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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > La pool economy è la sharing 4.0

La pool economy è la sharing 4.0

Sharing

L'economia collaborativa riscopre il valore dei beni sotto utilizzati. Rachel Botsman analizza con Changes come si trasformano le dinamiche tra imprese e consumatori. In tutti i settori.

​​​​​​​​​​​​​​​Abbasso Uber, viva Taskarabbit. E viva le banche del tempo e le appendici elettroniche all’insegna del vecchio e caro mutualismo come l’italiano Collaboriamo.org che ha mappato il fenomeno in Italia dove ci sono ben 186 piattaforme collaborative, divise in 13 diversi settori: dal crowdfunding (69), ai trasporti (22), al turismo (17, di cui 8 che mettono in contatto viaggiatori e guide locali che propongono una visita alternativa del territorio), passando per lo scambio di beni di consumo (18), i servizi alle persone (9), la cultura (9). Dopo tre anni di boom, sembra già arrivato il momento di salutare la vecchia sharing economy, quella della prima ora, troppo aggressiva, e di dare il benvenuto all’era della pool economy, ovvero dell’economia collaborativa, trasformazione umanizzata della sharing. Si tratta di una versione aggiornata e corretta, più sostenibile per realizzare quell’utopia che vuole che le leve del potere della società non siano più soltanto di chi produce o compra beni, ma di chi può scambiare e condividere beni, servizi e conoscenze. In che modo? Generando valore e unendo alla condivisione della sharing economy lo scambio di idee con il crowdsourcing, il riutilizzo delle risorse per una migliore allocazione, l’uso di piattaforme peer to peer fino ai maker dell’economia 4.0 perché il 3.0 è ormai il passato.
Di questo fenomeno Rachel Botsman, economista americana e autrice di What’s mine is yours the rise of collaborative consumption, è una delle più acute analiste. Tanto da aver coniato il migliore slogan per il movimento: «La fiducia sarà la moneta dell’economia futura». Bostman ha spiegato a Changes che non bisogna fare confusione tra le parole inglesi “collaborative” e “sharing”, perché «questi termini sono spesso usati come sinonimi insieme con altri termini come “gig economy” oppure “on-demand economy” ma hanno accezioni diverse. «Io definisco l'economia di collaborazione come un sistema economico che sblocca il valore dei beni sottoutilizzati attraverso i mercati e le reti in modi che consentano una maggiore efficienza di accesso», ha precisato l’economista.
Questo processo si concentra sul cambiamento nelle dinamiche tra fornitori e clienti. «Si sente spesso parlare di Airbnb e Uber, ma ci sono molti altri esempi: per esempio, Vandebron permette alle persone di acquistare elettricità direttamente dai produttori di energia indipendenti, senza dovere avere a che fare con le grandi utilities» ha detto Botsman. «Food Assembly, invece, permette alle persone di acquistare i loro prodotti freschi a livello locali e direttamente dai mercati degli agricoltori. Etsy dà la possibilità di acquistare manufatti di artigianato direttamente da chi li crea. E questo elenco potrebbe continuare all’infinito».

Pool economy: domanda e offerta sono decise dal basso e dalle necessità

Il punto è che questa rivoluzione ha cambiato per sempre anche i canoni dei consumi: il gioco della domanda e dell’offerta viene deciso dal basso, scandito sia dalla necessità di riutilizzare quanto già prodotto sia dall’imperativo di contenere la spesa e le energie. «Per consumo collaborativo considero tutti i sistemi che facilitano la condivisione di beni o servizi sottoutilizzati, gratuitamente o a pagamento, direttamente tra individui o organizzazioni», ha aggiunto Rachel Botsman. «Non a caso userei il termine di economia collaborativa soltanto quando riusciamo a liberare il valore di un bene sottoutilizzato e quando il comportamento degli utenti comporta la condivisione». Il caso di scuola, secondo Botsman è Blablacar che consente alle persone che fanno lunghi viaggi di mettere a disposizione di altri i loro posti vuoti in auto e cita anche Peerby che permette alle persone dello stesso quartiere di utilizzare gli stessi oggetti di uso comune, fino ad Airbnb che dà la possibilità di condividere la casa.
Per l’economista Arun Sundararajan, professore alla Stern School of Business della New York University e uno dei massimi esperti al mondo di economia collaborativa siamo di fronte a un nuovo tipo di capitalismo, dalla proprietà tradizionale delle grandi marche di un tempo si passa a un sistema di accesso, su basi più paritarie. Tanto che il padre della società dell’idrogeno, Jeremy Rifkin, vede addirittura la fine del capitalismo, perché il dinamismo inerente nei mercati competitivi sta riducendo in maniera così drastica i costi, visto che molti beni e servizi stanno diventando quasi gratuiti, sempre più numerosi, e non più soggetti alle forze di mercato. Quel che è certo è che via via si stanno stravolgendo le logiche dei consumi, compresa quella che i pubblicitari chiamano “la macchina del desiderio”. «Molto semplicemente - chiosa Rachel Botsman - il movimento ha spinto molte persone a rendersi conto che ci sono diversi modi per accedere a quello di cui abbiamo bisogno e vogliamo», ha detto Botsman. E le persone hanno cominciato a farsi domande che prima erano impensabili come, per esempio: «Mi serve davvero avere un’auto, se in media resta ferma 23 ore al giorno?». Dandosi risposte del tipo: «Posso pagare per iscrivermi a Zipcar o alle altre piattaforme di carsharing». I comportamenti cambiano quando ci si rende conto che questi strumenti possono garantirci maggiore convenienza e ampliare le nostre possibilità di scelta, dandoci l’opportunità di guadagnare o risparmiare denaro».


In quest’ottica sono molte le possibilità nel mondo assicurativo. «Quello dell’insurance è un settore complesso, con tanti livelli di intermediazione ed enormi questioni di fiducia», ha sottolineato Botsman. «Non a caso, le compagnie stanno trasformando il rapporto con la clientela con l’obiettivo di rendere il processo più efficiente e trasparente». Per l’economista americana questo è il momento ideale per riscrivere il concetto di rischio e copertura, cambiando la prospettica dell’acquisto dei prodotti assicurativi. «Una polizza vita, per esempio, non deve essere acquistata spinti dalla paura di morire, ma dall’opportunità per la vita di una persona di avere in portafoglio un prodotto così», ha sottolineato Botsman.
​I cambiamenti in questo senso sono tanti e importanti non soltanto nel settore assicurativo. Una ricerca condotta da Price Waterhouse Coopers ha stimato che i cinque comparti più importanti dell'economia della condivisione (peer-to-peer finance, online staffing, peer-to-peer accommodation, car sharing, music e video streaming) potrebbero generare valore entro il 2025 per 335 miliardi di dollari (dai 15 miliardi del 2014). Accanto a questi comparti si stanno sviluppando tante aree emergenti a cui le idee dell’economia collaborativa. Sanità, istruzione e le utilities sono da monitorare con attenzione, secondo Botsman, perché è in questi settori che che esploderà il business della pool economy nei prossimi tre anni.​

Testo a cura di Francesco Pacifico

 

 

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