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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Piacere Claire

Piacere Claire

Technology

Come funziona e dove vuole arrivare il Consorzio europeo per l’intelligenza artificiale che riunisce mille scienziati per giocare la partita mondiale con Stai Uniti e Cina.

​​​Mille scienziati europei, insieme, per giocare una partita che ha assunto, ormai, le dimensioni di una sfida geopolitica sullo scacchiere internazionale. Qualche mese fa la fondazione del CLAIRE, consorzio europeo per l'intelligenza artificiale, è stata salutata dalla comunità internazionale alla stregua della costituzione, nel 1953, del CERN di Ginevra. Nato su iniziativa di 12 Paesi europei, per riunire i laboratori europei d'eccellenza nello studio della fisica, il CERN diretto oggi dall'italiana Fabiola Gianotti si è reso artefice, tra le altre cose, dell'invenzione di Internet nel 1989.

Mezzo secolo più tardi gli esperti d'intelligenza artificiale del Vecchio Continente hanno deciso di riunire le eccellenze europee sull'AI, per giocare la partita mondiale con Stati Uniti e Cina. I colossi BATX basati in Cina (Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi) e GAFAM con sede negli Stati Uniti (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft), rappresentano una posizione dominante nello sviluppo di applicazioni di intelligenza artificiale. «Nonostante i notevoli investimenti promessi dalla comunità europea nel settore, non possiamo certamente pensare di competere finanziariamente con altre realtà come la Cina, dove gli investimenti hanno ordini di grandezza ben superiori ai nostri», spiega a Changes Magazine Michela Milano, docente ordinario al Dipartimento Computer Science and Engineering dell'Università di Bologna e vicepresidente della European Association for Artificial Intelligence (EurAI).

«Dobbiamo evitare la dipendenza da tecnologia, prodotti e valori americani e cinesi. L'Europa potrà giocare un ruolo fondamentale nel dettare la linea etica e nello stabilire quali valori seguire per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale», ragiona la prof.ssa dell'ateneo bolognese. Appare questa la ragione sociale, e fondativa, del progetto CLAIRE (Confederation of Laboratories for Artificial Intelligence Research in Europe). Il tentativo è quello di riproporre l'uomo al centro, come primo fruitore e attore delle tecnologie di intelligenza artificiale. Algoritmi e sistemi che apparentemente sembrano prestare il fianco ad una visione distopica, in cui le macchine assumeranno il controllo dell'umanità. «Per contrastare questa visione servono sistemi che rispettino criteri di etica, trasparenza e responsabilità. Sistemi che siano fiduciari e comprensibili. L'aspetto distintivo dell'iniziativa CLAIRE riguarda la centralità dei valori europei», ragiona Michela Milano, già membro del consiglio dell'Associazione Italiana Intelligenza Artificiale (AI*IA).

E se il consumatore ormai utilizza quotidianamente, più o meno consapevolmente, applicazioni basate sull'intelligenza artificiale come gli assistenti virtuali per smartphone, restano spesso in chiaroscuro i benefici che il cittadino potrebbe trarre da un'Europa capofila nella ricerca sull'AI. «Pensiamo alla cura e al supporto agli anziani e ai diversamente abili, oppure all'istruzione attraverso sistemi di apprendimento online, in grado di interagire con gli studenti e rispondere alle domande. L'intelligenza artificiale ha le potenzialità per portare benefici sostanziali non solo in ambito economico, ma anche sociale ed ambientale. Ma è fondamentale che queste applicazioni sempre più avanzate pongano al centro sempre l'uomo che le progetta e le utilizza», spiega la docente dell'ateneo bolognese.

Pur apprezzandone l'utilità, però, continuiamo ad avvertire l'intelligenza artificiale come una minaccia incombente. Qual è la via per superare questo apparente paradosso, trasformando anche in realtà l'auspicio che tali tecniche impattino positivamente sulla società? «È certamente vero che molte mansioni possono ora essere automatizzate grazie alla robotica e all'intelligenza artificiale. Ma a mio parere gli esseri umani resteranno nella forza lavoro e avranno un ruolo centrale per una ragione ben precisa: i benefici di produttività si verificheranno solo quando gli uomini collaboreranno con le macchine. La sfida resta concentrarsi sull'educazione e sullo sviluppo di nuove abilità, per far sì che la nostra società sia pronta alle sfide del futuro».

 

 

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