaro che si tratta di un inganno, se non di uno scarico di responsabilità: «In un periodo di incertezza, l'idea secondo la quale è più semplice cambiare se stessi che modificare le circostanze è molto seducente, ma nasconde la dimensione sociale dei problemi» argomenta la sociologa israeliana Eva Illouz nel recente saggio Happycratie. Comment l'industrie du bonheur a pris le contrôle de nos vies (Premier Parallèle).  Difficile infatti negare che, se si è costretti a barcamenarsi tra più impieghi sottopagati, non bastano 3 sessioni di meditazione la settimana per apprezzare le piccole gioie quotidiane e irradiare felicità. Tuttavia, questa semplificazione dei problemi, unita alla colpevolizzazione del singolo per la sua "ingratitudine" verso la vita, fanno presa e alimentano il meccanismo perverso che induce a sperimentare le mille soluzioni disponibili sul florido mercato del self help, in cerca di un ipotetico "upgrade" emotivo.

E se invece il pensiero positivo fosse inutile, se non addirittura dannoso, per conseguire la felicità? «Facciamo attenzione a distinguere tra miglioramento e performance» risponde Enrico Prosperi, specialista in Psicologia clinica e direttore del Giornale della società italiana di Psicologia clinica medica. «L'essere umano tende per sua natura a migliorarsi, ma per farlo è necessario che conosca bene sé stesso, i suoi limiti, i suoi punti di forza e soprattutto i suoi valori, intesi come le direzioni di vita. Quando, nel tentativo di migliorare, perdiamo di vista il processo di crescita e ci focalizziamo solo sui risultati, quando diventiamo eccessivamente esigenti e perfezionisti, il rischio di peggiorare la propria autostima è decisamente elevato». È vero, insomma, che il self-help fa promesse illusorie di felicità e successo seguendo pochi semplici passi, come se l'individuo potesse controllare tutto e la felicità fosse una scelta.

Non è un caso che, come accertato dagli psicologi dell'Università di Waterloo, quando i pazienti afflitti da scarsa stima di sé sono forzati a ripetersi frasi positive stiano peggio degli altri: qualunque formula suona vuota se non comporta una reale adesione psicologica. «Oggi però le più recenti terapie cognitivo comportamentali mettono in primo piano la ricerca dei cosiddetti valori individuali» precisa Prosperi. «In questo modo si può crescere come individuo, come evidenziano le recenti ricerche neuroscientifiche parlando di neuroplasticità. Dunque l'accettazione di sé, l'impegno e la crescita non sono aspetti in contrasto tra loro. La vera difficoltà sta nel fare una sintesi tra le parti. Concentrarsi solo sui nostri punti forti può indurci a non voler mai rischiare, a temere gli errori. D'atro canto, è illusorio pensare di realizzare i propri obiettivi semplicemente seguendo le indicazioni di un manuale di self-help. Occorre perseguire il proprio benessere attraverso una maggiore conoscenza di sé: anzi, questa ricerca può rappresentare il giusto compromesso tra la crescita personale e l'accettazione di come si è fatti».

Certo, in questo percorso un manuale di self help può essere di qualche aiuto. Ma, come consiglia il citato Brinkman, funzionano meglio i romanzi: perché, invece di semplificare e irregimentare la vita umana, questi libri «aiutano a vederla nella sua complessità, suggerendo così l'impossibilità di controllarla». Che sia questo il vero happy end?

 

 

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