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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Non c’è sharing senza Blockchain

Non c’è sharing senza Blockchain

Sharing

Il concetto di economia della condivisione ormai ha quasi un decennio e può fare il salto di qualità solo se il sistema che registra automaticamente ogni transazione relativa a un determinato bene e l'archivia in maniera sicura funziona.

​Immaginiamo una vita senza la proprietà. Non si possiede nulla e si affitta tutto, perché è più conveniente: si paga un centesimo o meno di un centesimo al giorno per avere un letto su cui dormire o un cappotto invernale per tenersi al caldo. Tutto è facilmente scalabile: se si decide di convivere, basta scambiare il letto singolo con uno doppio e quando finisce l'inverno si restituisce il cappotto. Così si paga esattamente quello che si utilizza, quando lo si utilizza. E niente di più.
A dirla così sembra fantascienza, ma questa sharing economy elevata all'ennesima potenza potrebbe essere più vicina di quanto pensiamo, grazie all'avvento della blockchain, un sistema che registra automaticamente ogni transazione relativa a un determinato bene e l'archivia in maniera sicura. 


Il concetto di economia della condivisione ormai ha quasi un decennio: è nato grazie all'avvento dell'iPhone, che nel 2007 ha contribuito a mettere internet e il Gps nelle tasche di tutti. La Grande Recessione ha fatto il resto. La nuova tecnologia e la nuova povertà sono i due dati complementari che hanno contribuito a spargere i semi della sharing economy: i consumatori cercavano nuovi modi per risparmiare, i lavoratori cercavano nuovi modi di guadagnare e gli smartphone hanno risposto, offrendo nuovi sistemi per mettere a segno le transazioni.


Ora siamo di fronte a un nuovo salto tecnologico, che potrebbe resuscitare un movimento che arranca, colpito dalla reazione corporativa dei settori cui sta facendo concorrenza, dai tassisti agli albergatori. Se la sharing economy sta vivendo un momento di riflusso, le nuove tecnologie potrebbero presto portarla alla rinascita, in una forma molto più radicale. Questa nuova fase non ci darà solo una nuova applicazione per il noleggio di utensili, ma potrebbe mettere in moto la più importante rivoluzione nel concetto di proprietà, dopo la nascita del capitalismo.
Uno dei requisiti fondamentali del capitalismo è un regime di proprietà stabile, con una serie di documenti affidabili che dimostrino chi possiede cosa. Dietro c'è una macchina imponente di registri e istituzioni, composta da diversi strati di legislatori, avvocati, giudici e poliziotti per assicurare il funzionamento del sistema. Dove il rispetto della proprietà privata e lo stato di diritto funziona male, come per esempio in Italia, l'economia ne risente. Altrove, il sistema funziona meglio, ma è sempre relativamente lento.


Gli elevati costi fissi del regime tradizionale di proprietà privata presentano una sfida concreta per la sharing economy. Se invece di acquistare un'auto si desidera acquisire il diritto di utilizzarla per un'ora, è comunque necessario registrare la transazione e archiviarla in un database perché resti sempre reperibile, con sistemi fino ad oggi abbastanza complessi, tali da rappresentare un freno non da poco rispetto alla velocità richiesta dall'utente tipo dei servizi della sharing economy.
La risposta a questo problema potrebbe essere la blockchain, un modo diverso di conservare traccia di un insieme normativo di informazioni. Invece di memorizzare le informazioni in un solo punto centrale - il catasto o il database di Airbnb - la blockchain ne produce molte copie e le distribuisce su tutti i nodi di una rete.


Un libro mastro supertecnologico


Questi nodi non devono essere persone. Possono essere oggetti, inseriti nel grande sistema dell'internet delle cose. La porta d'ingresso di una casa, ad esempio, può sapere che hai pagato l'alloggio per una sola notte e aprirsi per te grazie a un impulso inviato dal cellulare, che funziona soltanto in quello spazio temporale. Questo “contratto intelligente” è il modello di business di una start-up tedesca, Slock.it, che costruisce smart locks su un blocco avanzato chiamato Ethereum. Lo stesso sistema può essere applicato a molti altri oggetti, da una colonnina del car sharing a un qualsiasi elettrodomestico. Una dozzina di righe in codice può svolgere lo stesso ruolo del database, saltando tutti i passaggi burocratici e tagliando perfino il mediatore. Automatizzando queste spese, i contratti intelligenti rendono molti più beni condivisibili, con una transazione rapida e indolore. Il risultato è che improvvisamente diventa pratico vendere l'accesso a qualsiasi cosa. MyBit, una start-up fondata dal giovanissimo Ian Worrall, è un buon esempio di un'azienda che utilizza questa idea. La sua visione è di democratizzare la proprietà delle macchine e dei relativi flussi di reddito, per cui la piattaforma sarà applicabile a droni, autovetture, case intelligenti, macchine autonome, stampanti 3D e altre macchine utensili.


I primi casi concreti di utilizzo della blockchain nella sharing economy, del resto, sono già presenti nel segmento esplosivo delle energie rinnovabili, con le microgrid di vicinato, dove produttori e consumatori di energia solare possono scambiarsi i kilowattora in eccedenza in totale autonomia, senza passare attraverso il gestore, risparmiando e massimizzando l’uso dei pannelli. A Brooklyn, i primi progetti di questo tipo sono stati avviati da LO3 Energy e Siemens, con una serie di microgrid integrate su una piattaforma di trading peer-to-peer, sempre su base Ethereum. In pratica, s'installa una rete dedicata fra vicini che dispongono di pannelli fotovoltaici e altri che non ne hanno: in questo modo il produttore, che di solito riesce a utilizzare al massimo due terzi dell'energia che produce, può condividere le eccedenze con gli altri, saltando l'operatore di rete. 
La differenza rispetto alle forniture tradizionali di energia, dove il privato compra da un’azienda di grandi dimensioni, è il rapporto alla pari con gli altri nodi della rete, che consente di abbassare enormemente i costi. La sicurezza della transazione e la garanzia che la piattaforma su cui gira la microgrid non possa venir manomessa arriva proprio dall’utilizzo di un sistema a blockchain. Il futuro della sharing economy è già qui.

 

 

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