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Nomadland e nomadi digitali: esistenze parallele

Society 3.0

La tecnologia cambia il lavoro e l’atmosfera che passa dalla rassegnazione del film vincitore del premio Oscar all’innovazione precaria dei giovani pionieri delle nuove occupazioni.

Anche la scelta presa in maniera più veloce è composta da una dose di ponderazione e dal calcolo del peso delle sue conseguenze. Quando non si ha nulla da perdere, decidere di cambiare vita non è comunque un'operazione più immediata del solito. Nella maggior parte dei casi si rimane ancorati alle poche cose che ci appartengono, anche se in maniera effimera, anche se sono solo ricordi. Scegliere è, in ogni caso, un atto di coraggio che Fern, la protagonista di Nomandland, film della regista Chloè Zhao vincitore agli Oscar, interpretata magistralmente da Frances McDormand, ha avuto. Il marito è morto e la Grande recessione del 2008 l'ha buttata fuori dal mondo del lavoro mentre la sua cittadina veniva cancellata da ogni mappa con il suo codice di avviamento postale. Il sociale è intrecciato indissolubilmente all'aspetto economico, in particolare, per la sua storia, a quella fabbrica di cartongesso simbolo di un capitalismo che sfrutta e trattiene, ma che diventa indispensabile, in un rapporto di convenienza duale, anche se per una delle due parti conveniente solo alla sopravvivenza. Fern, allora sceglie di ricominciare la sua vita in un van, in un perenne viaggio, dal gelo del Nevada al calore dell'Arizona, incontrando le esistenze vinte ma non perse di chi come lei è sulla strada. Vuole e può contare solo su sé stessa. Una scelta rischiosa, difficile, ma consapevole e fortemente voluta.

Il film tratta la povertà e la rassegnazione quasi con pietismo. I protagonisti sono raccontati ma si ha l'impressione di non entrare a pieno nella loro storia, ma di sfiorarla. Sarà che il film si basa su un libro-reportage della giornalista Jessica Bruder, ma lo spettatore rimane un osservatore esterno più che essere coinvolto nella totalità delle complicate esperienze. Ogni scena di Nomadland decostruisce il mito della strada, della libertà, della rivincita, dello sradicamento positivo per dare spazio alla perdita, alla disperazione a cui serve sempre il sistema che nemmeno troppo velatamente è criticato: Amazon, i fast food che comunque diventano  nuove prigioni indispensabili lungo il tragitto, almeno periodicamente, per comprare il necessario per un'esistenza essenziale che corre con i limiti di velocità di un vecchio mezzo dalla verniciatura scrostata e dai ritmi delle stagioni. È un film lentissimo, infatti, come una vita in cui non succede nulla, con inquadrature tipiche più di un film indipendente che degli schermi dell'Accademy e rimandi neorealisti a volte forzati. Un film costruito soprattutto intorno alla figura della protagonista, un'antidiva che sconvolge le regole Hollywoodiane, restando fuori e al centro dei riflettori per motivi opposti. Nonostante le strade percorse, il film non dà vie d'uscita e nonostante gli spazi infiniti e aperti il risultato è una sensazione di claustrofobia.

La strada torna ad essere il contrario di miseria e precarietà per chi la sceglie e lotta per raggiungere una nuova e innovativa meta. Per i cosiddetti nomadi digitali che, dissociati dal sistema che li legava davanti alla scrivania hanno deciso di intraprendere il viaggio raccontando il percorso, lavorando lungo la strada e trovando il successo spostando l'attenzione dal dove al contenuto del loro lavoro. Con loro torna il mito dell'andare, la voglia di libertà, di riscatto, la necessità di diversificarsi, di scoprire il mondo, di crede che ogni cosa sia ancora possibile. Giovanissimi che cambiano le regole del mercato del lavoro inventandolo o spostando gli scenari: pionieri di nuove attività. Per lavorare da luoghi remoti occorre poter lavorare da remoto e, infatti, i nomadi digitali sono coloro che possono fare tutto semplicemente alzando lo schermo del loro laptop: Youtuber, influencer, programmatori informatici, web designers, esperti di web marketing, di SEO, blogger. I ritmi sono totalmente diversi rispetto a quelli di Fern, spesso tutto è in diretta, è in corsa, è immediato. Nemmeno loro come Fern sono homeless ma non sono nemmeno houseless, come la protagonista del film si sente di essere. Sanno dove sia la loro casa, i loro affetti meno sfuggevoli, scappano da un sistema che comunque li ingloba e che ha imparato a sfruttarli, a farli diventare spesso “il prodotto" che sono chiamati a raccontare. Hanno ancora un ventaglio di possibilità davanti perché non sono stati esclusi, hanno fatto la scelta uscirne momentaneamente dai canonici luoghi. Il loro coraggio è diverso, anche il gusto dei chilometri percorsi ha un altro sapore. Nomadland è un percorso verso la fine, quello dei nomadi digitali ha ogni giorno un nuovo inizio ed è una strada nuova che ancora è difficile dire dove porterà. ​

 

 

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