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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Professionisti on demand

Professionisti on demand

Sharing

Specialista di relazioni, experience designer, community manager. Sono le nuove occupazioni nate con lo sviluppo del consumo collaborativo. Che ha anche cambiato l'imprenditoria giovanile. E spinto l'uso delle App come motore di ricerca.

​​​​​​​Sharing economy, economia della condivisione, consumo collaborativo, economia di scambio. Modi diversi di identificare una realtà che ha rivoluzionato interi settori e che sta registrando una crescita irrefrenabile. A confermarlo un'indagine di PriceWaterhouseCooopers, in base alla quale entro il 2025 a livello globale, le transazioni legate alla sharing economy nei 5 principali settori: finanza collaborativa, alloggi tra privati, trasporti tra privati, servizi domestici a richiesta e servizi professionali a richiesta, raggiungeranno i 570 miliardi di euro rispetto ai 28 miliardi del 2016. E l'Italia tiene il passo. Qui il 25% della popolazione nell’ultimo anno ha utilizzato almeno un servizio della sharing economy contribuendo a raggiungere un giro d’affari di 3,5 miliardi di euro nel 2015, con ampie prospettive di crescita come riporta lo studio di TNS, istituto internazionale di ricerche. 
Del buon andamento della domanda e dell'offerta di servizi condivisi ha beneficiato anche il mercato del lavoro. L'economia di scambio, infatti, anche se oggi si trova al centro di accese discussioni sulla necessità di un intervento normativo in grado di dare sostenibilità sociale e maggior sicurezza ai lavoratori che la animano, ha indubbiamente creato occupazione e fatto nascere nuove professionalità legate a doppio nodo a studi umanistici. Una novità nella novità, visto che sono sempre stati  la cenerentola dei diplomi di laurea. Quindi non solo ingegneri e informatici. Le piattaforme che offrono servizi on demand avranno bisogno anche di filosofi, psicologi, letterati, esperti di comunicazione. Qualche esempio? «Tra le nuove professioni legate allo sviluppo della sharing economy c'è lo specialista di relazioni, che accelera lo sviluppo della fiducia o la crescita della reputazione delle piattaforme», ha evidenziato Andrea Pugliese, Co-Fondatore di Impact Hub Roma, esperto di politiche di sviluppo locale e di processi di social innovation, durante il Ferrara sharing Festival che si è svolto a maggio 2016.

Lavoro on demand: quanto contano gli influencer in Rete

Per essere al passo bisogna essere in grado di intercettare gli influencer della Rete e instaurare con loro un rapporto continuo e profondo, una relazione vera con l'obiettivo di creare un network consistente e non superficiale. Il fatto di avere persone influenti tra gli amici di Facebook o tra i contatti di Linkedin, insomma non basta. Bisogna essere in grado di passare dalle briciole della Rete alle persone in Rete. E poi ci sono gli «experience designer, i professionisti che migliorano la facilità d'uso della piattaforma attraverso per esempio la grafica del sito contribuendo così ad aumentare la fedeltà del cliente e a migliorare la sua esperienza online», ha aggiunto Pugliese. Senza dimenticare il community manager, l'addetto alla gestione di una comunità virtuale. Comunità che non va creata ma intercettata online dove ne esistono già in abbondanza. Per svolgere questa funzione è indispensabile possedere un talento naturale: l'empatia, la capacità di mettersi nei panni degli altri, sapersi relazionare con loro. Non a caso molte delle persone che ricoprono questo ruolo hanno alle spalle studi in psicologia e filosofia. «In linea generale, credo poi, che in Italia la sharing economy possa dare un grande apporto in ambito medico-sanitario e nel settore dei servizi alla persona, con particolare riferimento ai servizi di cura non professionali. Può essere ancora molto vasta, inoltre, l’applicazione nel settore dei trasporti» conclude l'esperto, che ritiene l’economia della condivisione un'ottima opportunità anche per chi è uscito dal mercato del lavoro – e spesso resta tagliato fuori dai sistemi di sicurezza sociale – di reinserirsi o riavvicinarsi al mondo produttivo proponendosi come libero professionista. E in un mercato camaleontico, dove il ciclo di vita delle aziende è sempre più breve e il numero dei dipendenti con contratto a tempo indeterminato tende ad assottigliarsi a favore delle collaborazioni esterne con freelance, le piattaforme che offrono lavoro on demand diventano un approdo interessante anche per giovani laureati. Il lavoro tramite applicazione, infatti, non riguarda più solo i lavori fatti da colf, giardinieri, idraulici, autisti, baby sitter, ma anche le grandi professioni come avvocati, manager e addirittura medici solo per citarne alcune.
Ad alimentare il trend ha contribuito anche il cambiamento di aspettative delle nuove generazioni, che se un tempo erano orientate a carriere aziendali lunghe ora guardano con maggior interesse a un percorso da liberi professionisti. Non a caso il popolo delle partite Iva è destinato ad aumentare nei ​prossimi anni. Secondo PricewaterhouseCoopers, nel 2020 in Italia varrà qualcosa come 63 miliardi di dollari dai 10 del 2016. ​Artigiani, professionisti 2.0, freelance ma non solo. La sharing economy è, infatti, soprattutto un nuovo paradigma imprenditoriale potenzialmente interessante anche per quelle aree, come il Sud Italia, dove trovare un lavoro è da sempre un esercizio ardito. Ne è convinto Francesco Longo, docente di economia e management delle amministrazioni pubbliche all'Università Bocconi di Milano, «perché crea nuove condizioni per sviluppare imprenditorialità: l'assenza di rilevanti investimenti fissi iniziali per avviare una piattaforma che offra servizi, la necessità di un'idea creativa, la gradualità dello sviluppo possibile, sono tutti elementi che offrono un ampio spazio per l'imprenditorialità giovanile».​

 

 

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