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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Nuove geografie per il vino

Nuove geografie per il vino

Environment

L’aumento delle temperature medie potrebbe avere come conseguenza lo spostamento a Nord delle principali aree vitivinicole mondiali. Come cambia il mercato.

Un Chianti made in UK o un Sangiovese coltivato nella Saar? Gli appassionati di bottiglie di qualità di certo stanno storcendo il naso ma secondo le più recenti ricerche, la mappa dei vini così come la conosciamo oggi dovrà essere ridisegnata e molte etichette potrebbero cambiare provenienza. Il motivo? Il surriscaldamento terrestre sposterà sempre più a Nord – o in alto - il limite della coltivazione della vite. Lo mette nero su bianco la ricerca intitolata “Diversity buffers winegrowing regions from climate change losses" firmata da un team di ricerca dell'Universidad de Alcalà, in Spagna, e pubblicata sulla prestigiosa rivista statunitense Proceedings of National Academy of Sciences.

Secondo i ricercatori se la Terra si riscalderà di 2° C rispetto ai livelli preindustriali, il 56 per cento di tutte le regioni dove si coltiva uva da vino potrebbero diventare dei luoghi inospitali per questa pianta. Ovviamente potrebbe andare peggio nel caso di uno scenario catastrofico come un aumento delle temperature pari a 4° C: in questo caso la percentuale di inidoneità salirebbe fino all'85 per cento.

I ricercatori sono concordi nell'affermare che alcune varietà troveranno un clima più adatto spostandosi a Nord. La Germania e la costa umida del Pacifico al confine fra Canada e Usa potrebbero iniziare a produrre varietà abituate al caldo delle regioni più meridionali come il Merlot, mentre altre aree inadatte oggi alla produzione di vino potrebbero iniziare a ospitare vitigni di Pinot Nero. Un vero stravolgimento secondo i ricercatori che ovviamente potrebbe avere degli effetti molto negativi sui Paesi del Sud Europa, Spagna e Italia in testa che, proprio perché maggiormente esposti al global warming, potrebbero dover sopportare a breve termine delle pesanti perdite di produttività o peggio, a lungo termine, diventare parzialmente inadatte alla coltivazione del vino. Per non parlare del fatto che in queste zone si coltivano di già viti tipiche dei climi più aridi. Anche altre indagini vanno in questa direzione: secondo la Società meteorologica italiana entro la fine di questo secolo per la viticoltura mondiale è previsto un aumento di quota di circa 800 m e uno spostamento di 650 km di latitudine verso Nord.

Secondo il parere di altri scienziati, però, la situazione è ben più complessa e l'Italia sarebbe sì esposta al cambiamento climatico, come ogni area, ma riuscirebbe comunque a rimanere un Paese produttore capace di imbottigliare vini di altissima qualità anche grazie alle contromisure che la ricerca ha già messo a disposizione. Ne è convinto il professore Attilio Scienza, ordinario di Viticoltura dell'Università degli Studi di Milano che ricorda come «la coltivazione della vite ha sempre registrato dei profondi cambiamenti legati al clima: basti pensare per esempio, che dal 1000 al 1300, in corrispondenza di una fase termica molto simile a quella che stiamo vivendo, chiamata optimum climatico medievale, si coltivava la vite anche in Scozia e sulle Alpi a un'altitudine superiore ai mille metri. Dal 1350 al 1700, a causa di un periodo particolarmente freddo, la vite scende dalle montagne e si sposta più a Sud concentrandosi nella regione del Mediterraneo. Oggi stiamo registrando un fenomeno opposto con un surriscaldamento che non potrà non avere effetti sulla coltivazione della vite e che, anzi, già li sta avendo».

Le regioni più a rischio sono ovviamente quelle meridionali, Sicilia e parte della Sardegna in testa dove nei prossimi 30 anni si registreranno fenomeni di desertificazione. La siccità potrebbe rendere i terreni eccessivamente salati e incompatibili con la coltivazione della vite che per forza di cose dovrà spostarsi più a Nord o più in alto.

«Rispetto ad appena un secolo fa – rassicura Scienza - possiamo contare su strumenti formidabili per reagire a questo stravolgimento, a patto di saperli usare con tempestività. E per farlo è necessario innanzitutto poter contare su informazioni precise e in tempo reale. Noi oggi disponiamo di dati provenienti dal satellite geostazionario Sentinel-2B mandato in orbita dall'Esa che ha il compito di monitorare le foreste e le coste ma che fornisce anche indicazioni molto precise sullo stato della vegetazione e, quindi, anche dei vigneti nel Vecchio Continente. Grazie a questo guardiano spaziale siamo in grado di monitorare i livelli di sofferenza o di vigore della pianta e quindi di prevederne la produttività e, in tempo reale, di avere il polso della risposta della vite alle condizioni climatiche. Per esempio, oggi possiamo individuare il livello di maturazione raggiunto da un vigneto o da una singola parte dello stesso e quindi siamo messi nelle condizioni di vendemmiare nel momento più adatto per essere certi di ottenere la composizione chimica desiderata per ottenere proprio una determinata caratteristica organolettica. L'Università di Milano può vantare uno spin off che si occupa di fornire ai viticultori informazioni utili di questo tipo in tempo reale e direttamente sul proprio cellulare. Si chiama EnoGis e fornisce i propri servizi sulla base di dati georeferenziati sul territorio per una gestione del “vigneto intelligente" ad aziende del calibro di Ferrari in Trentino o Settesoli in Sicilia».

La scienza corre in aiuto dei vigneti messi a rischio dal global warming anche attraverso le tecniche agronomiche. «Esistono dei progetti di miglioramento genetico della vite basati sulla realizzazione di portinnesti (una parte di pianta che viene innestata con un fusto di un'altra pianta della quale si desiderano ricavare i fiori o i frutti, ndr). Milano – continua il docente - ne ha prodotti 4 della serie 'M' proprio per reagire al cambio climatico. Almeno due di questi servono a combattere la siccità essendo molto efficienti nella gestione delle risorse idriche con una riduzione stimata di consumo di acqua del 30 per cento. Oggi è sempre più diffusa anche l'adozione di tecniche di editing genomico che consentono di modificare il Dna di una vite in maniera tale da rendere la pianta più adatta a una specifica condizione climatica. Per esempio, abbiamo da poco individuato i geni che controllano la traspirazione notturna dell'acqua, riducendo la quale si risparmierebbe più del 30 per cento di risorse idriche. Agendo direttamente sul fronte genetico, potremmo mantenere inalterate le caratteristiche delle nostre varietà più pregiate, come il Sangiovese, ma contemporaneamente renderle molto meno assetate e quindi più adatte a situazioni climatiche caratterizzare da siccità». 

«Un'altra contromisura da adottare consiste nell'introduzione di vitigni acclimatati e selezionati in zone calde, in aree montagnose. Si pensi alla catena degli Appennini che presto potrebbe ospitare in quota (400-800 mslm) la viticoltura delle regioni più meridionali. In questo senso l'Italia può contare su un grande vantaggio rispetto, per esempio, alla Francia. Oltralpe, infatti, è stata sviluppato una viticoltura dalle caratteristiche più continentali con vitigni che hanno maggiori difficoltà ad adattarsi agli aumenti di temperatura previsti per i prossimi anni».

Non tutto il male, quindi, viene per nuocere: «Il cambiamento climatico – conclude il docente - ha sì ridotto la nostra produzione ma contemporaneamente ha anche migliorato la qualità dei nostri vini che in questi ultimi dieci anni hanno raggiunto un livello davvero straordinario. La stessa cosa non è successo ai francesi. La ragione consiste nel fatto che in Italia la selezione naturale ha sviluppato delle piante che stanno reagendo molto bene all'aumento delle temperature. Non a caso lo stress maggiore si registra sulle varietà internazionali, sul Cabernet Sauvignon, sul Pinot, sul Merlot, ovvero su viti tipiche proprio della produzione francese. I nostri Aglianici, il Nebbiolo, il Sangiovese hanno invece giovato fino a questo momento dell'aumento delle temperature».

Anche i produttori e non solo gli scienziati sono d'accordo sul fatto che il climate change stia cambiando e cambierà profondamente la viticoltura. Ce lo conferma anche Franco Fierli, agronomo e responsabile delle attività vitivinicole di Tenute del Cerro del Gruppo Unipol, un'impresa agricola costituita da cinque aziende per 4.300 ettari complessivi di cui 300 a vigneti tra Umbria (Còlpetrone, Montecorona) e Toscana (Fattoria del Cerro, La Poderina, Monterufoli).

«Nelle nostre tenute coltiviamo principalmente Vermentino, Sangiovese, Sagrantino e Rosso di Montefalco. Negli ultimi tempi molte cose sono cambiate: fino a gli anni Duemila avevamo annate molto più fresche e la vendemmia, per alcuni vitigni, si volgeva anche dopo la seconda decade di ottobre. Oggi non è più così, e a causa del cambiamento climatico la raccolta delle uve si anticipa notevolmente. Ma non solo: negli ultimi cinque anni si sono registrate due annate critiche, nel 2012 e nel 2017, con un calo produttivo stato compreso fra il 25 e il 30 per cento».

La riduzione della produttività non è legata soltanto allo stress idrico ma anche, se non soprattutto, agli sbalzi di temperatura che fra inverni molto caldi che provocanoo un anticipo del ciclo biologico della pianta e brevi ma improvvisi periodo di gelo, fra marzo o aprile, che danneggiano inesorabilmente i germogli.

«L'estremizzazione dei fenomeni è una variabile difficile da controllare. Per quanto riguarda la siccità – spiega Fierli - noi cerchiamo di potenziare l'irrigazione e di predisporre vigneti dotati di sistemi di emergenza. Si tratta di soluzione non praticabili ovunque. Quindi dobbiamo lavorare dal punto di vista prettamente agronomico. In autunno, per esempio, è fondamentale arare i terreni in maniera profonda per far sì che si possa incamerare una grande quantità di acqua garantendo così una riserva strategica per la primavera e l'estate. I nostri terreni sono particolarmente predisposti in questo senso grazie alla loro struttura limo-argillosa che consente un forte immagazzinamento di acqua. Un'altra tecnica che adottiamo è quella di garantire un grande sviluppo della massa fogliale cercando di utilizzare portinnesti più adeguati al clima secco. Infine, è fondamentale non esagerare con la de-fogliazione, accortezza questa che consente di ottenere delle uve di ottima qualità. Utilizzando tutte queste contromisure siamo in grado non s​olo di garantire ai nostri vigneti un buon livello di resilienza ma anche, nonostante un inevitabile calo della produzione, un'elevatissima qualità delle uve e dei vini. C'è da dire che il 2019 è stata un'annata ottima anche dal punto di vista quantitativo».

 

 

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