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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Perché dal clima dipendono reddito e Pil

Perché dal clima dipendono reddito e Pil

Environment

La ricchezza prodotta è inversamente proporzionale all’innalzamento delle temperature. Così, da qui alla fine del secolo, il 23% del Prodotto interno lordo globale può andare in fumo.

​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​I presupposti c’erano tutti. L’estate 2016 è stata fredda e tempestosa al Polo Nord, per questo gli scienziati si aspettavano che l'Artico riuscisse a conservare meglio il ghiaccio che ricopre i suoi mari. Ma sono bastati dieci giorni per ribaltare completamente la situazione. Il 2016 passa così alla storia come uno degli anni meno ghiacciati nell'emisfero settentrionale. A certificarlo è la Nasa, secondo cui un accentuato scioglimento nei primi dieci giorni di settembre ha portato il ghiaccio marino a raggiungere l'estensione minima annuale il 10 settembre, quando i satelliti hanno rilevato una superficie ghiacciata di 4,14 milioni di chilometri quadrati. Il 2016 è al secondo posto nella classifica – che va avanti dal 1981 - degli anni caratterizzati dalle estensioni di ghiaccio più ridotte, alle spalle del 2012. È ​​​​solo un altro degli effetti del riscaldamento globale che non sta solo soffocando il mondo con le emissioni di anidride carbonica (Co2), ​lo sta anche impoverendo.
Tre ricercatori della Stanford University e del National Bureau of Economic Research di Berkeley hanno fatto i conti e il risultato è che l’innalzamento delle temperature pesa a tal punto che il Prodotto interno lordo (Pil) globale nel 2100 sarà inferiore del 23% rispetto a quello che potrebbe essere senza gli sconvolgimenti climatici. Lo studio dal titolo Global non-linear effect of temperature on economic production è firmato da Marshall Burke (Stanford), Solomon M. Hsiang & Edward Miguel (Berkeley) che si sono basati sui dati storici relativi al rapporto tra aumento di temperatura e produttività, e non hanno tenuto conto dell’impatto economico dell’innalzamento del livello dei mari, delle tempeste o degli altri effetti del cambiamento climatico. Il costo complessivo, secondo i ricercatori di Stanford e Berkeley, è di circa 44mila miliardi di dollari di perdita di Pil entro il 2060 se la temperatura aumenterà di 2,5 gradi.
È meno pessimista lo studio di Citigroup che ipotizza un aumento “solo” di 1,5 gradi nei prossimi 15 anni con una perdita di Pil mondiale entro i 20mila miliardi di dollari. 

Clima e salute: il sistema finanziario ha un ruolo chiave

L’innalzamento delle temperature ha un effetto diretto, per esempio, sull’agricoltura. Le attese sono di un calo della produzione agricola per decennio da qui alla fine del secolo, con un conseguente incremento di un quinto dei livelli di malnutrizione mondiale. La spirale climatica colpisce poi direttamente la salute, con un incremento generalizzato delle malattie, accompagnato da una contrazione delle risorse idriche e ad un aumento della migrazione delle persone, soprattutto nel continente asiatico.
Il 2016 ha contribuito a dare una pennellata scura sul quadro del futuro del clima. Per l’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite (IPCC) l’anno che sta per finire ha il 99% di probabilità di stabilire un nuovo record sul termometro, superando il 2014 e il 2015, andando ad aumentare la temperatura della Terra che è cresciuta di 0,18°C durante gli ultimi 100 anni. La tesi sostenuta dagli studiosi di Stanford e Berkeley che hanno analizzato i dati economici e climatici di più di 160 Paesi del mondo dal 1960 al 2010 parte proprio dal riscaldamento della Terra e mette in relazione l’aumento delle temperature con la produttività economica, stabilendo che una temperatura media di 13°C è l’ideale per il Prodotto interno lordo. Questa temperatura è media è pericolosamente a rischio e danni maggiori si farebbero sentire in Africa, Asia, Sudamerica e Medio Oriente, mentre Usa e Cina, che attualmente sono allineati con questa media, corrono grossi rischi.
Comprendere, agire ed essere responsabili può fare la differenza anche in termini di ricchezza globale. Il settore finanziario ha un grande effetto leva nel guidare il cambiamento. Ecco perché si sta aprendo un mondo di opportunità per investire nel clima e per il clima e la questione si è diffusa sempre di più anche a livello microeconomico. La domanda è: la transizione energetica può essere finanziata da titoli azionari? Secondo uno studio di Mirova, la divisione del gruppo Natixis asset management dedicata agli investimenti socialmente responsabili, il potenziale azionario a supporto dell’economia a basso impatto è ampio. La ragione? Più dell’80% delle emissioni di CO2 risiede nelle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica, che insieme rappresentano il 16% dell’indice Msci World. Circa il 60% delle emissioni di CO2 attuali proviene dai settori energia e gas serra ad alto impatto. ​

 

 

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