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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Perché piace il green bond

Perché piace il green bond

Environment

La preoccupazione dei grandi investitori internazionali per gli effetti del climate change sta spingendo la finanza verde e in particolare le obbligazioni. Così si investe per decarbonizzare il Pianeta.

​​Il rapporto della Global Sustainable Investment Alliance (Gsia) ha quantificato in quasi 23mila miliardi di dollari il valore degli asset finanziari investiti a livello mondiale con criteri sostenibili e responsabili (Sri). Un'enorme massa di risorse che ha fra le sue caratteristiche principali un colore, sempre più dominante: il verde.

La preoccupazione dei grandi investitori internazionali per gli effetti del climate change li sta infatti spingendo verso la cosiddetta finanza verde e in particolare verso i green bond, le obbligazioni verdi. Sono quelle destinate al finanziamento di società, attività, progetti che hanno un impatto positivo sull'ambiente: la produzione di energie rinnovabili, l'efficienza energetica nell'edilizia, la riduzione delle emissioni di Co2, la mobilità sostenibile. Gsia attribuisce addirittura all'effetto calamita esercitato dai green bonds sugli investitori Sri, che stanno procedendo a decarbonizzare i portafogli d'investimento – cioè spostano risorse verso attività low-carbon, a basse emissioni di Co2 -, il fatto che negli ultimi due anni la composizione degli asset è radicalmente mutata. Se due anni fa il 50% degli asset Sri si concentrava sulle azioni (equity) e il 40% sul mercato obbligazionario (bond), ora la situazione si è capovolta: bond 64%, equity 33%.

Basterebbe questo dato per dire dell'attenzione che circonda oggi i green bond, un mercato giovanissimo con un futuro particolarmente roseo, o se si vuole verde, davanti a sé. Fu la Banca Europea degli Investimenti a emettere il primo green bond dieci anni fa. Per diversi anni il mercato è stato dominato da emittenti sovranazionali (fra i principali player la Banca Mondiale), che continuano comunque a essere protagonisti: ad aprile Ifc (International Finance Corporation, Gruppo Banca Mondiale) ha lanciato con il colosso francese degli investimenti Amundi un green bond fund da 2 miliardi di dollari, per investire in green bond collegati a progetti di sviluppo nei Paesi emergenti.

A definire che cosa si debba intendere, o meno, per green bond è stata Icma (International capital market association), che ha elaborato i Green bond principles, a cui si può aderire su base volontaria: danno indicazioni ad esempio sui progetti finanziabili con un green bond, sulla gestione dei proventi che derivano dall'emissione di obbligazioni verdi, in generale sulla trasparenza e le informazioni che vanno offerte al mercato. Icma sta anche lavorando a standard specifici per il mercato del Sud-Est asiatico. Ci sono poi gli standard fissati dalla Climate Bonds Initiative (Cbi). A settembre 2016 è invece stato lanciato il Luxembourg Green Exchange, la prima Borsa al mondo specializzata in green bond, che ha fissato una serie di requisiti per l'ammissione a listino. Linee guida sui green bond sono state pubblicate dal ministero dell'Ambiente giapponese e dalla China Securities Regulatory Commission (CSRC), la Consob cinese.

La questione della condivisione degli standard e del loro rispetto esiste, tant'è che si distingue tra green bond labelled (certificati) e non (la maggior parte), ma ciò non sembra aver frenato l'interesse del mercato per questi prodotti: Cbi ha calcolato che lo scorso anno le emissioni di green bond hanno superato gli 80 miliardi di dollari, quasi doppiando quelle del 2015, e quest'anno stima nuove emissioni per 150 miliardi di dollari. Mentre Moody's per il 2017 ha alzato l'asticella delle stime a 200 miliardi di dollari.


A ulteriore testimonianza della febbre da green bond in corso, più di recente su questo mercato si sono affacciati anche gli Stati. Era stata la Francia l'anno scorso ad annunciare l'intenzione di divenire la prima a emettere green bond sovrani, ma a dicembre è stata bruciata sul tempo dalla Polonia, che ne ha emesso uno da 750 milioni di euro (e ne avrebbe in progetto altri quest'anno). Parigi si è però rifatta con un'emissione da 7 miliardi di euro, che ha avuto richieste per il triplo. Anche la Nigeria, dopo averlo annunciato a ottobre, sta lavorando a un green bond sovrano. E si presume che la lista sia destinata ad allungarsi rapidamente. Studi sulle potenzialità dei green bond sono stati prodotti dall'Unione europea a fine 2016 e nelle scorse settimane dall'Ocse.​

A giocare un ruolo sempre più importante sul mercato delle obbligazioni verdi sono le aziende, specie le corporation. Poco più di un anno fa fece notizia il lancio di un green bond da 1,5 miliardi di dollari da parte di Apple. Ma anche in Italia, dopo il primo lanciato da Hera nel 2014 (un green bond da 500 milioni di euro), sta crescendo l'attenzione delle imprese verso questi strumenti finanziari. Si parla di sviluppare il mercato delle obbligazioni verdi anche nel Rapporto del Dialogo Nazionale dell'Italia per la finanza sostenibile, promosso dal ministero dell'Ambiente. E a metà marzo Borsa Italiana ha lanciato un segmento dedicato ai green bond (e ai social bond). Il primo green bond corporate entrato in negoziazione è stato quello emesso da Enel, una delle obbligazioni green più grandi a livello europeo: 1,25 miliardi di euro, con ordini ricevuti per quasi 3 miliardi. «Si tratta di un'opportunità per gli emittenti, quotati e non – ha commentato nell'occasione l'amministratore delegato di Borsa Italiana, Raffaele Jerusalmi -, che attraverso questi nuovi strumenti possono accedere a una più ampia base di investitori».

Per le aziende, infatti, l'opzione green bond rappresenta soprattutto questo: un nuovo canale d'accesso alle risorse finanziarie, di particolare appeal nell'era post-Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, che guarda un po' a tutti i grandi investitori – in particolare a quelli Sri – che stanno progressivamente dirottando gli investimenti nella direzione low-carbon di cui si diceva. Non solo: entrare come emittenti sul mercato dei green bond, può con tutta evidenza migliorare l'immagine e la reputazione di un'impresa. Anche perché ciò significa implicitamente una serie di cose: aver messo in cantiere progetti di sviluppo green di una certa importanza e prospettiva; aver orientato il timone della strategia verso la sostenibilità; volersi mettere nelle condizioni di sviluppare ulteriormente il proprio business per posizionarlo in base alle nuove coordinate della competizione globale del futuro, quelle appunto della sostenibilità.

Si potrebbe essere tentati di riassumere il fenomeno green bond con frasi del tipo: «È la decarbonizzazione degli investimenti, bellezza!», perché questa è la tendenza dominante oggi sui mercati. Tutto lascia pensare che non si tratti di una moda passeggera.

 

 

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