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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Il digitale fa ancora paura

Il digitale fa ancora paura

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Un italiano su due crede che le informazioni memorizzate sui propri dispositivi digitali non siano al sicuro. I dati dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza Demos&Pi-Fondazione Unipolis presentati a Data Vision & Data Value organizzato da Gruppo Unipol.

Neppure l'arrivo del COVID-19, che ha spostato gran parte della vita quotidiana dal mondo reale a quello digitale, è riuscito a smorzare le paure degli italiani nei confronti dell'online. Un italiano su due, infatti, teme per la sicurezza delle informazioni memorizzate sui propri dispositivi digitali, una percezione negativa maggiormente radicata al Sud e tra coloro che si affidano al web per ragioni di lavoro. Il quadro muta radicalmente quando si parla di acquisti online, che invece vengono ritenuti sicuri dal 68% degli italiani. La paura degli italiani è di essere controllati e il percepito cambia molto a seconda della natura del “controllore": il 62% degli utenti online ritiene che Governo e forze dell'ordine controllino una parte delle proprie attività in Rete, ma lo accetta in nome della sicurezza, mentre quasi tre persone su quattro pensano che una parte dei dati digitali sia monitorata da imprese pubblicitarie e, per il 59%, ciò è considerato un rischio per la privacy. Questi sono i dati principali contenuti nel “Focus sulle paure digitali" dell'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza Demos&Pi - Fondazione Unipolis, presentati nel corso dell'evento online “Data Vision & Data Value" organizzato dal Gruppo Unipol e al quale hanno partecipato Carlo Cimbri, Group CEO Unipol, Agostino Santoni, Amministratore Delegato CISCO, Michael Wade, Professore di Innovazione e Strategia alla IMD Business School e Marisa Parmigiani, Head of Sustainability and Stakeholder Management Unipol Group.

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Difesa della privacy: per Cimbri servono regole più stringenti
Le giuste pratiche aziendali nella gestione della privacy e il percorso di digitalizzazione delle imprese hanno sempre di più a che fare con l'etica d'impresa e la sostenibilità. Michael Wade ha sottolineato l'importanza della Corporate Digital Responsibility (CDR), ovvero dell'insieme di pratiche e comportamenti che aiutano un'organizzazione a utilizzare i dati e le tecnologie digitali in modo socialmente, economicamente, tecnicamente e ecologicamente responsabile, indicando una serie di azioni tra cui: garantire la protezione della privacy dei dati per dipendenti, clienti e altre parti interessate; promuovere la diversità e l'inclusione digitale; perseguire pratiche socialmente etiche; sostituire i lavori svolti dagli umani in modo responsabile; combattere la pirateria; garantire l'etica quando si parla di Intelligenza artificiale; attuare pratiche di sicurezza informatica responsabili; seguire pratiche di riciclaggio e di consumo responsabili per le tecnologie digitali. «Essere proattivi è la strategia giusta perché si sarà giudicati secondo un parametro etico che non è solo quello di oggi e per questo serve un approccio olistico per le imprese» ha detto Wade. Per Agostino Santoni, Amministratore Delegato CISCO, si pone un tema di best practice per le imprese e di cultura dell'azienda. Santoni ha sottolineato tre elementi chiave per il futuro: nel 2025 arriveremo a produrre 163 zeta bytes di dati a livello globale; il traffico Internet arriverà a 50 miliardi di abitanti della Rete che non saranno più solo persone ma anche cose; ogni giorno Cisco blocca almeno 80 miliardi di attacchi cyber. In questo contesto di mercato, per Santoni difendere e garantire la privacy è fondamentale. «Per anni sicurezza e privacy sono stati competitor e questo ha avuto un impatto significativo sullo sviluppo delle soluzioni tecnologiche e delle piattaforme, noi pensiamo che debbano essere partner e guidare lo sviluppo del settore digitale», ha sottolineato Santoni che ha ricordato come sia fondamentale un salto dal punto di vista della cultura digitale in tema di privacy.

Dal Focus dell'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza Demos&Pi - Fondazione Unipolis emerge chiaramente che la protezione dei dati personali e la privacy in generale siano un diritto molto sentito dagli italiani. Gli assicuratori sono dei grandi utilizzatori di dati e recentemente Gruppo Unipol ha formalizzato una nuova policy di “Politica di protezione e valorizzazione dei dati personali" che si contraddistingue, in particolare, per affiancare al tema della protezione dei dati quello della loro valorizzazione. «L'azienda si impegna ad utilizzare i dati per
costruire soluzioni che partano dalla persona e i suoi bisogni e per impattare positivamente sul bene comune» ha detto Cimbri. «Per esempio l'enorme mole di dati che ci deriva dalle scatole nere ci consente di proporre polizze auto sempre di più tagliate su misura non valutando più i rischi sulla base di agglomerati di persone ma su dati reali». Per una gestione efficiente dei dati il Gruppo Unipol ha deciso di istituire un'apposita “Data Ethics Task Force" che ha il compito di comprendere l'impatto sugli stakeholder della valorizzazione dei dati personali sottesa a progetti avviati o da avviare, o ad attività di business. Ne consegue un'attenta misurazione delle opportunità e degli impatti in un'ottica di aderenza ai valori aziendali contenuti nella Carta dei Valori e nel Codice Etico in modo da definire, caso per caso, delle scelte coerenti con la visione aziendale e con i valori del Gruppo. Cimbri ha poi sottolineato come lo sviluppo del digitale e il continuo crescere del numero delle persone online abbia bisogno di una regolamentazione più stringente di quella attualmente in vigore e che sia generale, vietando all'origine comportanti che non vanno bene per la collettività. «Se vuoi avere la privacy assoluta oggi su Internet non devi entrare, è una rete che ancora piena di buchi da dove entrano ed escono tante cose» ha detto Cimbri che ha posto la sicurezza fisica dei dati nel nuovo mondo che viviamo come un tema centrale. «Oggi la mole delle informazioni è così elevata da non poter essere contenuta in contenitori come caveau. I dati vivono nel cloud e questo pone il tema della cyber sicurezza che è fondamentale per aziende come le assicurazioni che gestiscono informazioni sensibili, per esempio, sulle polizze malattie: privacy e sicurezza devono andare nella stessa direzione».

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Protezione dei dati e sorveglianza in Rete
Se il 48% degli italiani considera le informazioni memorizzate sui propri dispositivi “poco" o “per nulla" al sicuro, c'è anche un 43% che ritiene “al sicuro" le informazioni contenute nel proprio computer o nel proprio telefono, mentre un 2% non ha una opinione chiara a questo proposito. La percezione cambia molto, per esempio, se si fa riferimento agli acquisti su Internet: il 68% degli utenti, infatti, è convinto che utilizzare la propria carta di credito o il proprio account di home-banking per fare acquisti in Rete sia al riparo da brutte sorprese. «C'è ancora bassa consapevolezza delle tracce che lasciamo sul web e questo vale molto per fasce più giovani» ha sottolineato Marisa Parmigiani, «mentre c'è una grande sensibilità nei confronti delle fake news e meno preoccupazione sulle interazioni sociali in rete».
Un'altra paura che emerge dal “Focus sulle paure digitali" dell'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza Demos&Pi - Fondazione Unipolis è il “controllo sociale": il 62% degli intervistati ritiene che organizzazioni legate al Governo e alle forze dell'ordine controllino almeno una parte delle proprie attività sul web. Si tratta di una forma di sorveglianza tollerata dagli utenti di Internet in nome della sicurezza, personale e pubblica (il 49% descrive i controlli da parte delle istituzioni come una garanzia per i cittadini, mentre il 28% denuncia i rischi per la privacy), mentre è meno tollerabile l'azione a fini commerciali: quasi tre persone su quattro (74%) pensano che almeno una parte del “traffico" di dati digitali sia monitorata da imprese pubblicitarie, compagnie tecnologiche o aziende di altro tipo; il 43% pensa che tutti i contenuti veicolati attraverso il proprio dispositivo in Rete, o quantomeno la maggior parte, siano controllati da questi attori. A cambiare radicalmente è la valutazione di tale controllo: per il 59% si tratta di un rischio per la privacy.

L'insicurezza digitale e i social media
La sicurezza digitale è al centro del pensiero degli italiani. Il 44% del campione teme per la sicurezza della sfera digitale: l'indice tocca i livelli più elevati nelle componenti adulte della popolazione: superiori al 50% nella fascia compresa tra i 45 e i 64 anni. In modo coerente con i tassi di utilizzo del web, l'insicurezza digitale riguarda anzitutto le persone di istruzione medio-alta. Dal punto di vista della categoria socio-professionale, i livelli più elevati si osservano tra i lavoratori autonomi e gli imprenditori (55%), tra i liberi professionisti (51%) e tra i tecnici, impiegati, dirigenti e funzionari (50%), ossia in quei settori che si affidano alla Rete (anche) per ragioni di lavoro. Infine, si osserva un livello più alto nelle regioni del Mezzogiorno (49%), rispetto alle altre aree del Paese. I due aspetti che preoccupano con maggiore frequenza, su questa dimensione, riguardano “la sicurezza dei dati su Internet" (il 27% degli intervistati) e che “qualcuno possa controllare o impossessarsi delle informazioni su acquisti o operazioni bancarie su Internet" (24%).
Tenersi in contatto con altre persone attraverso i Social Network o programmi di messag​gistica, è questa la principale ragione (64% degli intervistati) per cui gli italiani utilizzano la rete. L'altra grande funzione della Rete (69% del campione), la quale anch'essa ha giocato un ruolo fondamentale nella fase della pandemia, rimanda alla dimensione informativa.

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Dal Focus dell'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza Demos&Pi - Fondazione Unipolis emerge inoltre che nonostante nel corso degli ultimi anni sia cresciuta in modo significativo la componente dei cittadini “in Rete", oggi c'è ancora un terzo della popolazione italiana in età adulta che non accede mai al web. E questo conferma una certa paura di andare online. In p​articolare, le quote più elevate di persone disconnesse si osservano tra le donne (32%), i soggetti con basso livello d'istruzione (76%), i pensionati (52%) e le casalinghe (55%). Il 73% degli intervistati accede, anche in modo saltuario, a Internet e, tra questi, il 23% è always-on, dato che tocca il suo massimo tra i liberi professionisti (54%) e gli studenti (49%).

 

 

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