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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Quanto vale l’economia del riciclo

Quanto vale l’economia del riciclo

Sharing

Il mercato dell’usato ha uno spazio sempre più grande. Cresce in settori prevedibili, come l’automobile e l’abbigliamento, e in fasce di età impreviste, come i giovani. E segnala che oggi cambiano i consumi, e domani produzione e manutenzione.

​La definizione inglese è "second hand economy" che tradotto in italiano è il mercato degli oggetti di "seconda mano" ma oggi ha assunto diverse accezioni. La second hand economy sta vivendo una vera e propria esplosione e, solo in Italia, il mercato è cresciuto di ben 5 miliardi di euro in pochi anni, passando dal giro d'affari di 18 miliardi di euro annui del 2013, ai 23 del 2018. Parliamo dell'Italia, ma anche grandi Paesi occidentali come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia ne sono travolti. La sua crescita non sembra improvvisa e neppure inattesa, perché in parte gode anche della spinta di una sostenibilità ambientale sempre più di moda, che porta a consumare in modo più attento all'ambiente, quindi a non buttare tutto. E, in parte, il fenomeno è stato influenzato dalla diffusione della sharing economy che spinge alla condivisione di oggetti nuovi e vecchi.

Quali sono i settori che guidano il boom

La crisi ha sicuramente dato una ragione in più per non buttare nulla e tentare di rimettere tutto sul mercato: libri, abbigliamento, scarpe, automobili, elettrodomestici, accessori, arredamento ed anche intrattenimento; c'è di tutto, anche il tradizionale mercatino del vintage (piccolo), ma oggi stanno dando ottimi risultati soprattutto l'automobile e l'abbigliamento. Due settori che fanno gola ai big player della tecnologia, impegnati a costruire piattaforme ideali per l'incontro di domanda ed offerta di usato. I consumatori della seconda mano, infatti, hanno bisogno di incontrarsi, non solo alla classica bancarella domenicale, e la Platform economy è perfetta per ottimizzare le asimmetrie informative, quel caso in cui venditore e acquirente non riescono ad incrociare le proprie intenzioni.
Dalla parte degli automezzi la motivazione arriva dalla crisi di vendite del nuovo nei mercati occidentali (visibile nelle case automobilistiche, ed anche negli autosaloni), ed in parte anche dall'abitudine di consumo di giovani sempre più lontani dall'idea di acquisto dell'auto e ormai educati, tramite app, all'affitto temporaneo.
Sul versante abbigliamento c'è ancora più spazio. A fare scuola era stato il brand sportivo Patagonia, resosi disponibile subito alla riparazione dei propri capi danneggiati dopo l'uso; una dichiarazione d'intenti con valore doppio: siamo disponibili a riparare e siamo convinti che il nostro prodotto duri molto.

Ora sono i brand tradizionali a riacquistare e rivendere i propri capi, cercando così di realizzare altri ricavi, e allo stesso tempo "governare" un mercato sotterraneo che prima sfuggiva di mano e probabilmente danneggiava l'immagine portando i loro prodotti usati al livello di brand minori. L'abbigliamento usato apre poi un secondo fronte: il lusso, che rientra in circolo invece che restare nell'armadio; accompagnato da una crescente sensibilità dei produttori verso la realizzazione di materiali con basso impatto ambientale.

Dal consumo alla produzione e alla manutenzione  

Ma non è la sostenibilità l'unico impulso che parte dai consumatori e arriva direttamente in azienda. I produttori hanno infatti capito che il venditore o l'acquirente di seconda mano spesso sono già stati loro clienti: hanno lasciato da loro una traccia su gusti d'acquisto, colori, materiali, abitudini di utilizzo, magari età e tempi di consumo.
Analizzano questa prima impronta e si attrezzano, consapevoli che la ri-vendita sia la punta di una lunga coda che è cominciata proprio da loro, e ora fa rima con riuso, riciclo, ma anche riparabilità. Proprio questa ultima tendenza è la deriva interessante dell'usato, tanto che molti store di elettrodomestici ormai "si salvano" grazie ai ricavi realizzati con i reparti manutenzione (dai pc ai telefoni), ora debitamente potenziati.

Ma cosa faranno le imprese di fronte a queste nuove abitudini di consumo? Dovranno forse ripensare le proprie linee produttive per progettare la durevolezza, dopo anni di prodotti ad obsolescenza programmata e low cost che muore a fine stagione? Non lo sappiamo ancora, ma siamo certi che questo adattamento, per consegnare al mercato un prodotto il cui ciclo di vita è molto più lungo di prima, richieda adattamenti complicati e sforzi ingenti in termini di investimenti, che non tutti possono permettersi. Tutto il resto – il vecchio, sporco, non a norma, in-sostenibile ed inquinante – che fine farà? Tranquilli. C'è spazio anche per questo. Ma altrove. Basti ricordare che uno dei mercati più grandi al mondo di auto usate è l'Africa. O l'Est Europa. Il mondo è così grande che ci sono normative adatte a tutti. Anche a chi va bene un diesel Euro3.

 

 

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